Forse, ancora oggi, non è facile tratteggiare con distacco e profondità cosa è accaduto davvero a seguito della crisi - non solo economica - che ha colpito anche l’Italia circa un decennio fa. È a partire da questa considerazione che Tiziana Ciampolini ci porta dentro il senso della sua curatela: perché se è vero che quella crisi ha dato il via alla polarizzazione estrema delle condizioni sociali del nostro Paese esasperando la forbice che già esisteva, è anche vero che tale esasperazione ha prodotto indubbiamente alcune conseguenze che oggi potremmo definire feconde e generative, pur essendo esse il risultato di quella tragedia. “Comunità che innovano” è un volume che, partendo da alcuni casi e alcune riflessioni che ospita, intende evidenziare non solo come le persone, le organizzazioni e le comunità hanno reagito alla crisi e al suo drammatico portato, ma soprattutto partendo da quali domande, con quali strumenti e con quali metodi, verso quali risultati, e con quale profondità.

IL VIAGGIO DI RICERCA DI UNA PSICOLOGA SOCIALE

Tiziana Ciampolini è una psicologa sociale con un dottorato in economia, e a leggerla così sembrerebbe tutto un po’ contraddittorio: ma lei stessa spiega che non è così, anzi. La psicologia sociale si interroga sul legame tra la persona e il contesto: niente può essere letto senza l’incrocio tra queste due dimensioni. L’indagine della Ciampolini è stata costantemente orientata al rintracciare come le altre scienze sociali si sono interrogate su questo nesso, e sulla produzione di cambiamento che possa nascere da questo incrocio. Ha avuto l’esigenza di spostarsi dalla sua disciplina di partenza per avvicinarsi ad altre per individuare i meccanismi di generazione dei cambiamenti, e soprattutto come questi cambiamenti possono essere percepiti come un patrimonio comune di organizzazioni e comunità. “Comunità che innovano” è attraversato da queste e da altre domande.

CHI HA SCRITTO COSA

A questo insieme di domande hanno risposto insieme alla Ciampolini diverse persone e diverse organizzazioni. A partire dalla prefazione di Francesco Marsico, la caratteristica del libro è quella di non guardare semplicemente al territorio nazionale ma di mettere insieme degli sguardi diversi, di soggetti che hanno studiato la comunità da un punto di vista accademico, come Franca Maino (con  Chiara Lodi Rizzini) di Secondo Welfare, Valentina Caimi che per l’EU si occupa di advocacy nei confronti della società civile, Giulio Pasi scientific advisor EU, che si occupa di valutazione di impatto dei processi attivati dalle comunità locali. Nel volume la Ciampolini ha scritto un capitolo che parte dall’esperienza condotta insieme a Caritas Italiana; Arjo Klamer e Lyudmila Petrova dell’Università di Rotterdam, che condividono l’esperienza della Fondazione CREARE (Centre for Research in Arts and Economics) hanno scritto dell’applicazione del Value Based Approach alla povertà; Anna Zumbo del welfare di comunità in America Latina; Domenico Caprioli, team di lavoro dell’Università di Napoli, di comunità e tecnologie; Todd Ferry e Sergio Palleroni, designer americani che progettano sistemi di sviluppo locale a partire dai senza fissa dimora; Valentina Porcellana e Cristian Campagnaro, dell’Università di Torino, di design e lotta alle povertà; Carlo Andorlini della rete di Legambiente che sta sviluppando con una rete di organizzazioni di cittadinanza attiva un progetto di sviluppo locale denominata “territori civili”.

