Mantova, Pistoia, Palermo, Parma… dal 2016 ad oggi il progetto Capitale italiana della cultura, che nasce dalla riproduzione del formato europeo, ha conosciuto nel tempo una forte evoluzione, trasformandosi da incentivo alla creazione di condizioni per l’attrattività turistico-culturale ad incentivo per il rilancio di  politiche integrate, a base culturale, per lo sviluppo del territorio.

L’idea di orientare la politica e le istituzioni culturali ad acquisire un ruolo crescente - e una corrispondente responsabilità - nei processi di sviluppo e rigenerazione dei territori ha preso forma dal convergere di evidenze e riflessioni di diversa origine.

– Vi è la crescente consapevolezza del ruolo della cultura nei processi di sviluppo e resilienza economica. Si tratta di un tema estremamente complesso che in questa sede può essere solo accennato nei suoi capi estremi. Amartya Sen ha indicato l’importanza della diffusione di capacità cognitive ed operative come prerequisito per il funzionamento di interventi orientati ad incentivare lo sviluppo e l’uscita dalla povertà1. La mancanza di capacità culturali e politiche basilari (accesso a forme di autorappresentazione, di rappresentanza, di comprensione) sarebbe infatti esiziale per la capacità di attivare reazioni positive ad incentivi allo sviluppo e all’imprenditorialità (microcrediti, sostegni, spazi ecc.)2. Su altri fronti la cultura, intesa in senso lato come capacità di operare simbolicamente e riflessivamente nella produzione di oggetti, stili, immaginari e di visioni, è stata posta al centro dei processi di sviluppo urbano e della costruzione di scene creative di produzione e consumo3. Ancora, la cultura, intesa come capacità di relazione interpersonale e di rete, sembra segnare la differenza tra comunità capaci di reagire in modo resiliente a bruschi cambiamenti ambientali e comunità che invece vengono travolte e disperse4.

– Gli studi critici sul patrimonio culturale e sulla sua gestione hanno spostato la definizione di patrimonio culturale ponendone in evidenza la multidimensionalità e la complessità. In modo significativo la Convenzione di Faro nomina le “comunità di eredità”, come gruppi di persone che attribuiscono valore a specifici aspetti del patrimonio culturale e agiscono per sostenerlo e trasmetterlo alle future generazioni5. La convenzione suggerisce quindi che il patrimonio culturale, più che un insieme di oggetti definito istituzionalmente, è un processo definito dalle comunità che lo interpretano, un processo influenzato da molti diversi portatori di interesse che possiedono agenzie nella relazione con esso e con la sua gestione. Estremizzando, possiamo dire che il “patrimonio culturale” è definibile come una “pratica”, che include oggetti, credenze e narrative, potenzialmente anche dissonanti, elaborate e mediate socialmente, strutturate spesso, ma non sempre e necessariamente, sul piano istituzionale, e assunte come elementi centrali per il senso dell’esistenza, l’identità personale e collettiva, per la rappresentazione dei valori di una comunità e delle sotto-componenti che la costituiscono.

– Le evidenze più recenti riguardanti l’economia delle città di piccole e medie dimensioni sottolineano le crescenti difficoltà a reggere il confronto con le trasformazioni economiche globali, che vedono il primato delle grandi agglomerazioni urbane. Una difficoltà resa ancora più sensibile nel caso di città d’arte, caratterizzate da una intensa diffusione del patrimonio culturale e da costose esigenze di manutenzione, conservazione e tutela. Tali costi sono sopportati perlopiù dalla comunità dei residenti, sovente caratterizzata da fenomeni di invecchiamento, stasi e riduzione delle risorse disponibili. Non sempre e non necessariamente le città caratterizzate da un denso e stratificato patrimonio artistico riescono a partecipare in modo non subalterno ai processi di modernizzazione globale. In molti casi le esigenze di conservazione si saldano all’attrattività turistica creando coalizioni di interessi che limitano l’orizzonte di sviluppo creativo della città.

