Who’s art for? Art workers against exploitation (Edizioni postmedia books), è una pubblicazione che raccoglie opere e saggi di quindici artiste, ricercatrici e professioniste dell’arte dedicati allo sfruttamento del lavoro artistico e alla complessa sostenibilità delle pratiche di settore. Il volume, da noi curato come associazione culturale Impasse (www.associazioneimpasse.org) in collaborazione con l’associazione di promozione sociale Rete al Femminile (www.retealfemminile.com), è frutto di una open call internazionale (http://www.r-set.it/open-call/) ed è stato presentato in anteprima al Teatro del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea lo scorso 6 dicembre.

Come è possibile ridurre la facilità di sfruttamento del lavoro nel settore dell’arte contemporanea? Si domanda nella prefazione Paola Dubini, Professoressa di Economia Aziendale e Direttrice del corso di lau-rea in Economia per le Arti, la Cultura e la Comunicazione all’Università Bocconi. 
“La sostenibilità del lavoro culturale (ossia, come permettere a chi “la cultura la fa” di vedere riconosciuto e remunerato il proprio lavoro) è centrale nelle riflessioni relative alla cultura e alla sua possibilità di gene-rare valore (per i singoli, per le comunità, economico, non economico)”. Poiché i mercati del lavoro artistico sono imperfetti, l’ecosistema deve introdurre, secondo la studiosa, alcuni meccanismi compensativi, come la solidarietà da parte di istituzioni e comunità e la condivisione di dati e informazioni (bandi, residenze, premi, opportunità).
Per ridurre la facilità di sfruttamento è inoltre necessario, a nostro avviso, che le professioniste e i profes-sionisti dell’arte consolidino le proprie conoscenze in materia di diritti del lavoro, adottino contratti appro-priati nella gestione dei propri rapporti professionali e maturino un approccio solidale con i propri pari, contrastando i meccanismi competitivi e l’isolamento che spesso accompagna ricerca e pratiche nel settore.

Il riconoscimento - anche economico - del lavoro artistico e culturale passa certamente anche dalla riconoscibilità delle professioni artistiche e culturali. È ben espressa nella prefazione di Anna Pironti, responsabile del Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, la necessità di nuove definizioni per le professioni culturali. Artenauta è il suggestivo neologismo scelto per descrivere la professione e l’esperienza di chi accompagna il pubblico nell'apprendimento creativo e nella conoscenza dell’arte, basandosi sulla relazione tra l'opera e la persona, in una visione e in una pratica in cui la missione educativa viene a coincidere con quella dell'inclusione sociale.

Federica Fontana, storica dell’arte e ricercatrice indipendente, passa in rassegna una serie di opere in cui i confini tra arte, vita e lavoro si presentano come estremamente labili per porre in luce quanto l’amore per il proprio lavoro e la sua pubblica manifestazione siano componenti emotive fondamentali nelle dinamiche di sfruttamento. Il saggio le analizza evidenziandone i risvolti oppressivi, in relazione alle teorie del Conscious Capitalism e dell’ecofemminismo. In particolare, l'autrice mette in guardia sui rischi del concetto di "niceness" nel lavoro artistico, il bisogno di ostentare condizioni di vita invidiabili, che porta con sé l'antico adagio fai quello che ami, ama quello che fai, con la conseguenza di aver generato un'intera generazione di professionisti precari, che fingono di essere felici.

Un invito a non sottostare a umiliazione e sfruttamento è portato dall’artista Nuvola Ravera, che affida a una lettera ad artiste e artisti sconosciuti un tentativo di condivisione dell’avvilimento che spesso accom-pagna il lavoro artistico e un incoraggiamento a non perdere la rotta.

Con particolare riferimento all’esperienza delle artiste donne, la giornalista Santa Nastro riprende un'in-chiesta iniziata sulle pagine di Artribune sulle condizioni di vita e di lavoro nel settore dell’arte contempo-ranea in Italia e non solo. Dalle voci delle artiste intervistate si può desumere quanto ancora sia scarsa la fiducia del mercato dell’arte nelle pratiche e nelle opere delle artiste, così come faticosa la conciliazione della gestione della famiglia, della maternità, della malattia con la pratica artistica e la mobilità che que-sta richiede.

