Viviamo tempi bui. Sopraffatti da questa ulteriore crisi, emergono le contraddizioni più profonde del nostro tempo: da un lato la globalizzazione e il flusso continuo di persone, prodotti, idee; dall’altra, la tendenza all’isolamento, la paura dell’altro, la mancanza di fiducia e la rottura delle reti sociali.

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Alle prime comunicazioni di chiusura di luoghi a elevato rischio di contagio, tra cui cinema e musei che lentamente iniziano a riaprire, l’isteria collettiva ha preso il sopravvento. I supermercati presi d’assalto, svuotati in meno di 24 ore, non possono che ricordarci i protagonisti di ‘Cecità’ del Premio Nobel José Saramago. I cittadini, contagiati in maniera repentina e inspiegabile dal ‘virus’ della cecità, vengono messi in quarantena dal governo, in edifici fatiscenti. Ma la risposta non è solidale. Quando il governo consegna il cibo ai ciechi, si creano le fazioni. Di che pasta siamo fatti? “[...] metà di indifferenza e metà di cattiveria”, scrive Saramago in un passaggio del romanzo.

I nodi stanno venendo al pettine, e il Corona virus è solo il sintomo di mali che il nostro Paese si porta dietro da anni, come il mancato investimento in scuola e tecnologie abilitanti per crescere insieme, collettivamente, immaginando nuovi modelli di futuro, sviluppando capacità di visione, e delinendo un nuovo ruolo, comunitario più che identitario, per la cultura. Gli effetti saranno drammatici e duraturi, soprattutto per chi vive ai margini, con il rischio - il peggiore di tutti - di vedere ulteriormente ampliarsi le disuguaglianze economiche, sociali, educative e culturali che attanagliano il nostro Paese.

Non esistono soluzioni facili. Il Governo italiano ha deciso di giocare d’anticipo, praticando il tampone in tutti i casi sospetti - a differenza di molti altri paesi - e cercando di limitare il più possibile i contagi per evitare il collasso del sistema sanitario. Non tutti sono d’accordo con le misure prese, ma bisogna ormai passare alla ‘fase due’. “Occorre quantificare in maniera rigorosa gli impatti di questa emergenza su economia e comportamenti, ma è soprattutto necessario riflettere ai tempi e alle modalità di recupero, in una prospettiva di sostenibilità di fronte alle evidenti fragilità del nostro Paese. Non è un momento facile per nessuno, ma ci sono state anche sorprese positive: il mondo della cultura, noto per la sua natura parcellizzata, è stato in grado di presentarsi in maniera coesa davanti ai decisori politici” (Paola Dubini - Università Bocconi). La risposta del Ministro Franceschini è stata immediata, con un incontro organizzato con le organizzazioni di secondo livello il 4 marzo, dal titolo ‘Effetti dell'emergenza del coronavirus del settore delle imprese culturali’. È stata la Rete Cultura e Sociale muovono il Sud a prendere l’iniziativa e a lanciare un’indagine per fare un bilancio di quanto sta accadendo e identificare possibili misure da adottare. Completa il quadro conoscitivo l’Osservatorio Culturale del Piemonte, che ha predisposto un sistema di monitoraggio per esplorare gli effetti della chiusura dei luoghi di cultura in Piemonte.

Senza tessere elogi alle crisi, che lasciano sul campo persone, imprese, istituzioni e territorio, da quella degli anni ’10 sono emerse risposte dal basso che oggi hanno il potenziale di ispirare le politiche: uno ‘zoccolo duro’ di esperienze di innovazione orizzontale che mostra mondi in controtendenza - da cui ripartire - in cui l’altro diventa risorsa e la cultura occasione di incontro, dialogo, connessione, fiducia, contro l’imbarbarimento individuale e collettivo. È illusorio pensare di salvarsi da soli, alzando muri in ogni dove. Letture Lente di marzo offre una panoramica composita di questi processi collettivi di rigenerazione che, da fenomeno ‘puntinista’, si iniziano a strutturare, proponendo nuovi modelli di innovazione sociale a base culturale, che puntano sull’empowerment della Comunità come grande risorsa del nostro tempo. Modelli, che trovano la loro forma in strutture giuridiche come le Cooperative e le Fondazioni di Comunità (FdC), il cui dossier di approfondimento dello scorso numero viene completato da due nuovi percorsi, quelli delle FdC del Varesotto e di Brescia, in collaborazione con Assifero-l’associazione della filantropia italiana di famiglia, impresa e comunità. E non può essere un caso che le riflessioni sulla governance dei processi di rigenerazione - trattati sia da Maria Elena Santagati nella sua intervista a Roberta Franceschinelli (Presidente della prima Rete nazionale dedicata alla Rigenerazione Urbana) che da Emmanuele Curti, che si interroga sul post-Matera 2019 - si riferiscano nuovamente alle FdC, strumento che potrebbe affidare le esperienze avviate alla comunità locale, che può così appropriarsene. Il tema dell’appropriazione è poi un tema chiave in un’ottica di riduzione delle disugualianze: Annalisa Cicerchia, commentando i nuovi dati sul tasso di partecipazione culturale ‘sull’altra sponda dello stesso oceano’ - gli USA -  ci ricorda che "quando si confronta la pratica artistica (cioè fare e realizzare le arti) con le misure più tradizionali di partecipazione e consumo, si scopre che le barriere di età, reddito e istruzione diventano meno significative".

