Immagine: (c) Flavia Barca, foto dalla quarantena, 22 marzo 2020

L’emergenza durerà mesi, se non anni, con effetti potenzialmente devastanti sull’economia e i rapporti di forza nello scacchiere internazionale, sui sistemi di potere e di controllo e sulle relazioni sociali.

Molti prevedono che questa pandemia - e forse altre future –  imporrà regimi di distanziamento e modifica delle nostre abitudini sociali primarie (l’abbraccio di un amico, la condivisione di un tavolo di lavoro, due spettatori seduti accanto in un teatro) anche mediante sistemi di sorveglianza che impatteranno pesantemente sulla vita quotidiana e sul nostro immaginario. Viaggi, migrazioni, incontri, scambi di vario genere, tutto sarà sottoposto a controllo e a possibile sanzione economica e sociale. E naturalmente in questa dinamica la crisi economica e la restrizione della libertà personale colpirà, come sempre, i più deboli, chi vive in condizioni disagiate, acuendo diseguaglianze e ostacolando la mobilità sociale.

Eppure molti di noi iniziano a percepire, in modo netto, altri scenari. Come nei principali smottamenti della storia ci troviamo nel “momento del massimo pericolo e della massima opportunità”. Ecco, senza sottovalutare il pericolo, senza sottostimare la drammaticità del momento, occorre, ed è importante concentrarsi sulle opportunità. Immaginare per un attimo il nostro futuro come un quadro da dipingere. Le attività produttive sono ferme, come devono ripartire? I cinema sono vuoti, perché sono importanti i cinema, che funzione svolgono? I cieli sono puliti, l’aria è improvvisamente limpida, c’è un modo diverso dal virus di combattere l’inquinamento? Eccetera eccetera.

Da dove ripartire? Io credo che i temi chiave siano 3: costruzione dello spazio pubblico e delle comunità; credibilità delle istituzioni; alleanza tra comunità e istituzioni. Ritengo il primo quello centrale, l’ossatura del sistema, quello che ci permette da una parte di vigilare sul sistema e, dall’altra, pretendere che il sistema rappresenti il meglio di noi. Il terzo dovrebbe poi venire di conseguenza.

Non è facile lavorare sul senso di comunità. Lo sanno bene tutti quegli operatori e operatrici che da anni si occupano di rigenerazione territoriale. Il virus ha messo in evidenza belle storie di solidarietà, ma anche, in modo drammatico, quella frammentazione sociale che segna tutto il paese, non solo le aree interne ma, per certi versi, anche le aree meno fragili e quelle urbane. La rabbia sociale quando non può dirigersi all’esterno del paese (tema immigrazione) cerca continuamente “altri da noi” da immolare sull’altare delle nostre paure, e bisogni. Un giorno è il nostro vicino di casa che fa rumore, un altro i ragazzi per strada che parlano troppo vicini e potrebbero propagare il virus, domani il piccolo commerciante locale che ha fatto un viaggio e magari potrebbe infettarci. Il “paese dei mille fiori” è anche il paese dei mille interessi personali che faticano a guardare oltre il giardino in nome del benessere collettivo.

Forse allora proprio da qui possiamo ripartire? Cosa può fare la cultura e gli operatori e le operatrici culturali per il benessere collettivo? Credo moltissimo. Perché la cultura costruisce ponti, nello spazio e nel tempo, e lo sforzo enorme che le persone di cultura possono e debbono fare adesso è quello di immaginare un futuro, e immaginare una strada per raggiungerlo.

Se quello di cui abbiamo bisogno è un nuovo civismo, un nuovo grande progetto di coesione sociale del paese, è il momento in cui artist*, intellettuali, filosof*, scrittrici e scrittori, si rimbocchino le maniche per costruire e riempire di contenuti un nuovo spazio pubblico. Non parlo di riflessioni tecniche per una ristretta cerchia dell’accademia, ma di pensieri forti e deboli che devono entrare nell’agenda del paese. Il lavoro fatto in alcuni territori negli ultimi anni, di cui il caso di Favara è sicuramente una buona pratica, ci offre una base di partenza. Ma il lavoro di sperimentazione e partecipazione territoriale deve legarsi in modo indissolubile con una attività di pressing sulle istituzioni pubbliche che non deve lasciare tregua.

