Terra di grande bellezza e di evidenti contraddizioni, Napoli rappresenta un “unicum” tra le dieci città metropolitane nate a seguito dell'introduzione della legge 56/2014, nota come “Legge Delrio”, istituita al fine di promuovere lo sviluppo economico e rilanciare la competitività delle aree interessate da questo nuovo assetto territoriale. La città di Napoli si caratterizza infatti non solo per un tessuto insediativo fittissimo, che la rende la città metropolitana italiana con la più alta densità abitativa, ma anche per la presenza di diffuse condizioni di problematicità e criticità. La “Grande Napoli” - come è stata definita dall'OCSE – risulta essere il quinto sistema urbano in ordine di grandezza in Europa, in cui lo stesso concetto di “perifericità” assume una connotazione particolare, in quanto gli elementi di marginalità si distribuiscono in maniera intermittente all'interno del perimetro cittadino. Riprendendo le parole usate dal primo Rapporto “Giorgio Rota” del Centro Einaudi su Napoli (https://www.rapporto-rota.it/rapporti-su-napoli/2014-ci-vuole-una-terra-per-vedere-il-mare.html), è possibile affermare che “il centro storico, Patrimonio dell'Umanità dell'Unesco, unisce luoghi di immenso prestigio a vere e proprie enclave di abbandono, disagio sociale, criminalità. [...] Questo miscuglio di incuria e bellezza sembra riguardare, per larghi tratti, il centro antico, la platea dei quartieri della città greco-romana e medievale e quelli di espansione del Sedicesimo, Diciassettesimo e Diciottesimo secolo”, tra i quali Stella e San Carlo all'Arena. Proprio questi due quartieri formano la III Municipalità di Napoli, in cui ricade la zona conosciuta con il nome di Rione Sanità, un quartiere densamente popolato (67mila abitanti in 5 kmq), con poche infrastrutture e precarie condizioni socio-economiche che lo hanno reso a lungo un simbolo del degrado di Napoli, dove abbandono scolastico, disoccupazione, povertà e micro-criminalità hanno contribuito ad alimentare il circolo vizioso dell'esclusione sociale e culturale.

Costruire fiducia

È in questo specifico contesto territoriale che opera dal 2014, anno della sua costituzione, la Fondazione di Comunità San Gennaro (http://www.fondazionesangennaro.org/), un ente del Terzo Settore che ha saputo offrire agli abitanti del quartiere un'occasione di riscatto a partire dalle risorse presenti nella propria comunità di riferimento. Attore fondamentale del sistema italiano della filantropia istituzionale, le Fondazioni di Comunità si distinguono nel panorama degli enti filantropici per il loro forte radicamento territoriale e per agire a livello locale attraverso asset locali, attivando capacità e costruendo relazioni fiduciare destinate a durare nel tempo. L'esperienza della Fondazione di Comunità San Gennaro rappresenta oggi un caso paradigmatico, che ha saputo innescare un processo virtuoso di rigenerazione dal basso a base culturale in un ambito territoriale caratterizzato da una pervasiva marginalità, grazie al lavoro congiunto dei soci fondatori (tra cui figurano parrocchie, enti del Terzo Settore, commercianti e imprese profit, fondazioni di Napoli e Milano, quali: comunità parrocchiali di Santa Maria e San Severo alla Sanità, Associazione “L’Altra Napoli Onlus – Associazione Napoletani Dentro”, Fondazione Pasquale di Costanzo, Fondazione Grimaldi, Caronte & Tourist S.p.A., Feudi di San Gregorio, Associazione Co-Operazione San Gennaro, Rete San Gennaro degli imprenditori del Rione, Fondazione Vismara, Fondazione Alberto e Franca Riva, Famiglia Buonafede, Fondazione De Balde) e al fondamentale contributo di Fondazione Con il Sud che ne ha permesso la nascita e il successivo consolidamento.

