“Va ribadito che la Convenzione di Faro non determina nessuna sostituzione o cancellazione delle norme vigenti in Italia, anzi si affiancherà - anche la definizione di patrimonio culturale - alle tante definizioni che ci sono; ma soprattutto non crea nessun problema rispetto alle definizioni che sono stabilite nel nostro ordinamento dal Codice dei Beni culturali”. Lo ha detto il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, in audizione in commissione Esteri della Camera sulla Convenzione di Faro. “Spero che la Camera la approvi definitivamente allineandoci in ritardo con i 19 paesi che l’hanno già fatto”. 

“Il percorso di ratifica è andato lentissimo inspiegabilmente – ha sottolineato il titolare del Collegio Romano – il tema si è perso nei percorsi delle diverse legislature. Ora siamo all’ultimo passaggio dopo l’approvazione del Senato e se ci sono dei dubbi vanno sgombrati perché non ci deve esser nessuna paura di importare una definizione sovranazionale di patrimonio culturale, che verrebbe accolta nel nostro ordinamento senza cancellare ma anzi integrandosi con tutte le definizioni già esistenti. 

“Non sono poi fondate le preoccupazioni che possa andare in contrasto con il Codice o danneggiare le professioni più tradizionali, perché semmai si aggiungono professioni nuove. Il principio della partecipazione attiva, inoltre, è in linea con quello che da tempo si cerca di fare, ovvero l’apertura del privato, il coinvolgimento delle comunità di cittadini, nella gestione dei siti in un’integrazione pubblico-provato, che abbiamo anche cercato di sviluppare negli ultimi anni”. 

La Convenzione di Faro, ricorda Franceschini, “è partita il 27 ottobre 2005 ed era il frutto dei ragionamenti della comunità internazionale dopo la guerra nell’ex Jugoslavia. Ci sono quattro elementi che ad avviso del governo rafforzano le misure di tutela, valorizzazione e fruizione del patrimonio culturale: c’è una nozione molto ampia di patrimonio culturale sia sulla parte materiale che sulla parte immateriale; è posta attenzione non solo al patrimonio ma anche alla collettività, che deve fruire del patrimonio, secondo la logica dell’introduzione dell’idea di un diritto al patrimonio culturale; terzo punto è l’idea di comunità formate attorno ad un patrimonio e di una loro partecipazione attiva nel prendersi cura del patrimonio, che in buona parte è un pezzo dell’identità locali; c’è poi lo sforzo di andare verso la costruzione dell’idea di un patrimonio culturale europeo”. 

“Tutti elementi che sono in linea con quello che Italia sta facendo da anni sul tema del patrimonio culturale con una sostanziale continuità dei governi di diverso colore che si sono succeduti alla guida del paese: nessuno ha mai messo in discussione il nostro ruolo di leadership di tutela di patrimonio culturale del paese”. 

 

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