Sulla stessa lunghezza d’onda, i contributi di Stefano Baia Curioni, Claudio Bocci e Maurizio Carta – che, insieme a quello di Emmanuele Curti, completano lo speciale di questo mese dedicato alle Capitali della Cultura – ci raccontano cosa abbiamo capito dai processi messi in atto oltre che dalle ‘vedovanze’ post evento, come direbbe Ilda Curti. Quello che forse più di tutto sembra chiaro è che le Capitali della Cultura - europee e nazionali - sono anzitutto il frutto di un esercizio di sistema – espressione a noi tutti cara, ma molto complessa da mettere in pratica. Grazie alle progettualità di questi anni, iniziano a delinearsi modelli di governance inclusivi e multipartenariato, con regolamenti per l’amministrazione condivisa dei beni comuni adotattati da oltre 200 comuni. Il successo di tali modelli può essere costruito, con un impegno che va confermato giorno per giorno. È questa l’Italia dagli oltre 1000 impatti tangibili che si attivano silentemente sul territorio nazionale, recensiti e commentati dal recente Rapporto Labsus 2019. Le nuove città chiamate a presentare la propria candidatura per il titolo di Capitale italiana della cultura 2021, con scadenza prorogata al 13 marzo, hanno l’occasione di capitalizzare sulle lessons learnt di questi anni.

Questi percorsi vanno ancora tradotti in politiche culturali di ampio respiro, in grado di metterle a sistema e renderle sostenibili, anche tenendo conto dei ‘vicious cycles’ che la cultura può rischiare di alimentare. Cruciale in questo senso la provocazione lanciata su Letture Lente dal paesaggista e architetto Paolo Castelnovi, che vede nell’emergenza attuale l’occasione per ripensare la dipendenza del nostro Paese da un’economia a doppio taglio come quella turistica.

Ma la direzione a cui guardano queste esperienze e riflessioni è quella giusta, in convergenza con quella tracciata dall’Unione europea. ‘Sorgente’ da cui nascono le Capitali europee della cultura, poi replicate a livello nazionale, l’Ue continua a offirci opportunità di finanziamento, ma soprattutto reti di collaborazione e scambio per (ri-)mettere la cultura al centro del progetto europeo, con i suoi valori di pace, democrazia, coesione sociale e cooperazione internazionale. Silvia Costa apre questo numero illustrandoci con estrema chiarezza le numerose conquiste fatte a partire dall’adozione della prima Agenda europea per la cultura nel 2007 – conquiste che ci rincuorano ma che allo stesso tempo ci ricordano di non disperdere gli sforzi fatti. Nulla purtroppo è scontanto, come ci dimostra la battaglia in corso per la negoziazione del budget di Europa Creativa, oggetto di un lungo (e usuale) braccio di ferro tra Consiglio (che vota per una sua riduzione) e Parlamento europeo (che ne vorrebbe un aumento).

Letture Lente dunque cresce, con contributi che mostrano in maniera sempre più incisiva il legame tra cultura, benessere e sviluppo sostenibile. Assifero, Italia nonprofit e la Fondazone CRC hanno voluto credere e investire in questo spazio, diventando nostri partner istituzionali – segno che la stessa filantropia istituzionale sta cambiando, interrogandosi sempre più sul proprio ruolo e su quello della cultura rispetto agli SDGs. La testata è stata inoltre registrata, acquisendo un proprio ISSN (2705-0033), e i nostri articoli iniziano ad essere richiesti altre piattaforme europee come ‘ICOME Voices’. Facciamoci tutti ‘voices’ dunque, moltiplichiamo le opportunità di interazioni da remoto, inventiamoci nuove modalità di comunicazione, come hanno già iniziato a fare istituzioni culturali come la Triennale di Milano e il MAMBo di Bologna. Ma è solo un inizio: la tecnologia abilitante è una risorsa che utilizziamo solo parzialmente, altrimenti il mondo della cultura e dell’istruzione non sarebbero così in crisi. Questa esperienza sta rivoluzionando i comportamenti. Facciamone tesoro, con realismo e tenacia, per ri-programmare in maniera consapevole e sostenibile il prossimo futuro. La Salute sta mettendo ha messo in ginocchio la Cultura. Ma non dimentichiamo che la Cultura è Salute per le nostre Democrazie, per le Persone, per le Comunità.

Catterina Seia e Valentina Montalto

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