Immagine: (c) Alessandro Bollo, foto dalla quarantena, 27 marzo 2020

Sarà molto difficile prefigurare cosa succederà dopo la crisi del Covid-19, già a partire dalla definizione del concetto di “dopo”, che presumibilmente sarà caratterizzato da un periodo di lento, incerto e intermittente avvicinamento a condizioni di ritorno a una normalità che non è detto che assomigli a quella che l’emergenza stessa ha stravolto. In questi giorni si stanno alternando numerose analisi e stime relative agli effetti immediati della pandemia sul comparto culturale descritti legittimamente in termini di emorragia economica, di perdita occupazionale (soprattutto in quelle aree di maggiore fragilità del lavoro non strutturato e dei servizi dell’indotto culturale), di black-out nella programmazione e di impossibilità a garantire le tradizionali modalità di accesso ai contenuti e alle esperienze culturali.

Un’altra prospettiva di lettura e interpretazione del fenomeno, ancora tutta da costruire, sarà quella di comprendere a quali anticorpi il settore culturale sarà in grado di attingere per resistere allo choc e quali sarà in grado di sviluppare ex novo per affrontare il “dopo” con attitudini e comportamenti più adatti ad assecondare e gestire il cambiamento piuttosto che a subirlo. Non è detto che gli anticorpi essenziali al primo scopo coincidano con quelli necessari per il secondo.

La grande sfida di questo tempo fratturato è, forse, quella di riuscire a trovare un giusto equilibrio tra risorse da dedicare alla messa in sicurezza (resistenza/resilienza) ed energie e sguardi che, facendo tesoro delle fragilità emergenti e strutturali, si traducano in inedita capacità di agire il cambiamento anziché esserne agiti.

L’iperattivismo e la rincorsa digitale del settore culturale - leggasi il profluvio di iniziative sulla rete volte a dimostrare la propria esistenza e la propria utilità nei confronti di un pubblico che per decreto, dal giorno alla notte, si ritirava dalle sale, dalle platee e dai parchi per trascinarsi più mestamente in uno spazio-tempo domestico scandito dal ritmo degli annunci serali della protezione civile, della didattica online impartita ai figli (e ai genitori), dalle nuove liturgie dello smart working e dalle maratone su Netflix - rappresenta un banco di prova molto interessante.

In esso si possono rinvenire sia le tracce di una situazione di ritardo e di fragilità strutturale che la crisi ha reso evidenti con la veemenza di uno scuotimento ben assestato a un albero sul punto di sfiorire, sia i semi di un genuino, e spesso generoso, tentativo di reagire sperimentando soluzioni e approcci che nella loro embrionale ed individuale elaborazione possono rappresentare concrete traiettorie di sviluppo e di investimento collettivo. Su quest’ultima fenomenologia occorre soffermarsi.

Affinché si producano cambiamenti significativi e perduranti sul fronte, ad esempio, dell’emancipazione digitale di una parte rilevante degli attori del sistema culturale devono realizzarsi una serie di condizioni, difficili da ottenere in condizioni di ordinarietà, ma che potrebbero invece essere perseguite attraverso uno sforzo eccezionale e corale quale risposta a un problema straordinario. Occorre, innanzitutto, partire dal riconoscimento di importanti gap e ritardi sul fronte delle culture organizzative, delle competenze, delle capacità di investimento, dei modelli di business e, in ultimo, delle tecnologie abilitanti.

Occorre, inoltre, affermare la necessità di un’azione sistemica, un piano Marshall per lo sviluppo del settore culturale, che riesca davvero ad allineare politiche, progetti, comportamenti organizzativi e contesti di intervento. Temo che la stagione degli avamposti avanzati di sperimentazione, delle buone pratiche dal basso, degli innovatori “solitari” si riveli insufficiente e depotenziata se non sarà riconosciuta, stimolata, difesa (anche e soprattutto nella stagione inevitabile delle prove e degli errori) e trasformata successivamente in canone dalle politiche e dagli investimenti dei principali decision maker del settore. In questo scenario dovrà trovare auspicabilmente compimento una modalità più adulta di concepire il rapporto tra le dimensioni pubbliche e quelle private. Così, allo stesso modo, le politiche non saranno automatica garanzia di contribuzione al cambiamento se non verranno accolte e interpretate con coraggio, con intenzione di mettersi in gioco, non avendo timore di uscire dalle proprie zone di confort da parte di quei soggetti che, tutto sommato, sentendosi al riparo dallo “scampato pericolo” potrebbero interpretare al ribasso e in chiave tattica la proposta di una chiamata collettiva all’ammodernamento del settore.

La sperimentazione al tempo del Covid-19 apre, comunque, degli squarci di ottimismo se si considerano alcune potenzialità che questo tempo sospeso e surreale ha reso ancora più evidenti. Ne intendo affrontare una nello specifico: lo straordinario campo di sperimentazione, di sviluppo tecnologico, di occupazione lavorativa, di business e di crescita culturale e civile che il digitale potrebbe abilitare favorendo un’alleanza strutturale tra settore culturale e settore dell’educazione.

Sono bastate alcune settimane di scuola senza la scuola e di docenti alle prese con le piattaforme di e-learning (in cui si sono intraviste, con tutte le difficoltà e i balbettamenti di una transizione forzata e imprevista, le potenzialità di strumenti, di linguaggi e di approcci che tra 5-10 anni saranno probabilmente mainstream nei percorsi curriculari della scuola dell’obbligo) per rendere evidente la domanda di contenuti, di stimoli, di supporti e di competenze da parte della scuola a cui il settore artistico e culturale potrebbe rispondere strutturandosi attraverso sistemi di offerta che possano integrarsi stabilmente nei percorsi formativi curriculari ed extra-curriculari. L’innovazione nell’Education Technology, gli avanzamenti nella pedagogia in ambienti digitali, la produzione di contenuti culturali a partire dall’immenso patrimonio di musei, archivi, biblioteche e teatri, le potenzialità del linguaggio artistico nell’innervare i processi creativi e gli approcci co-creativi, il supporto ai percorsi di educazione civica rappresentano alcune delle sfide a cui il settore culturale e quello educativo dovrebbero rispondere in modo finalmente integrato e sinergico. Ne deriverebbe la possibilità di contribuire in modo significativo alla crescita di un settore che potrebbe rivolgersi a un mercato di scala globale intervenendo in termini profondi e radicali nei processi di crescita e di capacitazione delle generazioni future.

Quale migliore anticorpo per la prossima emergenza?

 

Letture Lente fa da soundboard a un’iniziativa di Andrea Bartoli (fondatore di Farm Cultural Park),  invitando altre voci a contribuire a una  riflessione corale sul futuro.

 

Alessandro Bollo è direttore della Fondazione Polo del ‘900 di Torino e presidente di Kalatà, impresa culturale. Precedentemente è stato co-fondatore e responsabile Ricerca e Consulenza della Fondazione Fitzcarraldo per circa venti anni. E’ docente in diversi corsi e master a livello nazionale e internazionale occupandosi di economia e di politiche della cultura, di progettazione e management culturale. Dal 2011 ha collaborato alla candidatura di Matera a Capitale Europea della Cultura per il 2019 facendo parte del comitato tecnico e coordinando la redazione del dossier finale di candidatura.

 

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