Le relazioni tra grandi eventi e trasformazione urbana sono state sempre controverse e non univoche. Per alcune città, gli eventi sono stati solo una seducente droga che produce una potente euforia durante la sua assunzione per lasciare un triste rimpianto una volta finito l’evento. Altre città, invece, hanno usato gli eventi come un catalizzatore di innovazione, attivando un nuovo e più vitale metabolismo urbano, ridisegnando mappe, riattivando luoghi, ma soprattutto mettendo in campo una nuova esperienza dello spazio da parte della comunità urbana stimolata dall’energia creativa dell’evento. Hanno prodotto quello che mi piace definire un permanente “eventscape”, un paesaggio sistemico di eventi su cui rimodellare la città, su cui plasmare lo spazio, su cui riattivare la comunità.

Tra queste Palermo, a partire dal 2013, con un percorso iniziato con la candidatura a Capitale Europea della Cultura che è stata il seme prezioso di una nuova vitalità urbana. Dal metodo e dalla visione di città contenuti nel dossier di candidatura sono nati altri progetti, proposte e iniziative che hanno consentito a Palermo di essere inserita nel 2015 nella World Heritage List dell’Unesco per il suo patrimonio arabo-normanno (insieme a Monreale e Cefalù) e di diventare la Capitale Italiana dei Giovani nel 2017. Un processo culminato – ma non terminato nel 2018 – con l’ospitalità di Manifesta 12, la biennale nomade di arte contemporanea, e con l’essere contemporaneamente la Capitale Italiana della Cultura. A cui ha fatto seguito nel 2019 l’inserimento nella rete Unesco delle Learning Cities.

RELAZIONI POROSE

Il rapporto tra Palermo e il binomio Manifesta-Capitale Italiana della Cultura è stato fertilmente biunivoco, frutto di una fertile porosità: la città cambiava mutando la natura effimera degli eventi. La storia delle relazioni tra Palermo e un grande evento culturale (addirittura doppio) può dare indicazioni preziose ad altre città che scelgano la strada di un diverso presente fondato sull’arte, sulla cultura e sulla creatività, sulla partecipazione e sul welfare culturale, sulla rigenerazione urbana e umana generati dalla potenza dei grandi eventi, ma soprattutto dalla necessità di atterrare al suolo, di farsi quotidiana fatica.

Dopo il ricco palinsesto di eventi e pratiche urbane che ha animato il 2018, numerose comunità in attesa si sono attivate attraverso laboratori, tattiche, guerriglie, scuole, palestre, circhi, orti, per immaginare e progettare come potremmo essere in un differente presente capace di attivare un futuro possibile fondato sulla cultura e creatività. L’eredità è quella di vedere con occhi nuovi la bellezza e la ricchezza quotidiana che ci circondano e che abbiamo la responsabilità di arricchire e tramandare: talenti all’opera, scuole di resistenza, paesaggi resilienti, dismissioni creative punteggiano ancora la città offrendo a noi urbanisti, e non solo, potenti cellule staminali per generare un nuovo tessuto urbano, più potentemente resiliente.

PALERMO COSMOPOLI

Come progettare il futuro di una città contemporanea che ha fatto della coesistenza, dell’ibridazione e della molteplicità il suo carattere distintivo? E una risposta non consuetudinaria a questa domanda deve essere uno dei lasciti della Capitale Italiana della Cultura. Palermo, anche attraverso la capacità connettiva dei grandi eventi, deve tornare ad essere una città che guarda al Mediterraneo e al Mondo, ai flussi e alle reti che ci attraversano, essere metropoli generosa con le città che la circondano, usare un approccio olistico ma sapere attuare pratiche, agire per agopunture che sappiano diramare i loro effetti. Palermo durante il doppio evento culturale ha dimostrato che non esiste un solo centro, perché si sono moltiplicati i centri differenti, i nuovi epicentri di socialità della città policentrica. E dalle periferie, tornate città, oggi vengono potenti segnali di innovazione sociale, di ribellione civica, di nuovi modi di abitare e di lavorare. Riserve preziose per la resilienza della città.

