Immagine: (c) Elisa Fulco, foto dalla quarantena, 23 marzo 2020

Prima ancora che il Covid-19 ci costringesse a una reclusione forzata e a un ripensamento generale su cosa ci aspettiamo da un futuro prossimo dai contorni incerti, tre concetti mi hanno accompagnato in questo ultimo anno di lavoro, mutando il mio modo di guardare alla progettazione culturale: riparazione, teoria degli stakeholder e impatto sociale.

In occasione del progetto L’Arte della Libertà, condotto all’interno della Casa di Reclusione Calogero di Bona Ucciardone di Palermo, che ho curato con Antonio Leone, in collaborazione con l’artista Loredana Longo, ho avuto modo di sperimentare che cosa significa mettere insieme stakeholder apparentemente lontani e quali strumenti mettere in campo per misurare l’efficacia dell’intervento, partendo dall’ascolto delle testimonianze di chi ha partecipato: il gruppo misto composto da detenuti, operatori penitenziari, socio - sanitari e operatori culturali, comprese le fondazioni bancarie a sostegno del progetto. In fondo, “Quello che rimane” (titolo della mostra attualmente sospesa a Palazzo Branciforte), è  la capacità di  “riparare” e cucire  relazioni (operatore penitenziario/detenuto, medico/paziente, imprenditore /dipendente), fornendo una rappresentazione nuova ed esteticamente valida di persone, istituzioni e contesti che sono stati trascurati, rimossi e tagliati fuori da ogni narrazione culturale (impresa, ospedali, strutture detentive, centri di accoglienza, per esempio).

L’astratta teoria degli stakeholders, che sembrava così distante da noi ci tocca tutti e da vicino, perché di fatto ci pone davanti a delle sfide molto precise: siamo, o saremo in grado di tenere insieme in modo olistico le parti che compongono la società e punti di vista diversi? Saremo in grado di portare avanti e fino in fondo la contaminazione necessaria tra mondo profit e no profit? La cultura, le cosiddette humanities, possono tornare ad essere centrali nella comprensione dei processi di cambiamento strutturali e duraturi a cui andiamo incontro? Possono contribuire a raccontare, mediare e e riqualificare spazi, ambienti e dinamiche tra le persone?

Mi capita spesso in contesti diversi (imprese, ospedali) di cogliere qualche sorriso quando parlo di estetica e di narrazione applicata ai temi strategici della nostra società (alimentazione, educazione, ambiente, integrazione, sanità), compreso il terzo settore, come se in fondo la capacità dell’arte di prendersi cura delle relazioni, dei territori fosse infine una favola bella per persone tendenzialmente ricche e senza problemi (dimenticando che la famosa classe creativa è già a rischio povertà anche in assenza di virus). Eppure, avendo scelto di investire in tutti i contesti prettamente non artistici, per l’appunto ospedali, carceri e imprese, continua a sorprendermi che non venga compresa e giocata l’opportunità di occupare luoghi e temi che hanno un assoluto bisogno di racconti diversi, inclusivi e anche esteticamente validi, che vadano ben oltre la retorica dei “poverini”, dei “bisognosi” e dei “lavoretti” artistici per i minori, per le donne in contesti di fragilità, o per intrattenere i dipendenti.

Ed è proprio da questi spazi, lasciati ingiustificatamente vuoti, che l’arte e la cultura possono ripartire, coinvolgendo attivamente una comunità di artisti, designer, registi, davanti alla quale si spalancano opportunità concrete di incidere sulla realtà.

Si tratta di mettere insieme domanda e offerta, rilanciando le collaborazioni tra istituzioni diverse (sanità, mistero della giustizia, scuola, beni culturali), rendendole attraenti e convenienti per entrambe le parti, sostenendole attraverso bandi e residenze in luoghi reali che necessitano di riqualificazione, umanizzazione, di coesione sociale, di bellezza e di restituzione, con la consapevolezza che avremo bisogno di nuovi sguardi e di nuove interpretazioni per capire e gestire la complessità che stiamo vivendo.

La Germania dà segnali in questa direzione. Si è mossa in questa nuova crisi includendo tra i beneficiari di un importante pacchetto di aiuti rivolto alle piccole imprese e ai lavoratori autonomi (per un ammontare complessivo di 50 miliardi di euro) anche chi opera all'interno del settore culturale, considerato strategico nell’immaginare nuovi futuri e la cui creatività giocherà un ruolo centrale nella ripresa.