STRUMENTI CULTURALI PER COMUNITÀ CHE INNOVANO

Il volume ha anche un focus marcatamente culturale, tanto per cominciare nel contributo di Arjo Klamer e Lyudmila Petrova sull’applicazione del Value Based Approach (VBA), metodo che si concentra sull’impatto sociale e culturale, mettendo in primo piano l’insieme dei valori cardine che un’organizzazione, da piccola e privata a grande e statale, si prefigge di realizzare. Su questo il VBA si differenzia http://www.ilgiornaledellefondazioni.com/content/ dalle convenzionali misure sull’impatto dell’innovazione sociale, che tendono a concentrarsi sui valori finanziari come il cambiamento dei redditi, degli impieghi e dei valori patrimoniali e simili, evidenziando invece i processi e la natura dei valori prodotti dai diversi settori culturali.

La valutazione degli impatti di progetti culturali e sociali, secondo il metodo VBA, si basa su 4 classi di valori individuabili e 3 fasi di articolazione. I domini, come si può leggere dal contributo, sono valori personali (relativi a noi stessi), valori sociali (relativi alla cerchia di nostri conoscenti), valori collettivi, (relativi agli individui facenti parte della nostra società in generale) e valori trascendentali (riguardanti qualunque cosa trascenda la sfera personale, sociale e collettiva). Per individuare gli impatti, Klamer (2017) suggerisce un primo step di pre-identificazione dei valori assunti dai progetti innovativi, un secondo step di individuazione degli stakeholders del progetto e infine un terzo step per comprendere in che modo i valori abbiano impattato sugli (e grazie agli) stakeholders.

Per far comprendere il senso del VBA, in altra sede (Azzarita, 2016) Klamer fa l’esempio della casa, denunciando che l'approccio strumentale tenda ad enfatizzare la dimensione quantitativa della vita sociale ed economica, mentre l'approccio basato sul valore, caratteristica del VBA, fa guarda alle qualità. Se si assegna un valore a una casa, la quantificazione di indicatori come il numero di mezzi condivisi, i minuti trascorsi con i bambini, i soldi spesi per le vacanze è – secondo Klamer – pressoché irrilevante. Una buona casa è portatrice di caratteristiche qualitative come il calore delle relazioni, l'intimità, la gioia condivisa, la possibilità di fare delle belle conversazioni, la condivisione di esperienze e così via. Ciò che si può applicare ad una casa, suggerisce Klamer, si può applicare a tutte le altre dimensioni della vita. Anche in ambito commerciale è fondamentale la qualità del lavoro, della cultura condivisa, dei servizi offerti. L'approccio basato sul valore, quindi, porta a valutare ciò che è importante per le persone, le organizzazioni e le società. Se l'approccio strumentale genera domande come “che cosa vuoi?”, l'approccio basato sul valore stimola questiti come: “che cosa è importante per te?”.

IL CASO DI OFFICINE CULTURALI A CATANIA

Francesco Mannino (chi scrive qui, e socio di Officine Culturali di Catania) e Anna Mignosa (Università di Catania e Erasmus University Rotterdam) hanno curato per il volume il contributo “Valorizzare patrimoni culturali per generare capitale umano: comunità al lavoro nel Sud d’Italia”, raccontando di una esperienza decennale di collaborazione pubblico-privato con l’Università di Catania, finalizzata alla massima accessibilità e partecipazione culturale degli edifici storici e dei musei dell’ateneo, capace di generare una ampia partecipazione attiva e co-produzione di contenuti e pratiche, nonché diversi posti di lavoro culturale. 
Sin dall’inizio era chiaro e condiviso tra i soggetti coinvolti che non si trattasse di attivare servizi turistici o meramente “aggiuntivi”, quanto di mettere a disposizione di diverse categorie di persone strumenti di conoscenza e accessibilità, e neanche fini a sé stessi: conoscere attraverso il patrimonio architettonico la lunga strada da cui si proviene non significa solo incrementare il proprio bagaglio di saperi, ma può servire a comprendere la complessità del proprio presente e ad elaborare la possibilità di futuri diversi. Inoltre, nell’ottica del contrasto alle povertà educative, l’inclusione di un sempre più ampio pubblico nei processi di conoscenza e utilizzo condiviso può produrre maggiori competenze sociali ed individuali, come dimostrano i tanti progetti rivolti alle comunità educanti raccontati nel volume e presenti sul territorio italiano.
A Catania Officine Culturali (in origine associazione di giovani studiosi e studenti universitari, dal 2018 impresa sociale) si è proposta già nel 2010 come soggetto disposto a prendersi cura del Monastero dei Benedettini, sede universitaria tra gli edifici UNESCO della città, e da quell’anno ha garantito a circa 300.000 persone la massima accessibilità cognitiva diversificando le attività e la loro comunicazione, un’ampia accessibilità sensoriale e, progressivamente, una crescente accessibilità sociale e culturale, grazie alla collaborazione con stakeholders e associazioni del territorio. Oggi, con 10 dipendenti a tempo indeterminato con contratto Federculture (ossia...), si può considerare “cugina” per affinità di esperienze di iniziative come la Cooperativa La Paranza di Napoli, l’associazione CLAC di Palermo e molte altre in giro per il Paese, tutte nate dall’azione di porzioni di comunità di interesse che hanno deciso di mettersi in gioco direttamente, scommettendo e rischiando.

