Photo Credit: Wellcome Collection

Durante la mostra Australia. Storie dagli antipodi (17 dicembre 2019-9 febbraio 2020), a cura di Eugenio Viola, il PAC di Milano ha ospitato un Anger workshop, ovvero un laboratorio sull’espressione della rabbia condotto dall’artista australiano Stuart Ringholt: la rabbia non è letta qui come sentimento individuale ma come marcatore sociale e vettore generativo in quanto veicolo di dissenso, promotore di forme di aggregazione e (paradossale) facilitatore di reciproco riconoscimento.

Non è un bel convivere, certo: ma peggio sarebbe non riconoscere la pervasività di quella rabbia che attraversa le carrozze dei treni, la scelta delle parole, i discorsi alle casse del supermercato. Senza la consapevolezza di questo livello di tensione sociale gli interventi delle istituzioni culturali volti a favorire il dialogo interculturale, se calati dall’alto, episodici o peggio ancora naïf, rischiano di essere paternalistici e, in ultima analisi, controproducenti.

Ho male all’altro

Ascolta come mi batte forte il tuo cuore, si intitolava una poesia di Wisława Szymborska. Ho male all’altro era il titolo di un bel progetto della compagnia di danza contemporanea Abbondanza/Bertoni. Detto in termini più piani, se l’altro sta male io non posso stare bene, a meno di sacrificare una parte vitale di me: quella dell’ascolto.

La dimensione dell’ascolto – dopo l’ubriacatura dello storytelling: raccontare, raccontare, raccontare – sembra una chiave di lettura utile e pertinente per i nostri tempi. Lo ha capito, per esempio, Imagine IC, l’innovativo centro culturale che sorge nella periferia meridionale di Amsterdam, fondato sul ruolo dell’arte contemporanea nel veicolare la memoria e la agency comunitaria: lo scorso novembre, il ventennale del centro è stato festeggiato con un simposio dal titolo significativo Let’s talk listening, parliamo di ascolto.

Lo ha ben capito anche il Museo Egizio di Torino, che fra il 2018 e il 2019 ha attivato tre giornate di confronto intorno al tema Musei e migranti. Gli strumenti per l’incontro, facilitate da ABCittà e co-progettate con l’obiettivo di un ascolto reciproco e integrato calibrato sulla dimensione locale, non di una mera rassegna di “buone pratiche”.

Lo hanno compreso alcune istituzioni-faro come la Wellcome Collection di Londra, un museo e biblioteca dedicato alla storia della medicina e a tutto ciò che riguarda la percezione del corpo lungo le età della vita. Una delle possibili modalità di visita alla mostra in corso fino a gennaio 2020, Misbehaving Bodies, prevede per esempio l’accompagnamento di una “end-of-life doula”, un’operatrice che lavora con i malati terminali. Mettere l’accento sulle preoccupazioni e le sfide che accomunano le persone più che su quello che le individua, spesso grossolanamente: questa la scelta della Wellcome Collection. La dimensione al tempo stesso intima e universale dei temi trattati (la malattia, la perdita, le trasformazioni del corpo, il lutto) viene ben esplicitata nella comunicazione del museo, esemplare per profondità, mancanza di retorica e trasparenza. Entro il grande tema universale si ritagliano poi le differenze, in base alle tradizioni, le credenze, i rituali, le fedi. Ma questo consegue, non precede.

L’ascolto di chi, dunque? Di chi vive in quartiere, come ad Amsterdam. Di chi lavora con l’immigrazione tutte le sue implicazioni, come a Torino. Di chi ha qualcosa di dire sul fine vita e sulla malattia, come a Londra. I confini del metodo interculturale, codificato soprattutto negli anni Ottanta e Novanta in un’Europa ben diversa da quella che viviamo oggi (la Gran Bretagna era considerata un modello di “integrazione”: la Brexit, all’epoca, ci sarebbe sembrata fantascienza), vanno ridefiniti giorno per giorno, oppure rischiano di invecchiare troppo in fretta.

Il metodo interculturale, oggi, è chiamato a togliere enfasi dalla questione della mera “etnicità” – non per negarne l’importanza a livello identitario, ma al contrario per assumere la diversità come dato costitutivo di ogni società – per porla sulla costruzione di un senso comune di appartenenza e sulla creazione di nuovi orizzonti simbolici, spazi pubblici e stanze aperte al confronto.

In che modo il museo può sedere al tavolo di questa discussione? Quale contributo può offrire?