COLTIVARE LA CONSISTENZA

Questa per me è la sfida più seducente: reimmaginare Palermo dopo che Palermo ha reinterpretato un grande evento. Oltre che “coltivare la coesistenza” – come titolava Manifesta – dobbiamo stimolare la germogliazione della “consistenza”, come la intendeva Italo Calvino nelle sue Lezioni Americane: una oscillazione tra solidità e coerenza, tra identità e apertura. Per fare germogliare la consistenza di Palermo stiamo partendo dagli epicentri dell’arte contemporanea (Palazzo Butera, la Galleria d’Arte Moderna, il Museo Riso, i Cantieri Culturali alla Zisa, il Teatro Garibaldi), dalle istituzioni culturali sempre più aperte alla città e al mondo (il Teatro Massimo, lo Steri dell’Università, l’Orto Botanico, il Museo Diocesano, la Fondazione Federico II, la Fondazione Sant’Elia, Palazzo Branciforte, Villa Zito, il Museo Salinas, Palazzo Abatellis), dai luoghi del riscatto (l’Albergheria, lo Zen, la Favara di Maredolce, la Costa Sud, Danisinni), dalla riapertura della città al mare (il parco archeologico del Castello a Mare, la Cala, Sant’Erasmo e l’Ecomuseo del Mare) e poi dai palazzi che con i loro cortili si fanno spazio pubblico poroso, dalle gallerie e gli studi d’artista che generano comunicazione ed educazione all’arte, e poi centri culturali, scuole, piazze e giardini, e anche i più di trecento luoghi della creatività e dell’innovazione a Palermo, mappati dallo Smart Planning Lab che dirigo, in cui i talenti della città coltivano le proprie idee condividendole con altri, riciclando luoghi dismessi o rianimando le periferie.

Una grande alleanza culturale per ridisegnare complessivamente la città attraverso il suo potente ecosistema culturale, ricomponendo conflitti senza abolire le diversità, ricucendo la relazione tra centro e periferie, tra città e mare, tra minerale e vegetale, tra sotterraneo ed aereo, perché Palermo è percorribile nei qanat, nei cunicoli dei Beati Paoli, nei rifugi anti-aerei, come Parigi, ma anche dalle terrazze, dai tetti, dai campanili e delle torri, come Istanbul.

Coltivare la coesistenza per far germogliare la consistenza è l’occasione per generare effetti creativi di rigenerazione urbana e umana attorno ai luoghi interessati dagli eventi, riattivandone la vitalità attraverso usi ibridi e condivisi.È  il momento di rigenerare con molteplici funzioni culturali e produttive gli spazi dismessi attraverso forme innovative e profittevoli di partenariato pubblico-privato, alcune germineranno, altre muteranno, alte ancora si atrofizzeranno, in una vitalità che imita la forza evolutiva della natura. È lo spunto, per esempio, per ripensare il ruolo delle biblioteche, dei musei, dei teatri e delle scuole come piazze del sapere e della condivisione, è lo spunto per ripensare il ruolo dello spazio pubblico come teatri, scuole, palestre, musei a volume zero e ad altissima intensità sociale.

LA CULTURA COME CAPITALE

Invece di discutere di capitale della cultura, io vorrei spostare i termini discutendo della “cultura come capitale”, della cultura come risorsa reale per generare valore urbano e sociale, ma anche economico. Voglio qui argomentare i vantaggi per Palermo di usare la cultura come un asset di sviluppo primario, sostituendo altri fattori più tradizionali, ma erosivi di qualità.

Nella transizione verso il territorio creativo e generativo i nuovi fattori di sviluppo umano sostenibile sono la cultura, la comunicazione e la cooperazione.

La cultura è il fattore primario della creatività poiché è una risorsa che affonda le radici nel palinsesto della storia delle città, dei territori e dei paesaggi e che protende i suoi rami nel futuro. La cultura è un rizoma composto da luoghi e da persone, da patrimoni tangibili e intangibili, ma anche da identità civica e visione di futuro. L’armatura culturale europea e mediterranea costituisce la struttura fibrosa dei luoghi e delle comunità di Palermo, il loro carattere distintivo capace di resistere alle tentazioni della globalizzazione omologante. Le risorse culturali, quindi, non si limitano ad attraversare le reti immateriali della storia, delle arti o della formazione, non si accontentano di attivare eventi e manifestazioni temporanee, ma pretendono di concretizzarsi in luoghi ed occasioni di incontro per la comunità, di consolidarsi in servizi permanenti e di vivere attraverso le nuove centralità culturali. La cultura come fattore di creatività e sostenibilità richiede, quindi, un poderoso progetto di territorio, fatto di pratiche, sì, ma soprattutto di politiche.