Alla maternità e alla genitorialità come nuovi tabù dell’arte contemporanea dedica un approfondimento l’artista e ricercatrice Eva Frapiccini, mettendo in luce l’esiguo numero di organizzazioni che contemplano un supporto alla genitorialità nelle loro policies e chiedendo ai fondatori di una delle più longeve, The Su-stainable Arts Foundation di San Francisco, di illustrare i propri programmi di sostegno, incentrati su premi in denaro per artisti e scrittori in base al portfolio e su borse di studio dedicate alle residenze artistiche.

Tra i saggi proposti, trovano spazio riflessioni non solo sull’identità professionale, ma anche sui contesti della ricerca e della produzione artistica. La curatrice Paz Ponce, fondatrice di ¡n[s]urgênc!as, ripercorre le tracce di alcune esperienze personali emblematiche delle reali opportunità di mobilità per gli artisti, oltre a svelare alcune conseguenze del loro trasferimento in aree urbane in via di rigenerazione. Al tentativo di sfruttamento delle risorse artistiche e “creative” per le politiche di welfare locale, viene opposto il principio di solidarietà tra individui ed organizzazioni nella consapevolezza che, come ogni ecosistema, anche quello dell'arte possa trovare il suo benessere solo nell'equilibrio e nella salute delle sue parti.

Le curatrici Alba Colomo e Lucy Lopez riflettono sull’urgenza che un’organizzazione artistica si doti di un sistema organizzativo e amministrativo coerente con le proprie idee e la propria programmazione cultu-rale. In particolare, si interrogano sulle modalità in cui la pratica femminista, la cura, l’attenzione alla so-stenibilità e alla biodiversità possano radicarsi nelle infrastrutture delle istituzioni e nella gestione del personale e del lavoro, offrendo una risposta alle attuali condizioni di burnout, personale e planetario. 

L'elasticità è la caratteristica richiesta alle organizzazioni culturali, costantemente chiamate ad essere "a-dattive" nei confronti dei progressivi tagli ai finanziamenti, delle direzioni progettuali delle fondazioni che erogano fondi, del territorio, della precarietà lavorativa. La curatrice Anna Santomauro traccia il pro-filo del collettivo Vessel che, nato nel Sud Italia, ha scelto la contronarrazione del proprio contesto di intervento, attraverso la Participatory Action Research, come strumento antagonista di una geopolitica incapace di occuparsi con la dovuta profondità delle migrazioni, delle periferie geografiche e culturali, delle categorie socialmente più fragili.

Carme Sais, Direttrice di Bòlit, Centro d’Arte Contemporanea di Girona, descrive un’efficace occasione di creazione condivisa di protocolli di buone pratiche condotta da diverse istituzioni culturali e artisti entro la cornice di The Spur (2016-2018), un progetto Creative Europe dedicato all’empowerment professionale e alla mobilità internazionale degli artisti. Il progetto si è concluso con la redazione collettiva di un proto-collo di buone pratiche sulle residenze d’artista, un modello di contratto tra l'artista e lo spazio di residenza d’arte e venti modelli di protocolli di azione in più lingue redatti in collaborazione con uno studio di consulenza di gestione culturale e di avvocati con esperienza nel settore artistico, con l’obiettivo di promuovere formule di lavoro più rispettose ed eque per gli artisti, che sono operatori culturali con gli stessi diritti e condizioni individuali (famiglia, esigenze di alloggio, stabilità e sicurezza, ecc.) di qualsiasi altro lavoratore.

Di scarsa rappresentazione all'interno del sistema dell’arte contemporanea racconta l'opera dell’artista Sandrine Nicoletta, Our world has not yet been discovered, un invito a squarciare le nebbie in cui perman-gono molte pratiche artistiche delle donne, delle artiste e degli artisti neri, delle soggettività LGBTQ, per scoprirne tutto il potenziale in termini di apporto alla conoscenza e al bene comune. 
Đejmi Hadrović, con Zhaida is a feminist, intende suggerire nuove forme di rappresentazione per l’identità, il lavoro e il ruolo sociale delle donne balcaniche, che l’immaginario occidentale tende a confi-nare quasi esclusivamente nella cornice di vittime di guerra. L'artista, al contrario, ne rivendica la storia di resistenza e la capacità di incidere sulla politica del proprio paese.
Incontri, interviste e richieste di fondi sono i mezzi utilizzati da Giada Pucci per il progetto Pasti d’Artista, un’azione di sensibilizzazione sulla condizione di precarietà esistenziale ed economica degli artisti, attra-verso la provocazione di dotarli di buoni pasto gratuiti.
L’opera di Valentina Miorandi è un invito a combattere il lavoro intellettuale non pagato o sottostimato. Current status: Zero Wage, opera in realtà aumentata, s’incarica infatti di diffondere i principi del Womanisfesto di W.A.G.E., Working Artists and the Greater Economy. 