RILEGGERE IL METODO INTERCULTURALE, OGGI

Le sperimentazioni preziose svolte nell’ultimo decennio in termini di relazione fra musei e immigrati, rifugiati, richiedenti asilo, hanno mostrato grandi potenzialità e altrettanti elementi di fragilità, come è normale quando si sperimenta. Se ne è molto scritto e discusso: per esempio sul sito, preziosissimo, di Patrimonio e Intercultura, animato dalla visione pionieristica di Simona Bodo e di Silvia Mascheroni, o il blog Museums and Migration che curo con Maria Vlachou, o molti altri strumenti. Allargando lo sguardo alla questione della rappresentazione dell’“altro”, da cui la migrazione è sussunta, importante è il lavoro di realtà, istituzionali o del tutto indipendenti, che collocano di volta in volta la tensione all’ascolto dentro la questione post-coloniale, quella di genere e queer, quella della disabilità, e altre ancora.

Probabilmente la ridefinizione di un metodo interculturale per i musei, oggi, va cercata in un lavoro di collazione, ricerca, estroversione che studi la produzione musicale e quella performativa, la letteratura e il blogging, le modalità di frequentazione degli spazi pubblici e il clubbing, la glottodidattica e la public history, come fa per esempio la HKW-Haus der Kulturen der Welt di Berlino. Forse non bastano più, e anzi sono fuori sincrono, i progetti dedicati solo ai migranti, solo ai rifugiati, solo ai richiedenti asilo, a segmentare il pubblico e disegnare recinti dentro cui incastrare le identità delle persone (diverso è il caso di progetti che si rivolgono a chi, temporaneamente, si trova in carcere, o in un centro di accoglienza, o in ospedale, e così via).

Non si può prescindere da sperimentazioni intelligenti, che buttino il museo in mezzo allo spazio del pubblico con maggiore radicalità, partendo proprio dall’ascolto. Quando il Museum Rotterdam, per fare un esempio, si è reso conto che di fronte alla sua sede veniva aperto un cantiere edile, ha concordato la collocazione di un prefabbricato di fianco al cantiere, adibito a mensa: i curatori del museo avrebbero pranzato per qualche tempo con i muratori, per lo più bulgari; il museo avrebbe assunto allo scopo una cuoca. Se la missione è quella di essere un museo della città, bisogna davvero andare e incontrare. Chiedere, e ascoltare le risposte.   

Il pluripremiato progetto Multaqa, promosso all’indomani della crisi siriana da cinque musei statali di Berlino (poi adottato dall’Ashmolean di Oxford e oggetto di interesse anche da parte di altre istituzioni internazionali), costituisce nel panorama attuale un punto di riferimento per la valorizzazione delle competenze dei rifugiati che conducono le visite guidate, per l’analisi intersezionale di temi “occidentali” e mediorientali, per l’originalità della proposta. Il mediatore propone e costruisce un percorso basato sulle proprie competenze e interessi, così fugando il rischio di un’ambiguità spesso presente in questo tipo di esperienze: l’attenzione del pubblico va al manufatto o alla biografia del rifugiato? La sostanziale indipendenza di questi percorsi, progettati in partnership con le istituzioni ospitanti ma di fatto autonomi, è un requisito da tutelare.

La questione delle competenze resta un nodo cruciale. Se è vero infatti che il compito educativo del museo consiste proprio nella sollecitazione all’interpretazione individuale, e dunque alla domanda su di sé, è altrettanto vero che la presa di parola è questione non semplice. Dopo anni di innamoramento di una forse fraintesa partecipazione – le didascalie scritte dai bambini (invece che dai curatori), la gamification buona in quanto tale, la chatbot che scaccia la noia in un clic – sembra utile rimettere in primo piano la questione delle competenze, dell’esperienza, della cultura come lungo percorso di sedimentazione, non come facile oggetto di consumismo.

Che Multaqa scelga e valorizzi il discorso di operatori con una formazione specialistica (architetti, mediatori, ingegneri etc.) è una questione di metodo importante. Ciò non significa che, per esempio, nel museo di arte antica possa prendere la parola solo un archeologo, ma vuol dire, nel caso specifico di questo progetto, valorizzare le conoscenze di giovani professionisti che hanno molto da dire sulle opere, e attraverso quelle opere dicono di sé: non viceversa.

Il museo può essere una patria?

Il museo può essere una patria solo se vi trovo qualcosa di utile e buono per me, in un preciso momento della vita. Inutile lamentarsi che “i migranti non vengono al museo”: che cosa si può proporre loro, in modo tale da non chiuderli in un ghetto ma anzi da sparigliare le categorizzazioni banali, creare connessioni personali, accompagnare un pezzo di crescita?

Il museo può essere patria temporanea per tanti: per i caregivers che lavorano nelle abitazioni private o nelle residenze per anziani e che potrebbero trarre grande arricchimento da programmi pensati per loro, negli orari di riposo; per chi aspira all’ottenimento della cittadinanza (come si fa al Tenement Museum e alla New York Historical Society); per gli studenti internazionali e per chi studia l’italiano come L2 (lavorano su questo, per esempio, i Musei Civici di Venezia e il Museo Popoli e Culture di Milano).