Il secondo fattore di creatività territoriale è la comunicazione, cioè la capacità di informare, divulgare e coinvolgere in tempo reale gli abitanti e, sempre di più, i molteplici fruitori che attraversano i territori della cultura, che li permeano, che li connettono con altre realtà, in un sempre più vasto reticolo culturale globale. La città mediterranea è sempre stata un potente strumento comunicativo, e la sua funzione informativa e dialogica è uno dei più potenti fattori di creatività, poiché consente di far addensare l’ambiente fisico e umano entro cui agiscono gli attori della trasformazione, orientando risorse ed attori verso obiettivi comuni e verso orizzonti condivisi. E oggi la comunicazione della città creativa si avvantaggia dell’interconnessione costante entro cui viviamo e del fitto reticolo di relazioni digitali in cui siamo immersi, nonché della sempre più estesa volontà di partecipazione a una narrazione comune dei luoghi del cambiamento.

Infine, il terzo fattore è la cooperazione, intesa come forma attiva della partecipazione, nuova dimensione progettuale del cosmopolitismo mediterraneo che affonda le radici nella antica e potente tradizione cooperativa italiana. La sfida del territorio creativo richiede sempre più una integrazione cooperativa delle differenze, sia nella comune tensione verso la collaborazione delle diverse culture al progetto di futuro, sia nella integrazione di punti di vista e di poteri utili alla sostenibilità a lungo termine dei progetti. Il territorio creativo non è solo più aperto, multiculturale e multietnico, multidisciplinare e multiattore, ma è capace di mobilitare le sue diversità verso il nuovo progetto di territorio, attivando forum, realizzando luoghi di prossimità dove agevolare il confronto e la visione collettiva, localizzando nuove centralità multiculturali, costruendo agenzie e patti di collaborazione, condividendo spazi e servizi. Gli ambienti più creativi sono quelli che generano una piattaforma permanente di cooperazione, un ecosistema fertile che genera una miriade di innovazioni a partire dalla cooperazione tra le parti, come avviene, ad esempio, in natura nella barriera corallina: ecosistema di inesauribile energia creativa e cooperativa.

RADICI E ALI

La cultura è fattore primario di sviluppo se in grado di affondare le radici nel palinsesto della storia della città e protendere le sue ali nel progetto di futuro. Le politiche culturali, quindi, non devono accontentarsi di attivare eventi e manifestazioni temporanee, ma devono concretizzarsi in luoghi di incontro per la comunità, consolidarsi in servizi permanenti e, soprattutto, migliorare la nostra vita attraverso l’energia propagata dai nuovi epicentri culturali. La cultura come fattore di sviluppo richiede, quindi, un poderoso progetto di città, fatto di pratiche, ma soprattutto di politiche, di strategie a lungo termine ma anche di tattiche quotidiane.

In un paese che voglia riconquistare la dimensione culturale dello sviluppo, Palermo si propone come laboratorio vivente, vivace, vivido della sua umanità del diverso presente che sa che il futuro è un futuro in cui la cultura salverà il mondo solo se l’umanità salverà la cultura. La sua estesa e profonda armatura culturale, i suoi beni protetti dall'Unesco, l’arcipelago di storia e bellezza che mosaica la città e il cosmopolitismo naturale chiedono politiche integrate, culturali e urbanistiche insieme,  che generino nuovi modi di abitare, di muoversi e di produrre. Il patrimonio culturale palermitano pretende di ripensare la pedonalizzazione del centro storico come un nuovo modo di viverlo, chiede la qualità dello spazio pubblico come occasione di democrazia, reclama mobilità sostenibile e innovazione energetica, richiede una fruizione turistica rispettosa dei luoghi e strutture narrative che raccontino il passato prefigurando il futuro. Invoca musei che comunichino la storia in forme nuove e con linguaggi adatti a diversi tipi di pubblico per narrare il futuro possibile.

Palermo è sempre stata cosmopolita, fenicia e romana nelle forme primigenie e nel linguaggio, araba e normanna nelle strade e nelle architetture, aragonese e angioina nei fasti, liberty nei sogni, ibridando culture, accogliendo stili, arricchendo tradizioni. Nulla di quello che dal mondo è transitato per Palermo è rimasto immutato nel suo incontro con la città: le culture, le tradizioni, le architetture, le piante, la cucina, le parole e le arti si sono fatte cosmopolite esse stesse, aprendo la città ad un turbine di segni che esalta la sua pluridentità. Non vi è luogo che non sia palinsesto di identità, ipertesto narrativo di vite, grembo materno di storie.