IN ITALIA IN TANTI SI PRENDONO CURA

Ciò che è successo a Catania non è diverso da analoghi casi a Palermo, Favara (AG), Lentini (SR), Mazara del Vallo (TP) , Napoli, ma anche in Calabria, Puglia e su per tutta la penisola, ovvero che cittadini o city users, legati per motivi differenti ad un luogo (che sia un edificio, un luogo della cultura o uno spazio pubblico) si propongano agli enti proprietari e gestori come attori di un processo di cura e facilitazione alla partecipazione più ampia. E tutto ciò innescando processi sociali ed economici che vanno molto oltre il volontariato sporadico, ma divenendo attività permanenti, professionali, accessibili e inclusive, capaci inoltre di generare occupazione e indotti.
Riattivare luoghi abbandonati o sottoutilizzati restituendoli alla pubblica fruizione; farli diventare luoghi vivi di fruizione, produzione e partecipazione culturale; non escluderli dai conflitti dei contesti di appartenenza, ma farli diventare strumento di interpretazione e non di rado di azione nei confronti di quei conflitti; agire contro le povertà educative fornendo strumenti atti a stimolare la consapevolezza individuale e forme sempre più proattive di coesione sociale: ecco cosa caratterizza le tante esperienze italiane di innovazione culturale. Si tratta di un salto importante, dalla dimensione di animazione culturale a quella di attivazione sociale a base culturale. Si tratta di andare oltre le logiche – ad esempio – dei meri servizi aggiuntivi museali, immaginando i musei come luoghi di riflessioni e relazioni. Si tratta di immaginare e trasformare scuole, piazze e biblioteche come luoghi in cui prendere coscienza collettiva e convertirla in strumenti di trasformazione. Lenta, faticosa, ma innovativa trasformazione dei contesti di appartenenza, anche se spesso con percorsi contraddittori e non lineari.

IL VALORE D’USO DEL PATRIMONIO CULTURALE

Il volume, ospitando anche i due contributi sul valore prodotto dalla cultura, ci ricorda e ci dimostra che la collaborazione delle persone, nella fattispecie stimolata dalle organizzazioni culturali, porta a forme di valorizzazione comunitaria del patrimonio culturale, esattamente come riassume la Convenzione di Faro. Una “attribuzione di valore” che mette al centro delle pratiche l’utilizzo del patrimonio e non solo il valore simbolico ad esso attribuito, che spesso sembra essere l’unico o comunque quello più centrale nel dibattito pubblico e nella agenda politica, tra l’altro sempre più spesso accompagnato dalla sopravvalutazione di quello economico. Ecco perché sempre più comunità innovano con le loro pratiche anche nel settore culturale: co-producendo contenuti, chiedendo di prendersi cura di luoghi e beni, rivendicando diritti attorno alle professioni di settore.

COME INNOVANO LE COMUNITÀ? 