Può porsi come “museo di quartiere”, promuovendo una comunicazione a livello locale sul modello delle biblioteche rionali, potentissimo presidio sociale (va in questa direzione, per esempio, la riflessione della Casa Museo Boschi Di Stefano a Milano). Può lavorare sul tema dei pregiudizi e degli stereotipi che accompagnano sempre la diversità, come suggerisce il kit realizzato da ABCittà con il contributo di Fondazione Cariplo nell’ambito del progetto “Museums and Stereotypes”.

LABORATORIO UNIVERSALE

Va proprio nella direzione di aprire alle interpretazioni, e non di ritagliare segmenti di “pubblico immaginario”, la recente esperienza di Fabbriche di Storie-Percorsi narrati alle Gallerie degli Uffizi, un progetto dell’Area Mediazione culturale e Accessibilità a cura di Simona Bodo e Maria Grazia Panigada.

Attraverso una serie di podcast, scritti da cittadini fiorentini italiani e internazionali, di vecchia e nuova generazione, vengono rilette dodici opere della collezione, dalla Primavera di Botticelli alla meno nota Tebaide attribuita al Beato Angelico. I testi, che partono da uno sguardo soggettivo ma non autobiografico, permettono di sostare a lungo dentro le opere, esplorando significati che da soli non avremmo individuato.

Lette nella loro madrelingua dai partecipanti al progetto, e in italiano da attori che hanno messo a disposizione la loro voce (Maria Paiato, Laura Curino, Marco Baliani, Giulia Lazzarini, Marco Paolini e altri), queste interpretazioni costituiscono delle prove tecniche di un “guardare universale” in cui l’idea dell’essere situati nel tempo e nello spazio, e da questo fatto determinati, si scioglie entro una dimensione più larga.

“Laboratorio Universale”: così si chiama il ciclo di conferenze sul tema dell’incontro fra culture e discipline promosso dalle Gallerie degli Uffizi all’interno del palinsesto “Dialoghi d'arte e cultura”, che di “Fabbriche di Storie” è una naturale prosecuzione e potenziale rilancio. È un titolo appropriato, a ricordare da un lato la dimensione della ricerca e della sperimentazione, più che mai imprescindibile; dall’altro la necessità di mantenere sempre una visuale ampia e ambiziosa.

È fondamentale che anche musei con bigliettazioni importanti, enorme afflusso turistico e consolidata reputazione storica producano queste sperimentazioni, assumendole non come episodi ma come espressione di un metodo: il museo diventa così una stanza dentro la città, che vibra delle stesse tensioni –a volte scomode, ma quanto reali – di quella città.

ABSTRACT

Inclusion is a slippery concept: in the end, who includes whom? In a globalized world, who is entitled to welcome others, therefore stressing their “otherness”? We all are “others” to someone, hence our uniqueness as human beings as well as cultural subjects. Museums have always been, since their very birth, the home of the unusual, the diverse, therefore the interesting. Homeliness is not in the museum’s dna. So why are cultural institutions of our times still considering cultural diversity as an issue to deal with, rather than their real drive? While we might anticipate intuitively a few answers, the article tries to describe the status quo, at least as far as the Italian institutions are concerned, in terms of the relationship between museums and the dynamic notion of intercultural dialogue, within a social and communicative framework more and more openly characterized by antisemitism, racism, sexism, to name a few. While no happy ending seems to be in view, cultural institutions have the duty to face any form of discrimination through their tools and choices. The ethical questions concerning equality, social justice and representation are more than ever under scrutiny.

Bibliografia

AA.VV., The Museum Blog Book, MuseumsEtc., Edinburgh-Boston 2017.

S. Bodo, S. Mascheroni, M.G. Panigada, Un patrimonio di storie. La narrazione nei musei, una risorsa per la cittadinanza culturale, Mimesis, Milano 2016.

I non-detti del museo, numero monografico di “Roots§Routes”, a cura di M.C. Ciaccheri e A.C. Cimoli, n. IX, n. 30, maggio-agosto 2019 (online).

G. Farnell (a cura di), Interpreting the Art Museum, MuseumsEtc., Edimburgh-Boston 2015.

R. J. Janes e R. Sandell (a cura di), Museum Activism, Routledge, London-New York 2019.

M. Vlachou (a cura di), The inclusion of migrants and refugees: the role of cultural organisations, Acesso Cultura, Lisboa 2017 (online).

Sitografia

Museums and Migration https://museumsandmigration.wordpress.com/

Patrimonio e Intercultura http://www.patrimonioeintercultura.ismu.org/index.php?lang=1

Kit Museums and Stereotypes (ABCittà con Enrico Giori) https://museumsandstereotypes.org/kit/

 

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