LABORATORIO BALLARÒ

A Palermo il cosmopolitismo si fa spazio vissuto nel centro storico. A Ballarò, per esempio, l’antico mercato del centro storico che oggi è diventato sineddoche della rinascita del quartiere dell’Alberghiera, si fronteggiano da giganteschi murales dipinti da Igor Scalisi Palminteri, le immagini di Santa Rosalia e Benedetto il Moro, patroni multietnici di una città da sempre porto aperto. Il primo seme della rinascita di Ballarò è stato Moltivolti, un’impresa sociale no profit che, dal 2014, trova il suo equilibrio economico nell’offrire spazi condivisi di lavoro e nell’annesso ristorante siculo-etnico, dove la cucina diventa metafora della convivenza e dello sviluppo sostenibile. E poi è arrivato Arci Porco Rosso, uno spazio conviviale ma anche un laboratorio aperto di analisi sulle condizioni della città. Da quei semi e da altri germoglia SOS Ballarò (Storia Orgoglio Sostenibilità), un network informale di associazioni, residenti e commercianti che attraverso iniziative di rigenerazione urbana e organizzazione di eventi, sta portando avanti il cammino della rinascita del quartiere. E lo spazio vissuto di Ballarò ha generato altri spazi concepiti sottraendoli al degrado, ed oggi Piazzetta Mediterraneo, grazie al volontariato di artisti e residenti, è l’epicentro della nuova città plurale, esempio di una metamorfosi possibile, di un processo incrementale che nasce dalla capacità delle persone di riconoscersi come l’anima del quartiere. Ed esperienze analoghe stanno sorgendo alla Vucciria grazie ad un comitato di imprenditori, attivisti, professionisti, commercianti e residenti, e al Cassaro Alto, allo Zen e all’Uditore, a Sant’Erasmo e a Borgo Vecchio, testimonianze di un diverso presente capace di reindirizzare la traiettoria del futuro.

I beni culturali di Palermo pretendono di non essere più isole di qualità protette da una bolla di bellezza in mezzo al degrado, ma chiedono di interagire con i cicli di vita della città concorrendo al modello di sviluppo previsto dal Piano Regolatore Generale (PRG) in fase di approvazione, pretendendo modelli di gestione efficienti in grado di farli agire come propulsori della qualità della vita degli abitanti. Chiedono di essere il genoma della città!

PALERMO CITTÀ AUMENTATA

Nel concreto, a partire da un workshop che ho diretto insieme a Ippolito Pestellini Laparelli e che ha coinvolto, insieme a Unipa, anche l’Architectural Association of London, il Royal College of Art, e TU Delft, Palermo sta lavorando per radicare l’eredità di un grande evento agendo come una “città aumentata” che usi i sensori diffusi e gli open data per comprendere i problemi e attivare soluzioni efficaci, che ricicli spazi, infrastrutture e paesaggi, che stimoli la micro-creatività diffusa a fare sistema, che recuperi la vitalità produttiva delle manifatture urbane, soprattutto quelle innovative legate all’artigianato digitale, che incrementi la dimensione vegetale e fluida, che attui un policentrismo reale. Soprattutto una città che attui strategie creative, incrementali e adattive per generare in maniera “exadattiva” nuovo metabolismo invece che aspettare un’occasione.

Per non fermarci alle intenzioni servono sperimentazioni! Come il Progetto Kalsa” che abbiamo redatto io, Massimo Valsecchi e Marco Giammona con il contributo di molte persone e nato dalla collaborazione tra Unipa e la Fondazione Valsecchi. Figlio di una visione lungimirante e multidisciplinare, il progetto di rigenerazione urbana e umana della Kalsa ha una poderosa carica innovativa poiché agisce contemporaneamente sull’innovazione urbana, sociale, culturale ed economica, riattivando i cicli latenti ma ancora vitali di uno dei quartieri a più alta intensità culturale del centro storico di Palermo, alimentata dalla presenza dell’Università di Palermo e il suo complesso Monumentale e Museale dello Steri e l’Orto Botanico, di Palazzo Butera come motore culturale e creativo tra memoria e contemporaneità aperto alla città e dell’Ufficio del Centro Storico come laboratorio istituzionale di politiche urbane. Il progetto agisce su tutte le eccellenze culturali già presenti nell’area, mettendole a sistema con la vivace vita sociale, artistica e comunitaria che negli ultimi anni ha reso il quartiere vibrante di creatività e ha già stimolato la nascita del progetto KAD (Kalsa Art District), un network di artisti, curatori, operatori culturali e attivisti. Il risultato è un arcipelago culturale” di spazi pubblici, di luoghi porosi e attraversabili, di musei e laboratori, di manifatture e teatri, di residenze e atelier, di istituzioni e associazioni che in sinergia agiscono per sperimentare in questo brano importante di città un nuovo modello urbano fondato sulla generazione di valore a partire dalla cultura e dai nuovi stili di vita ad essa legati.