Nel ripercorrere le tappe principali di tale percorso, Mario Cappella, Direttore della Fondazione, ricorda come tutto ebbe inizio ormai venti anni fa con l'arrivo alla Sanità di Padre Antonio Loffredo, il quale dedica i primi anni di attività presso la parrocchia di Santa Maria alla Sanità a studiare il contesto di riferimento e a farsi accettare dalla popolazione locale, abituata a un'alta volatilità delle istituzioni e dei loro rappresentanti, notando fin da subito due peculiarità: “il forte isolamento del quartiere – i residenti tendevano a non uscire dal quartiere e allo stesso tempo gli abitanti di altre zone di Napoli preferivano non entrare alla Sanità – e il fatto che questo isolamento avesse permesso di mantenere in buono stato di conservazione sia i beni culturali sia le tradizioni nel corso degli anni. Quindi Padre Antonio inizia a lavorare su queste due elementi, sia stimolando i ragazzi ad uscire dal quartiere per esperienze di studio e di lavoro, sia ponendosi il problema di come fare entrare gli altri nel quartiere attraverso la valorizzazione di un ricco patrimonio culturale”.

Il valore aggiunto del fattore “comunità”

“E così dopo i primi interventi si è aperta una riflessione su come si potessero potenziare le esperienze esistenti, su come crearne di nuove e soprattutto su come non dover dipendere dal politico di turno o dall'ente pubblico di passaggio, nella convinzione che da soli non si potesse andare lontano. Pertanto la Fondazione di Comunità come ente preposto allo sviluppo di processi e di relazioni di una comunità territoriale ci è sembrato lo strumento ideale per raggiungere i nostri obiettivi” e puntare sul valore della prossimità. “Noi come Fondazione di Comunità ci sentiamo – uso un'espressione forte in cui credo molto – un operatore pubblico al pari del Comune o della Regione e come loro abbiamo un interesse nel bene della collettività”. A questo proposito Mario Cappella sottolinea come “molti pensano che lavorare sulla comunità, sulla costruzione delle relazioni, sia uno dei vari ambiti su cui si possa lavorare. Invece si tratta di un'infrastruttura sociale vera e propria. Questo è stato uno degli errori dello sviluppo dell'Italia negli ultimi anni, anzi negli ultimi decenni, in quanto si pensava che per la crescita di un territorio ci dovessero essere prima di tutto l'infrastruttura economica, l'infrastruttura viaria e delle reti di comunicazione e solo in un secondo momento – in presenza di avanzi economici – si potesse lavorare anche sulla creazione di reti e di infrastrutture assistenziali. Quando costruisci una relazione fiduciara forte in un territorio si vede: tutto quello che facciamo è possibile farlo perché c'è una rete del Terzo Settore, c'è una rete cittadina, c'è una rete dei commercianti, c'è la nostra Municipalità e tutti insieme riusciamo a fare delle cose. Quindi questo è il valore aggiunto di tutto ciò che facciamo ed è pure, a volte, la causa della nostra lentezza nel fare le cose, perché noi come Fondazione non decidiamo nulla da soli. Questo è il nostro punto di debolezza e il nostro punto di forza. Mi spiego. La cosa più semplice e più rapida è che una persona sola decida e subito si attiva il processo. La cosa più lenta, invece, è cercare di coinvolgere tutta la comunità affinché il processo sia assimilato e sia duraturo”.

La bellezza fa crescere le persone

È quanto accaduto, ad esempio, attraverso il processo di riqualificazione di due piazze abbastanza centrali del quartiere che versavano in condizioni di degrado e che sono state ripensate come “un luogo di incontro, di comunità, come una stanza a cielo aperto”, grazie a un percorso di progettazione partecipata che “mettesse l'arte al servizio dei cittadini. In Piazza Totò, per esempio, abbiamo chiamato il Maestro G. Desiato che aveva vinto un bando di idee nel 1996 con la realizzazione di una statua, di un monumento dedicato a Totò. Questo monumento è bellissimo perché non è una statua piena, ma una sagoma vuota. Quindi ogni cittadino, ogni persona che passa dalla piazza può non solo infilarsi dentro e giocare con la sagoma, ma trasmette anche il messaggio che Totò è presente in ognuno di noi, perché in ognuno di noi c'è un attore, c'è un comico, c'è un artista e così via”. Un percorso che ha coinvolto non solo i docenti e gli studenti della Facoltà di Architettura ma anche gli abitanti del quartiere e che si è concluso con “una sorta di riunione di condominio nella parrocchia, aperta alla cittadinanza, per decidere tra le tre, quattro proposte che erano emerse quale fosse la scelta definitiva. Ed è andata così bene che non solo non ci sono stati atti di vandalismo nell'abbattere gli alberi, cosa che da noi era abbastanza comune e frequente, ma anzi soprattutto durante i primi mesi le persone che abitano al piano terra innaffiavano le piante e si prendevano cura delle panchine”, che sono state posizionate seguendo i lati di un quadrato per consentire il dialogo tra le persone che sono sedute in piazza.