L’augurio è che questa raccolta segni solo il fischio d’inizio per un dibattito sempre più strutturato, parteci-pato e continuativo, grazie al quale ci si riesca a riconoscere, soprattutto e finalmente, nella dignità di pro-fessioni indispensabili allo sviluppo sociale, culturale e anche economico delle nostre società.

La pubblicazione si inserisce all’interno di R-set / Tools for cultural workers (www.r-set.it), un progetto sviluppato dall’associazione culturale Impasse che abbiamo attivato nel 2014 per promuovere il confronto pubblico sulle condizioni di lavoro nell’arte contemporanea, sul suo riconoscimento economico e su modelli sostenibili di produzione.
R-set / Tools for cultural workers opera attraverso una piattaforma web, tavoli di confronto e campagne di sensibilizzazione, in collaborazione con enti di formazione, associazioni di promozione sociale e aziende (Politecnico di Torino / Dipartimento di Architettura e Design, Rete al Femminile, Ferrino, Print Club). È tra i progetti vincitori del bando +Risorse della Fondazione CRT e della call Hangar Point di Hangar Piemonte, un servizio di incubazione per le organizzazioni culturali dell’Assessorato alla Cultura e Turismo della Regione Piemonte.

Who's art for?
Art workers against exploitation
di AA.VV.
postmedia books 2019
140 pp. 
testi in inglese e italiano
isbn 9788874902538
16 €
http://www.postmediabooks.it
https://www.ibs.it/who-s-art-for-art-libro-irene-pittatore-nicoletta-daldanise/e/9788874902538
https://www.amazon.it/workers-against-exploitation-italiana-ingle-se/dp/8874902530/ref=sr_1_20?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&keywords=Who%27s+art+for%3F&qid=1574855923&s=books&sr=1-20

Nicoletta Daldanise (1980 Napoli, vive e lavora a Torino) è curatrice d'arte con una particolare attenzione per le pratiche sociali. La sua indagine si rivolge ai contesti urbani e alla ricerca d'identità da parte delle co-munità temporanee o in trasformazione, attraverso progetti collaborativi, ricerche partecipate e scrittura.
www.nicolettadaldanise.com

Irene Pittatore (1979, Torino) è artista e giornalista pubblicista. I suoi progetti, di natura fotografica, per-formativa e relazionale, indagano le complesse relazioni tra arte, genere, economia e sfera pubblica, con particolare attenzione al ruolo dell’artista rispetto al contesto di intervento.
www.irenepittatore.it 

Impasse è un’associazione culturale che opera per includere nuovi attori nei processi e nei contesti di pro-duzione dell’arte contemporanea, coinvolgendo enti formativi, organizzazioni impegnate nell’inclusione sociale e studiosi di campi disciplinari diversi (scienze politiche e sociali, studi di genere, economia, studi urbani). Opera per la tutela del lavoro artistico e culturale (R-set. Tools for cultural workers) e per la promozione della sua dimensione pubblica e politica.
www.associazioneimpasse.org
www.r-set.it

Abstract

Who’s art for? Art workers against exploitation is a book edited by Nicoletta Daldanise and Irene Pittatore (Impasse) that collects works and essays by fifteen artists and researchers dedicated to the exploitation of artistic work and the complex sustainability of practices in the sector.
The book, published by postmedia books, has been realized through an international open call dedicated to the analysis of the most common expressions of a dysfunctional economic system which accepts zero budget exhibitions as a rule, free use of artistic resources within the policies of territorial welfare, little at-tention to the value of a project in terms of social impact and very little support for research.
Emphasis is placed on organisational models, legal safeguards, quality standards in the workplace (see residency programs), the inclusion of vulnerable groups within artistic projects and the transparency of cultural policies. 

 

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