La tesi più volte sostenuta da Tiziana Ciampolini è che a fianco di comunità chiuse ed espulsive si fanno sempre più spazio iniziative di segno opposto: innanzitutto resilienti perché generate in risposta a condizioni oggettive di criticità e fragilità, e caratterizzate da progettualità nuove e orientate a rispondere ai diversi bisogni sociali manifestati a vario titolo; e il tutto innescando nuovi rapporti e nuovi processi tra gli attori coinvolti in queste nuove forme di welfare, e con significativi gradienti di apertura agli “altri”. Insomma, praticamente tutti gli ingredienti indicati nel “Libro bianco sull’innovazione sociale”, scritto da Robin Murray, Julie Caulier Grice e Geoff Mulgan.
Tali percorsi di innovazione di comunità si caratterizzano per essere iniziative dal basso, frutto dell’attivazione della società civile, che prendono le forme di azioni sempre più strutturate di cura e di protezione complementari in cui soggetti diversi si prendono responsabilmente cura uno dell’altro. Esse diventano un modo per superare la crisi e per “prendere in mano il futuro": nuovi aggregati organizzativi che, se adeguatamente sostenuti, possono tradursi in forme di azione collettiva ma anche in nuove forme istituzionali capaci di produrre e gestire problemi e risorse con soluzioni inedite e orientate alla sostenibilità.

IL TEMPO È MOLTO PIÙ CHE DENARO

Il volume collettivo raccoglie le esperienze di practitioner e ricercatori universitari impegnati a tentare di produrre dei cambiamenti nei territori di appartenenza, mettendo quindi spesso in discussione le loro discipline  e impiegando molto tempo per cominciare a vedere dei risultati. Perchè il fattore tempo è evidentemente determinante nei processi di cambiamento visto che, come dimostrano molti dei casi raccontati, i cambiamenti sostanziali si ottengono solo dopo moltissimo tempo. E la capacità di produrre risultati profondi e duraturi, ovvero di rendere efficaci i percorsi intrapresi, vale più di ogni altra cosa e soprattutto vale la pena di averli intrapresi. Tiziana Ciampolini, ad esempio, viene da una storia molto lunga nelle politiche sociali, avendo operato nei servizi sociali dove si è occupata di accompagnare la trasformazione dei servizi, lavorando sempre in processi di cambiamento che impiegavano minimo cinque anni prima di vedere i primi risultati.

AGENCY, OVVERO AVVIARE PROCESSI, PIÙ CHE PROGETTI, PER TRASFORMARE IL CONTESTO

Una delle domande che accompagna il lavoro della Ciampolini riguarda l’agency delle comunità, ovvero la capacità di agire nel contesto con un senso di autonomia e di capacità di trasformazione verso il contesto stesso da parte delle persone, dei gruppi, delle  organizzazioni, e delle comunità. Secondo Ciampolini, quelle comunità che riescono a mantenere la capacità di agire sul contesto per trasformarlo, attraverso processi di cura di sé, degli altri e del mondo, riescono a fare la differenza sulla qualità e profondità della trasformazione. E il volume attraversa molte di queste esperienze che, proprio per la loro densità, durata e profondità sono molto lontani dall’essere “progetti” rivelandosi piuttosto processi: lunghi, lenti, carsici processi.
Tutte quelle descritte nel libro non sono semplici esperienze, ma processi avviati, intrapresi e sperimentati, iniziative di cui il libro riporta dense riflessioni sulla metodologia applicata nei diversi contesti. Il tema della metodologia appare spesso ostico perché ritenuto interessante solo per gli accademici, ma in realtà il modo in cui le pratiche vengono condotte fa spesso la differenza, non solo nei risultati ma anche nel senso profondo e complessivo di ciò che viene prodotto anche molto dopo la conclusione di progetti e percorsi. Laddove non c’è la capacità e l’intenzione di ascoltare questo senso, accade spesso che non si riescano a leggere i risultati nella loro profondità. 