Dal racconto di Mario Cappella emerge in maniera chiara il principio cardine che guida l'operato della Fondazione di Comunità San Gennaro, ossia “la convinzione di fondo che la bellezza fa crescere le persone. Se ci fai caso tutte le situazioni di povertà vengono inserite in un contesto, anche urbano, squallido. E come se la società arrivasse a convincere le persone che non valgono, che sono brutte e quindi devono vivere in un posto brutto. Invece la cultura e la bellezza devono essere al servizio della gente comune”, devono tradursi in energie funzionali a produrre una visione di lungo periodo, più giusta ed equa di futuro e di società.

Rendere i giovani protagonisti

Un obiettivo tanto necessario quanto non facile da raggiungere in un contesto in cui l'analisi dei bisogni della comunità ha portato all'identificazione di due punti deboli principali, che rappresentano anche due importanti ambiti di intervento della Fondazione San Gennaro: l'assenza del protagonismo dei giovani e la povertà educativa. Quest’ultima in particolare si traduce in un alto tasso di abbandono scolastico – sopratutto tra i ragazzi dai 14 ai 16 anni – e in un conseguente basso livello di istruzione della popolazione residente. “Rispetto al primo aspetto, uno dei primi interventi è stato quello di adibire una delle chiese del quartiere a teatro, dando da subito ai giovani coinvolti nel progetto la responsabilità della gestione di quel bene. Rispetto alla povertà educativa, invece, è stato possibile osservare che i pochi agenti educativi presenti in un territorio spesso lavorano in modo autonomo e frazionato. Quindi abbiamo immaginato di creare – racconta Cappella usando un'immagine forte – un unico centro educativo. Per cui abbiamo attivato, ed è ancora in essere, un protocollo di intesa stabile tra le scuole del territorio e le agenzie educative del quartiere, quali dopo-scuola, centri aggregativi, laboratori, in modo che per ogni ragazzo che accede a uno qualsiasi di questi servizi ci sia una presa in carico globale. Poi abbiamo rivolto l'attenzione anche ai ragazzi che erano al di fuori dei circuiti scolastici. Per cui abbiamo mandato due operatori direttamente in strada ad ascoltare i ragazzi. Da questo processo di ascolto è emersa l'esigenza, il bisogno della boxe, della boxe come strumento educativo. E allora abbiamo attivato la boxe ma abbiamo messo un paletto, ossia abbiamo detto loro che eravamo disposti a far partire un corso di boxe a patto che gli istruttori fossero dei poliziotti, e oggi grazie alla collaborazione della Polizia abbiamo a disposizione gli istruttori delle Fiamme Oro”.

Ascoltare il territorio

Nonostante l'attivazione di queste iniziative, Mario Cappella pone in evidenza il fatto che esiste “una frangia di ragazzi che non riusciamo a raggiungere neanche con la boxe”. Per questo diviene fondamentale ascoltare chi è sul territorio per capire i bisogni, codificarli insieme agli stakeholder o ai partner di progetto e individuare con l'aiuto di esperti delle possibili risposte, capaci di offrire soluzioni concrete alle esigenze emerse. Nel descrivere il modello operativo adottato dalla Fondazione di Comunità San Gennaro, il Direttore sottolinea che “non ci sono interventi decisi dall'alto, ma vengono fatte delle riunioni periodiche da cui emergono i bisogni della comunità” e cita un caso concreto che si è manifestato a seguito dell'analisi delle risposte raccolte attraverso un questionario, che viene somministrato ai ragazzi che cercano lavoro. Mario Cappella evidenzia come “alla domanda 'cosa sai fare?', la risposta più frequente è 'niente'. Quindi cosa manca? Manca la formazione. E allora abbiamo elaborato un percorso di costruzione di competenze e abbiamo coinvolto i Salesiani che sono un'eccellenza, la Fondazione Cometa come esperienza modello di Como e la Fondazione Riva di Milano, nostra socia, per realizzare dei corsi di Istruzione Formazione Professionale per operatori meccanici e operatori di logistica, coinvolgendo fin da subito aziende importanti come FCA, l'Aeroporto di Capodichino, Grimaldi Lines e così via. E, grazie soprattutto alla Fondazione Riva, abbiamo ristrutturato uno dei beni dei Salesiani, rendendolo un piccolo campus americano tutto in vetro con giardini, dotato di alta tecnologia. Quindi a partire da un bisogno concreto abbiamo ragionato su come potevamo rispondere a questa mancanza”.