– Riguardo a questo punto è rilevante riconoscere che il turismo culturale, soprattutto quando assume intensità significative e diventa un fenomeno di massa, è un alleato pericoloso per i territori. Certamente produce importanti incrementi di domanda e forme di attivazione urbana, ma è nella maggior parte dei casi concentrato su poche destinazioni principali e produce attorno ad esse rendite di posizione “logistiche” che catturano e privatizzano i redditi, mentre in costi (pulizie, acqua, inquinamento ecc.)  vengono per lo più socializzati. L’effetto combinato della privatizzazione in rendita dei benefici e della socializzazione dei costi è inflattivo e incentiva l’abbandono dei centri storici e la standardizzazione delle offerte6. Questo significa che il turismo culturale deve essere perseguito, ma anche attentamente gestito come parte di sistemi ampi e coordinati di gestione del territorio, della cultura, delle città che includono anche la formazione di competenze, la ri-localizzazione di attività locali nei percorsi frequentati dal turismo, la negoziazione con i gestori dei flussi turistici per l’allungamento, il rallentamento e la pedonalizzazione dei percorsi. 

Il complesso di queste quattro evidenze sottolinea la necessità che la gestione del patrimonio culturale e quindi le istituzioni ad essa preposte, si organizzino in modo da:

  • mantenere, conservare e incrementare il patrimonio e la consapevolezza del patrimonio tramite azioni pianificate di ricerca, conservazione, dialogo e inclusione;
  • attrarre turismo culturale in modo da diffondere opportunità, intervenendo direttamente sulla gestione delle destinazioni per estendere il fronte dell’accessibilità;
  • cooperare con il tessuto istituzionale per formare capacità di base e supporti logistici necessari per accedere alle opportunità da parte della comunità;
  • formare e sostenere le capacità creative e di produzione di oggetti e immaginari da parte dei soggetti privati e pubblici del territorio;
  • incentivare le capacità di relazione, di intersezione, di inclusione tra i diversi ambienti sociali della comunità.

Tutti questi obiettivi certamente implicano un cambiamento nella rappresentazione concettuale di ciò che tradizionalmente è stata la “politica culturale”. Allo stesso modo essi suggeriscono un ripensamento di compiti e strutture delle istituzioni culturali. Ma certamente essi non determinano una “distrazione” rispetto alle missioni originarie della cultura. Al contrario, essi discendono dalla fiducia che il rapporto con il patrimonio culturale, leggi con la storia, nelle sue diverse componenti, può e deve diventare più generoso, fonte di ispirazione collettiva, di creatività e di trasformazione individuale e sociale. Sappiamo tutti che l’identità, intesa come forma di rappresentazione simbolica delle collettività, possiede luci ed ombre. È strumento di “dignificazione”, ma anche di esclusione, bandiera per un rilancio delle energie sociali, ma anche alibi per non cambiare. La differenza è data dai modi, dalla concretezza dei processi che si incardinano nel lavoro specifico delle istituzioni culturali.

Ma è altrettanto chiaro che questo lavoro NON può essere svolto individualmente. È piuttosto e necessariamente il risultato di una attivazione complessiva del territorio che non può essere compiuta senza adeguati livelli di integrazione gestionale e politica.

Queste sono le ragioni di Capitale italiana della cultura: dare vita a pratiche di relazione al patrimonio, ad una gestione dei processi di formazione collettiva del patrimonio basata sull’evidenza che il patrimonio è una entità dinamica che si compone di riconoscimenti e abbandoni, un processo a cui le istituzioni partecipano assieme alla comunità territoriale e alle diverse componenti che convivono, talvolta in modo dissonante, al suo interno.

Due sono i corollari quasi ovviamente discendenti da questa impostazione.

Il primo riguarda il fatto che al concorso è importante partecipare più ancora che vincere. Sembra una frase meramente e superficialmente retorica, ma è la verità. Casi virtuosi, tra cui si può annoverare Settimo Torinese, Casale Monferrato, Recanati, Comacchio, ma ce ne sono certamente molti altri, pur non avendo avuto la soddisfazione del premio e della notorietà che ne consegue, hanno tratto linfa e capacità dall’esperienza consortile, in alcuni casi comunitaria, di preparazione del dossier.

Il secondo riguarda la necessità di superare, sul piano regolativo e direi anche culturale, la separazione tra gestione pubblica e gestione privata del patrimonio e della cultura. La modalità con cui prima la legge Ronchey e poi il Testo Unico (in particolare con gli articoli 112, 115 e 117)  hanno impostato la questione di fatto impedendo di instaurare meccanismi di legittimazione pubblica ad organismi di diritto privato (e imponendo fortissimi vincoli pubblicistici agli istituti già creati in questa prospettiva come l’Egizio di Torino), ha posto la cultura in una posizione molto diversa e impoverita rispetto ad altri settori dalla sanità all’energia (caratterizzati da politiche di convenzionamento). Questo non significa che questi ultimi ambiti siano in situazione edenica, ma certamente hanno saputo esprimere realtà esemplari di buona gestione e crescita istituzionale privatistica, svolta nell’interesse del pubblico.