NUOVI CITTADINI ATTIVI

A Palermo capitale cosmopolita delle culture, i cittadini pretendono di tornare ad essere attivisti, meccanici urbani: tornano produttori di beni e servizi da mettere in commercio, diventano agricoltori per rianimare parti di città dismessa, diventano lavoratori della conoscenza attraverso gli atelier o gli incubatori creativi, producono eventi culturali attraverso il crowdfunding, gestiscono teatri, oppure sono i nuovi artigiani della rivoluzione digitale, o sono riparatori, in un momento in cui riparare diventa più importante che gettar via, e in cui riciclare diventa più importante che rottamare o produrre ex novo. E questi nuovi cittadini sono una risposta che le comunità danno ai bisogni degli anziani, di coloro che non si possono permettere di accedere al mercato, o ai servizi. I cittadini-artigiani diventano gli amplificatori delle nuove sensibilità nei confronti della qualità del paesaggio, dell’ambiente e del risparmio energetico, rinnovando il ruolo tradizionale dell’associazionismo, non limitandosi più a indicare il problema ma diventando parte della soluzione, e facendosene carico in maniera attiva e responsabile. Sono i bricoleurs di una città che alle strategie di sviluppo fondate solo sulla razionalità accompagna sempre più spesso processi evolutivi basati sulla “exaptation”, sull’innovazione creativa che stimola tattiche di manutenzione, azioni di riparazioni e processi di riciclo. Comunità del progetto che riattivano edifici industriali, vecchie stazioni o fiere dismesse per farli tornare luoghi della produzione, che rianimano spazi pubblici restituendogli il valore di luoghi di comunità, che tornano ad abitare quartieri invece che disperdersi in un continuo flusso di commuters.

NUOVI OCCHI, NUOVE MANI, NUOVE VOCI, NUOVI CUSTODI

E questa, per me, è l’eredità durevole che lascia essere stata una capitale culturale: il nuovo “capitale” formato dai nuovi occhi per guardare la città, dalle nuove mani per plasmarne gli spazi, ma soprattutto un nuovo modo di raccontarla, di percorrerla, di progettarla e di averne cura. Per mettere in sicurezza questa eredità, però, serve che il nuovo capitale culturale urbano sia negoziato nella borsa dello sviluppo sostenibile, distribuendo in maniera estesa ed equa il suo valore moltiplicativo, distribuendo in tutta la città un vero e proprio "dividendo culturale", una nuova moneta di scambio nell'economia della cultura, uno strumento di equità capace di agire nel mercato della negoziazione degli interessi, ridefinendo priorità e traiettorie di sviluppo. Serve, quindi, una corresponsabilità tra pubblico, imprese e società civile, per attivare gli adeguati ritorni sull’investimento – finanziari e sociali – prodotti dall’ecosistema culturale, ma soprattutto per tornare a prendersi cura dei luoghi e delle funzioni urbane seguendo una rinnovata etica della convenienza.

Parafrasando Mahler, usare la cultura come capitale non vuol dire adorarne le ceneri, ma custodirne il fuoco!

Abstract

The relationships between large events and urban transformation have always been controversial and not unique. For some cities, big events have represented a seductive drug that produces a powerful euphoria but then leaves a sad regret once the event is over. Other cities, on the other hand, have used events as a catalyst for innovation, activating a new and more vital urban metabolism, redesigning maps, reactivating places, but above all giving the urban community a new to experience the urban space, stimulated by the creative energy of event. They produced a permanent "eventscape" on which to reshape the city.

This is the most seductive challenge for me: re-imagining Palermo after Palermo has reinterpreted the Italian Capital of Culture. In addition to "cultivating coexistence" - as Manifesta stated - we must stimulate the sprouting of "consistency", as Italo Calvino intended in his American Lessons: an oscillation between solidity and coherence, between identity and openness.

 

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