La forza generativa di un'esperienza a base culturale

La profonda conoscenza del territorio e delle sue risorse è, non a caso, una delle caratteristiche distintive di una Fondazione di Comunità, che decide di chiamare a raccolta l'insieme delle relazioni, valori, competenze e rapporti di fiducia presenti in uno specifico ambito territoriale per migliorare le condizioni di vita di quello stesso contesto di riferimento. Nel perseguire tale obiettivo, le attività della Cooperativa La Paranza e la valorizzazione delle Catacombe di San Gennaro e di San Gaudioso sono forse l'azione più nota al grande pubblico tra quelle messe in campo già prima della nascita della Fondazione di Comunità San Gennaro (come è stato mostrato egregiamente dal giornalista Emilio Casalini durante la seconda puntata del suo programma “GenerAzione Bellezza”, andato in onda sulla terza rete RAI dal 6 al 10 gennaio), che continua a realizzare numerose iniziative di valorizzazione dal basso,  meno conosciute ma altrettanto importanti per le loro ricadute positive.

Tra queste, il Direttore Mario Cappella ricorda un progetto recente curato da Luca Iavarone che ha coinvolto l'artista Jago, il quale ha realizzato una scultura in marmo, denominata “Il figlio velato”, che è stata posta in una delle chiese secondarie del quartiere, la Chiesa di San Severo fuori le mura: “speriamo che quest'opera diventi un ulteriore veicolo di flussi turistici per far conoscere anche quest'altro pezzettino della Sanità. Inoltre, stiamo restaurando la Chiesa delle Fontanelle, che si trova davanti al Cimitero delle Fontanelle, per provare a valorizzare ulteriormente questo cimitero che è famosissimo, però non è gestito bene dal Comune di Napoli”. Un processo che mira non soltanto ad aumentare l'attrattività turistica dello straordinario patrimonio storico-artistico che ha sede nella Sanità, ma anche a rafforzare la crescita del capitale umano, come dimostra l'esperienza della “Sanitasamble” che si ispira al modello “El Sistema”, ideato in Venezuela dal Maestro José Antonio Abreu per promuove la pratica collettiva musicale come mezzo di organizzazione e sviluppo della comunità in aree e contesti sociali difficili, e che conta oggi oltre 80 giovani del quartiere, tra bambini, adolescenti e giovani adulti dai 7 ai 24 anni. Una gamma di azioni altamente variegata (come già metteva in luce Maria Elena Santagati nel suo affondo per Il Giornale delle Fondazioni) a cui si è aggiunta recentemente anche la nascita del marchio editoriale Edizioni San Gennaro. In un Paese come l'Italia tristemente noto per il suo basso tasso di lettori e in un momento di forte crisi per il settore dell'editoria, la Fondazione San Gennaro ha deciso di provare a “valorizzare sia i suoi beni culturali sia le storie di sofferenza della Sanità, attraverso una delle due linee editoriali che si chiama 'Pietre di scarto'”. Sempre nell'ambito della promozione della lettura, la Fondazione sta creando anche una biblioteca a domicilio: “abbiamo avuto in dono da un fondo cinque, sei mila volumi per bambini e ragazzi fino ai 16, 17 anni e ci sono dei volontari che portano i libri presso i centri di aggregazione, le case famiglia, ma anche presso le abitazioni private delle persone che ne fanno richiesta”.

