Con un share del 6.3% ,“Generazione Bellezza”, il programma ideato e condotto da Emilio Casalini (che ne parla su questo quarto numero di Letture Lente), andato in onda in prima serata su Rai 3 ogni sera dal 6 al 10 gennaio, ha superato ogni più rosea aspettativa. Dopo Rai 1 e Canale 5 (ma loro giocano un altro campionato – cit. Casalini), è stata la trasmissione più seguita. Non è un caso. La bellezza non è retorica se in grado di avviare e valorizzare nuove forme di participazione civica che sensibilizzano cittadini e famiglie a diventare protagoniste del cambiamento. Diceva Giuseppe Pelli Bencivenni, direttore degli Uffizi nel 1753, “avvicinate i giovani alla bellezza affinchè sappiano specchiarsi, riconoscersi e riprodurla nella vita”. Casalini ha raccontato questa contaminazione virale a 1 milione e mezzo di persone, portando altre migliaia a commentare sui social media e a immaginare di replicare le stesse dinamiche, rileggere il patrimonio e il paesaggio come risorsa in nuovi contesti. È il potere trasformativo della cultura che genera questi risultati, conquistando nuovi pubblici e realizzando al meglio il “mantra” dell’audience-centric development.

Alcuni degli esiti dei fermenti positivi di un decennio che ha preso avvio con una profonda crisi economica, sociale e culturale, sono stati restituiti dai contenuti di questa trasmissione che, di fatto, ci parla di una nuova stagione - ancora “a pointillisme” - di innovazione sociale a base culturale: un moltiplicarsi delle iniziative dal basso, nelle aree urbane, attraversando le periferie, le aree interne e rurali; una profonda trasformazione del DNA delle istituzioni culturali che guarda a un nuovo rapporto con i pubblici e i territori, complice l’innovazione digitale; la necessità di contribuire al radicale ripensamento dei modelli di welfare in corso.  È una cultura che vuole uscire dalle nicchia, per diventare propulsore di cambiamento, rigenerazione e benessere per i più, come ci hanno raccontato autorevoli e giovani firme nei primi tre numeri di Letture Lente

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Il quarto numero di Letture Lente continua e approfondisce le riflessioni e le pratiche che stanno gettando le fondamenta di questa nuova era. Di (un’auspicabile) trasformazione delle istituzioni ci parla Antonio Lampis, in una potente riflessione di evoca un’amministrazione pubblica snella ed efficace, in grado di ritrovare nel buon senso – più che nella certezza del diritto – la sua principale ragion d’essere. 

Di processi di rigenerazione che nascono e si sviluppano dal basso e contribuiscono a nuovi modelli di sviluppo sostenibile ci parlano numerosi autori, da Ciccio Mannino, che recensisce il volume “Comunità che innovano. Prospettive ed esperienze per territori inclusivi” di Tiziana Ciampolini (ed. FrancoAngeli), a Maurizio Carta che ci racconta del percorso di Farm Cultural Park di Favara restituito nella recente pubblicazione “Platform for Change” (ed. Italiana e ING), a Paolo Venturi e Flaviano Zandonai in un contributo sui nuovi modelli di welfare. Anche la Regione Europea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) affronta il tema della relazione virtuosa tra partecipazione culturale e ben-essere offrendoci la prima e più ampia  literature review, con oltre 3000 studi analizzati. La recensione è a cura di Sendy Ghirardi.

Nonostante i cambiamenti in atto, però, le contraddizioni del nostro tempo per certi versi persistono. Flavia Barca ci riporta i risultati di uno studio che mostra la preoccupante mancanza di diversità nei board di 111 organizzazioni culturali non profit, in termini di genere, generazionali e di competenze. Fanno eco a questa riflessione Nicoletta Daldanise e Irene Pittatore con un progetto di ricerca accompagnato da un volume corale qui presentato (“Who’s art for? Art workers against exploitation”, Ed. postmedia books). Di accessibilità universale ci parla Annalisa Cicerchia nella sua illuminante recensione del recente rapporto Istat “Conoscere il mondo della disabilità”, commentando il ruolo della cultura per il benessere delle persone con gravi disabilità e nel contempo mostrando il grande lavoro ancora necessario in direzione di un’accessibilità pienamente inclusiva. 

Come possiamo monitorare transformazioni e progressi? L’UNESCO ha riflettuto a lungo a proposito di cultura e sostenibilità, a livello nazionale e urbano. Ne è venuto fuori “Culture 2030 Indicators” (CI), un quadro di indicatori tematici il cui scopo è misurare e monitorare il contributo che la cultura può offrire all’interno del framework degli obiettivi dello sviluppo sostenibile. Ce ne parla Emanuela Gasca

Le sfide quindi non mancano, come le opportunità: il capacity building delle istituzioni culturali nonché la creazione di solidi ponti tra mondo culturale, sociale ed economico è appena avviato, come emerge anche in base alle esperienze di successo e alle riflessioni che vogliamo sistematizzare in questo spazio pensato per voi operatori, policy maker e ricercatori. Mettere a frutto il potere trasformativo della cultura, convertendo le esperienze epifaniche in una impact vision supportata da un approccio sistematico e sistemico, è l’unico vero modo di ribaltare la prospettiva, uscendo dagli  individualismi e dagli egosistemi per creare ecosistemi, e per lottare contro le diseguaglianze come indicava il neo Direttore della European Cultural Foundation André Wilkens poche settimane fa in questa rubrica. Non ci resta dunque che augurarvi buona lettura, con la stessa dedizione che ci avete mostrato sin dal primo numero. È ciò che più di tutto ci convince della necessità di andare avanti e di arricchire ulteriormente la rubrica, propondovi degli approfondimenti tematici sui temi più caldi, con diversi guest speakers di rilievo. “I tempi siamo noi”: citando S. Agostino, facciamo nostro il pensiero guida adottato da Parma Capitale Italiana della Cultura 2020. Appuntamento a Febbraio.

Catterina Seia e Valentina Montalto

 

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