Il progetto Capitale italiana della cultura è parte quindi di una tendenza alla responsabilità, all’inclusione, alla coralità organizzativa che può fare la differenza per il futuro di una cultura intesa come patrimonio vivente, attivo, generoso, pubblico.

Abstract

Mantua, Pistoia, Palermo, Parma... from 2016 on the Italian capital of culture project, which was born from the reproduction of the European Capital of Culture format, has undergone a strong evolution. Initiated as an incentive to boost tourism attractiveness, it has become an incentive to design integrated, culturally based policies for the development of the territory. The Italian capital of culture project is therefore part of a tendency towards responsibility, inclusion, and organisational chorality that can make the difference for the future of culture, intended as a living, active and generous public heritage.


1 Sen A., “How Does Culture Matter?”, in Rao V., Walton M. (eds.), Culture and Public Action, Stanford, CA: Stanford University Press, 2004, pp. 37–58.

2 Si veda anche De Soto H., The Mystery of Capital: Why Capitalism Triumphs in the West and Fails Everywhere Else, New York: Basic Books, 2000.

3 Negli ultimi vent’anni il tema ha dato forma ad un filone di studi e di politiche estremamente articolato che in questa sede può essere rappresentato solo parzialmente. Cfr. Bailey C., Miles S., Stark P., “Culture-Led Urban Regeneration and the Revitalisation of Identities in Newcastle, Gateshead and the North East of England”, International Journal of Cultural Policy, 10:1, 2004, pp.47–65; Bell M., Jayne M., “’Design-led’ Urban Regeneration: A Critical Perspective”, Local Economy, 18:2, 2003, pp. 121–134; Bianchini F., “Cultural planning and creative urban stategies”, in Streetwise, 11:2, 2000; Bianchini F., Fisher M., Montgomery J., Worpole K., City Centre, City Culture: The role of the arts in the revitalisation of towns and cities, Manchester: CLES, 1988; Bianchini F., Parkinson M. (eds.), Cultural Policy and Urban Regeneration: The West European Experience, Manchester: Manchester University Press, 1994; Brooks A.C., Kushner R.J., “Cultural district and urban development”, International Journal of Arts Management. 3:2, 2001, pp. 4-15; Clark T.N. (ed.), Research in Urban Policy: Vol. 9. The City as an Entertainment Machine, Oxford: Elsevier, 2004; OECD, Competitive Cities. A New Entrepreneurial Paradigm In Spatial Development, OECD Publishing, 2007; Florida R., The Rise of the Creative Class: and How it’s Transforming Work, Leisure, Community and Everyday Life, New York: Basic Books, 2002; Pratt A.C., “Cultural industries and public policy: An oxymoron?”, International Journal of Cultural Policy, 11, 2005, pp. 31–44; Pratt, A.C. “Creative cities: the cultural industries and the creative class”, Geografiska Annaler,  Series B - Human geography, 90:2, 2008, pp. 107-117; Pratt A.C., “Locating the cultural economy”, in H. Anheier and Y.R. Isar, The Cultural Economy: Cultures and Globalisation Series.. London: Sage, 2008, pp. 42-51; Pratt A.C., “Creative cities: tensions within and between social, cultural and economic development. A critical reading of the UK experience”, City, Culture and Society, 1:1, 2010, pp. 13-20;P.L.Sacco, G.Ferilli, G.Tavano Blessi, Culture, Cities and Creative Hubs: From the Instrumental  to the Functional  Value of Culture in Contemporary Local Development, in L. Fusco Girard e P. Nijkamp, Sustainable and Creative Cities, Ashgate, Farnham, 2011.

4 Safford S., Why the garden club couldn’t save Youngstown. The transformation of the belt rush, Cambridge, MA: Harvard University Press, 2009.

5 Articolo 2, Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore dell’eredità culturale per la società, Faro, 2005.

6 Baia Curioni S., Equi Pierazzini M., “Città, Laghi e Culture. Politiche culturali e politiche urbane a confronto in Europa”, in Il capitale Città, Como: Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura di Como, 2014, pp. 63-94.

 

 

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