MA CHI SI PRENDE CURA DI CHI SI PRENDE CURA?

Un tema centrale per  Ciampolini è quello del come riuscire a tenere vivi questi processi di agency e attraverso quali percorsi metodologici e soprattutto attraverso quali attenzioni istituzionali, e infatti un altro tema che emerge dalla lettura libro è la domanda: a fronte di comunità che in Italia e in Europa stanno innovando, chi è chi si prende cura delle comunità che innovano? Chi le vede? Chi si assume l’ownership di questo cambiamento insieme a questi soggetti che si assumono la responsabilità in prima persona? Quali sono le istituzioni che oggi riescono ad accompagnare queste comunità che anticipano dei bisogni, vedono e rispondono e ottengono dei risultati, che però, per poter crescere, devono essere visti da qualcuno, soprattutto dal soggetto istituzionale.
Ecco che emerge il punto cruciale di tutto il volume, che lo attraversa nei suoi diversi contributi e che rimane anche una riflessione centrale per chi scrive: si tratta di comprendere qual è la relazione possibile tra l’azione “orizzontale” delle organizzazioni che dal basso intraprendono percorsi e processi di ricucitura sociale e il ruolo “verticale” di quelle istituzioni che dovrebbero essere preposte a creare le condizioni ottimali per la proliferazione di quelle azioni. Una risultante che, nelle forme dei partenariati pubblico-privati, dovrebbe garantire il superamento della classica forma triangolare pubblico-cliente / non-profit fornitore / utente, verso integrazioni sempre più profonde, strategiche, efficaci e di lungo respiro.
È ad esempio il grande tema dei partenariati speciali nel mondo del patrimonio culturale, introdotti dalla nuova legge sui lavori pubblici (50/2016) con il comma 3 dell’Art. 151, ma anche dall’Art. 55 del Codice del Terzo Settore (D.Lgs. 117/2017) in tema di co-programmazione e co-progettazione, e non di meno da tanti e coraggiosi esperimenti di condivisione tra i due diversi settori dell’agire sociale. Un piano normativo e di pratiche che si vuole porre come alternativa al rapporto domanda-offerta, finora dominante, o addirittura ad un costante conflitto che spesso vede lo Stato (e le sue diramazioni) interpretare il ruolo di indolente burocrate conservatore, e il privato non profit come tarpate organizzazioni proiettate all’innovazione e alla trasformazione.
Il volume illumina una terza via appunto, o comunque la suggerisce; una via complessa, certamente, ma forse l’unica possibile, che possa vedere una rinnovata assunzione di responsabilità da parte del soggetto pubblico, riguardo il suo ruolo di indirizzo ma anche riguardo i suoi limiti e al contempo una nuova convenevolezza del non profit di non essere solo strumento di welfare sostitutivo, ma interpretazione potente di nuove forme di partecipazione da parte delle persone e delle comunità. E su questa soglia che comincia la sfida, anche – e davvero tanto – per il “mondo” culturale. 

Bibliografia

Tiziana Ciampolini - Comunità che innovano. Prospettive ed esperienze per territori inclusivi. FrancoAngeli, Milano 2019
Klamer A. (2017), Doing the Right Thing: a Value Based Economy, Ubiquity Press, Londra.
Azzarita V. (2016), “Doing the right thing”. Verso un'economia basata sulla generazione di valore, Il Giornale delle Fondazioni 10.2016 –  Fondazione di Venezia – Venezia

Abstract

The book “Comunità che innovano. Prospettive ed esperienze per territori inclusivi” (e.d. FrancoAngeli) [Communities that innovate. Perspectives and experiences for inclusive territories] by the psychologist, Tiziana Ciampolini examines the issue of local community participation in the development of intervention programmes aimed at reducing territorial impoverishment. The essays gathered in the book focus on strategies, methodologies and practices that combine different people and organisations. The goal is social innovation and inhabitants’ well-being as a result of collective actions.

 

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