Se guardiamo alla tempistica con cui tutto questo sta accadendo, colpisce questa sorta di sincronicità, che quasi fuori tempo massimo, ha spinto soggetti diversi a lanciare nuovi manifesti (Business Round table, agosto 2019; Fashion pact , luglio 2019; Davos Manifesto, dicembre 2019; Manifesto di Assisi, gennaio 2020) i cui contenuti coincidono: coinvolgimento di tutti i portatori di interesse, sostenibilità ambientale, giustizia sociale e ritorno sociale degli investimenti. Ugualmente, in quest’ultimo periodo si è parlato molto di secondo welfare, di terzo pilastro e di quarta rivoluzione industriale, delle dinamiche e delle ibridazioni possibili tra Terzo settore, Stato e mercato e del ruolo crescente della comunità, come se fosse necessario un ripasso generale dell’abc dell’innovazione sociale per prepararci ad affrontare l’emergenza.

Ma non dobbiamo illuderci che questo vocabolario sia stato assimilato da chi si occupa di progettazione culturale (il linguaggio è estraneo a chi si occupa di arte contemporanea, per esempio) e da chi è chiamato a allocare risorse e disegnare nuovi scenari di ripresa. 

Adesso è il momento di portare avanti una visione “sostenibile” della cultura, per mettere in sicurezza il lungo processo di gestazione che ha messo al centro il legame inscindibile tra sostenibilità ambientale e sociale, per non disperdere anni di sperimentazione e di lavoro.

Le tantissime evidenze internazionali dei benefici della cultura applicata al sistema socio-sanitario, devono spingere a unire i mondi, a rendere comunicanti cultura, sanità, giustizia, a introiettare e fare nostra la cultura dell’impatto sociale e della misurazione, traducendo in obiettivi l’intangibilità della cultura, creando reti, ottimizzando le risorse, perché ormai è chiaro a tutti che “nessuno si salva da solo”.

Di recente mi è capitato di rileggere “When is art”, un testo da poco ristampato, scritto da Nelson Goodman, nel 1977. L’autore ha individuato dei “sintomi estetici” con cui riconoscere le opere che funzionano, quelle che “operano” un cambiamento, offrendo un nuovo modo di organizzare l’esperienza, in cui gli stessi artisti, che forniscono “modelli sensibili di innovazione del pensiero”, sono responsabili delle proprie visioni, soprattutto se frutto di processi di partecipazione. Si tratta di senso, trama (narrazione) e attrattiva (coinvolgimento, ma anche coesione sociale). Seguendo questa ricetta, il “come” agiamo sarà sempre più apprezzato del cosa facciamo, perché è il modo in cui interveniamo sui differenti luoghi e sui contesti che farà sempre di più la differenza, sia in presenza che a distanza, perché comunità e community sono parte di un analogo modo di progettare, di creare prossimità e fiducia.

Mi piace immaginare che l’arte oggi possa e debba funzionare come “una spinta gentile”, un pungolo che motivi ad andare fuori dai sentieri tracciati, guidando verso una progettazione culturale capace di includere più voci possibili per accogliere esperienze di vita e di formazione diverse. C’è un mondo di non detto che preme per venire fuori. Storie che attendono di tradursi in opere, e soprattutto persone che hanno bisogno di sentirsi viste, ascoltate e rappresentate. Escludere ancora una volta non conviene.

 

Letture Lente fa da soundboard a un’iniziativa di Andrea Bartoli (fondatore di Farm Cultural Park),  invitando altre voci a contribuire a una  riflessione corale sul futuro.

Elisa Fulco, storico dell’arte, si è specializzata in Storia dell’Arte presso l’Università di Siena. Lavora come curatore di mostre e di progetti di comunicazione e di formazione per aziende e fondazioni d’impresa, occupandosi di responsabilità sociale d'impresa e di inclusione sociale attraverso la cultura. Di  recente ha curato insieme a Madel Crasta il numero di Economia della Cultura edito dal Mulino, dal titolo "Umanesimo industriale nella cultura delle imprese storiche" (2019).

 

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