Un impatto sociale tangibile e non estemporaneo

Per rendere tangibile l'impatto sociale generato dai progetti finora realizzati, oltre a citare il risultato eccezionale raggiunto dalle Catacombe di San Gennaro, che hanno saputo esercitare uno straordinario potere attrattivo, passando da cinque mila a 160mila visitatori nell'arco di dieci anni, Mario Cappella sceglie di raccontare due episodi per lui particolarmente significativi. “Quando abbiamo aperto il B&B Casa del Monacone, è capitato che ci chiamavano i turisti dall'aeroporto o dalla stazione e ci dicevano 'ok, siamo arrivati, ci date l'indirizzo così prendiamo un taxi e veniamo lì'. A volte dopo un'ora i turisti non arrivavano, e noi iniziavamo a chiederci cosa fosse successo. Così richiamavamo e loro dicevano 'veramente i tassisti ci hanno terrorizzato, hanno detto ma siete pazzi, dove andate, quello è un quartiere terribile e ci hanno dirottato verso altre zone'. Oggi, siccome quando i turisti visitano le Catacombe di San Gennaro c'è un brevissimo questionario con alcune domande tra cui 'come siete venuti a conoscenza del quartiere?', molti rispondono 'ce l'hanno consigliato i tassisti'. Ecco, per me questo è un primo segnale di impatto positivo. Il secondo è che mentre in tutta Napoli ormai c'è un trenta, quaranta per cento di esercizi commerciali chiusi, o in cerca di affittuari, da noi trovare un buco per aprire un'attività commerciale è complicato. Quindi questo è un altro segnale, un altro indicatore di impatto positivo all'interno del quartiere”. Nonostante l'ottimo riscontro che sta ricevendo l'azione generativa innescata dalle molteplici attività in cui la Fondazione è quotidianamente impegnata sul territorio, Mario Cappella preferisce non usare la parola “modello”, in quanto questo concetto sembra instaurare una distanza, “è come se ti mettesse su un piedistallo. Come io vado in giro a vedere come operano gli altri per imparare e per portare sul mio territorio delle modalità, delle esperienze e delle competenze, anche noi siamo aperti nel dire agli altri venite a vedere come lavoriamo, prendetevi quello che c'è di buono, magari ci aiutate a migliorare a partire dai nostri errori e così andiamo avanti insieme. Essere un modello mi sembra sempre come se fosse una cosa cristallizzata, invece noi continuiamo a sbagliare. Ciò che possiamo dire è che è meglio fare le cose più lentamente ma insieme, che più velocemente da soli, imparando a lavorare insieme. Questo è anche il principio per cui, da subito, abbiamo aderito ad Assifero (Associazione Italiana delle Fondazioni ed Enti della Filantropia Istituzionale), che per noi rappresenta la grande casa dentro la quale ci confrontiamo con altri enti simili a noi”.

Sfide future

Pensando alle sfide attuali e prospettiche, il desiderio della Fondazione di Comunità San Gennaro è quello di provare da un lato a mettere a sistema quanto è stato fatto durante questi primi cinque anni di sperimentazione al fine di renderlo un processo continuo e stabile. Dall'altro, lavorare sullo sviluppo e l'innovazione, aiutando i giovani della Sanità a far partire le loro attività imprenditoriali. Il tutto senza dimenticare la dimensione locale che caratterizza il lavoro di una Fondazione di Comunità. Per questo Mario Cappella ci tiene a sottolineare che “siccome non siamo ancora riusciti a coinvolgere tutto il quartiere, in quanto abbiamo attivato una politica dei cerchi concentrici - siamo partiti quando eravamo giovanissimi dal nucleo immediatamente fuori la parrocchia e poi dopo ci siamo allargati al cuore centrale – adesso vorremmo coinvolgere sempre di più le zone periferiche per attivare una rigenerazione dal basso anche in quest'ultimo pezzo del quartiere”. E noi, quali semplici testimoni di quello che è stato più volte definito come “il miracolo della Sanità”, non possiamo che augurare loro buon lavoro nella convinzione che la cura del bello e la cultura del dono, della partecipazione e della responsabilità sapranno trasformare il Rione Sanità in un motivo di orgoglio non soltanto per i suoi abitanti, ma per tutti coloro che avranno la fortuna di viverlo e di attraversare le sue strade anche solo per un giorno.

Abstract

Fondazione di Comunità San Gennaro is one of the forty community foundations active in Italy. Established in 2014, it operates in an urban area known as “Rione Sanità”, in the historic centre of Naples, in a context of extreme poverty and social exclusion. Investing on the regenerative power of culture, Fondazione di Comunità San Gennaro is using the arts and the magnificent artistic heritage of its neighbourhood to transform a symbolic place of degradation into one of the most popular tourist attractions of the city of Naples. As pointed out by Mario Cappella, the Director of the Foundation, “beauty can empower the people and for this reason culture and the arts must be at the service of ordinary people”. Thanks to a variety of projects and initiatives, mostly realised through a participative approach that involves the citizens of the neighbourhood as a crucial asset, the Foundation represents a real platform for social change and innovation.

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