La sfiducia ha portato i più fortunati di noi a trovare le proprie soddisfazioni mettendo le mani nella pancia dei bisogni dei luoghi, ed è giusto e bellissimo, ma è arrivato il momento di portare il nostro fermento, scelte, visioni, ad un livello più alto, imporlo nell’agone della politica.

Negli anni, istituzioni poco credibili hanno generato sfiducia nella capacità di trasformare progettazione territoriale di successo in prassi attuabili nel paese, in strategie pubbliche nazionali di trasformazione. La riforma del titolo V ha spostato l’attenzione sui territori, ma  ha reso più complessa l’attuazione di strategie – e responsabilità nazionali – innovative e visionarie. Il risultato è una doppia criticità.

Da una parte molti – troppi - pensieri particolaristici dal basso. Giuste le lobby, le associazioni di categoria, le rivendicazioni di settore, quartiere, famiglia… ma tutto ciò non può non essere accompagnato da una visione collettiva.

Dall’altra, troppe strategie top-down, confuse, incapaci di sintetizzare in modo efficace le spinte che provengono dal basso, spesso costrette ad inseguire e compiacere singoli gruppi di pressione (quelli che riescono a gridare più forte) ai fini della sopravvivenza propria e del proprio gruppo di riferimento politico.

Questo duplice meccanismo perverso può essere fermato. Con un grande sforzo pasoliniano di porsi domande, lavorare sui bisogni, guardare negli occhi le persone. Con il coraggio di andare contro corrente, costruire nuove visioni, immaginare metodi e strumenti, ed imporli a chi ci rappresenta e, per nostro conto, farà le scelte che determineranno lo sviluppo sociale ed economico del paese nei prossimi anni.

Le istituzioni del Paese sono chiamate a uno sforzo immane, che non è solo la gestione dell’emergenza ma è anche, drammaticamente, il disegno di un nuovo paese, un “piano quinquennale” che, anche con misure dure e impopolari, ripensi il nostro modello di sviluppo. E per fare questo, e per farlo nel modo migliore, ha bisogno di un processo di coesione sociale che sostenga e difenda quelle scelte.

L’economia del settore della cultura è allo stremo, particolarmente colpita da questa emergenza, ma occorre alzare il tiro delle proprie rivendicazioni. Bisogna guardare più in alto e più lontano. E pretendere risposte sull’oggi, ma anche sul domani, sul nostro settore e sull’economia tutta.

Se il governo è in grado di convincere “la cultura” che il nuovo disegno strategico è giusto, equo, sostenibile, la cultura può diventare il braccio e l’anima di quel progetto, renderlo davvero partecipativo, difenderlo e fermentarlo sui territori.

Donne e uomini che producono, pensano e diffondono cultura potrebbero quindi svolgere un duplice compito: di traduzione/espressione dei fermenti innovativi che provengono dal basso, di traduzione/espressione “vigile e critica” delle scelte e spinte che provengono dall’alto.

Rimandando a quello che, mi auguro, sarà un nuovo dibattito collettivo – e davvero grazie ad Andrea Bartoli per averlo profondamente voluto ed incoraggiato e a Letture Lente di averlo accolto – anche sulle possibili strategie e proposte per individuare le modalità di questo doppio movimento , lancio qui solo un’ultima provocazione.

Live Aid. Un grande evento collettivo. Ne abbiamo bisogno per ripartire. Un momento di enfasi condivisa in cui si mettono in scena idee, ci si conta e, assieme, si lancia una raccolta fondi da devolvere in parte ai/alle più svantaggiat* e in parte alla messa in scena di nuove visioni e sperimentazioni. Se le condizioni sanitarie non permetteranno di farlo di persona, da qui a 6 mesi, facciamolo virtuale, una grande esplosione in digitale del Paese. Siamo creativamente spericolat*, siamo innovativ*.

Letture Lente fa da soundboard a un’iniziativa di Andrea Bartoli (fondatore di Farm Cultural Park),  invitando altre voci a contribuire a una  riflessione corale sul futuro.

 

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