Con la comparsa del Covid-19, l'umanità è stata chiamata ad affrontare una crisi globale, destinata a lasciarci in eredità una società completamente diversa quando l'emergenza sarà passata. Il fenomeno di portata globale nel quale siamo immersi provoca cambiamenti strutturali. Per interpretarlo e comprendere lo scenario che ci aspetta, a partire dai modi in cui come umani stiamo reagendo alla eccezionalità di questi giorni, abbiamo posto alcune domande a Marco Aime, antropologo, scrittore e docente di antropologia culturale presso l'Università di Genova. Da sempre attento al rapporto tra cultura e processi di cambiamento, Marco Aime è anche tra i consulenti e i relatori di “Pistoia – Dialoghi sull'uomo”, il festival di approfondimento culturale dedicato all'antropologia del contemporaneo, ideato e diretto da Giulia Cogoli, con l'obiettivo di offrire a chi partecipa nuovi sguardi sulle società umane, ponendo a confronto esperti di diversi ambiti in un colloquio capace di attraversare i confini disciplinari e di proporre letture inedite del mondo che ci circonda. Nella conversazione che segue, Marco Aime ci invita a riflettere sulla nostra idea di umanità e sull'urgenza di attuare una vera e propria rivoluzione culturale, perché – come lui stesso ci avverte – “se questa pandemia non ci fa riflettere su certe questioni, sarà stata due volte dannosa: la prima dal punto di vista medico-sanitario, la seconda dal punto di vista culturale”.

Il sociologo Arnaldo Bagnasco, già da tempo, si interroga – e ci invita ad interrogarci – sugli esiti della disintegrazione del concetto di comunità. Lei stesso in suo libro recente, pubblicato da il Mulino, il cui titolo è proprio “Comunità”, si chiede se con il trascorre del tempo – e quindi con il passaggio alla modernità – qualcosa di profondo sia cambiato nel modo di concepire il “noi” e le relazioni che intratteniamo con gli altri. In un momento in cui la riscoperta dei legami di prossimità è tornata al centro del dibattito pubblico, le giro la domanda e le chiedo che cosa è cambiato nel nostro modo di concepire il nostro essere corale?

Sono d'accordo con quanto dice Bagnasco. Sicuramente l'urbanizzazione e l'accelerazione  degli ultimi due decenni, insieme al prevalere di comunicazioni online tramite strumenti digitali, hanno in qualche modo ridotto i nostri contatti in presenza. Anche se questa cosa non viene percepita in modo negativo, comporta una forte perdita di empatia e questo non contribuisce a un senso di comunità, forse a un senso di “community”, che però è una cosa diversa. Oggi, in questa contingenza legata al coronavirus, c'è un cambiamento strano. Da un lato, siamo costretti a non avere rapporti con gli altri e in qualche caso ci accorgiamo di quanto ci possano mancare. A questo proposito, mi viene in mente la famosa frase di Carlo Cattaneo, che disse che la libertà è come l'aria, ci si accorge del suo valore solo quando viene a mancare. Ecco, adesso abbiamo i bambini che hanno voglia di tornare a scuola. Per cui ora ci accorgiamo di questa società che diamo per scontata, quando in realtà scontata non è. Dall'altro lato, nasce una retorica della nuova comunità, una sorta di esaltazione, e nasce addirittura un nuovo nazionalismo. Sul nazionalismo il discorso è breve, in quanto il virus non conosce né passaporti né frontiere e colpisce tutti indiscriminatamente. Quindi non è una questione di “noi” o gli “altri”. Ritengo, invece, che sia necessario abbandonare questa retorica della comunità, perché è buffo richiamarsi alla comunità proprio nel momento in cui non abbiamo quasi più rapporti, se non mediati.

Identità, reciprocità, fiducia sono parole che appartengono al vocabolario della comunità, le cui fondamenta sono state progressivamente erose da un sistema sociale ed economico fondato sull'individualismo estremo. Secondo lei, se e in che modo l'evento straordinario che in questi giorni sta colpendo tutto il mondo potrà aiutarci a ritrovare il senso di comunità che abbiamo smarrito?

Per ricreare l'idea o un senso di comunità al centro ci deve essere la riscoperta delle relazioni interpersonali. Detto altrimenti, la comunità è un insieme di relazioni, ma di relazioni che siano relazioni in senso vero, cioè empatiche, nel senso che io mi faccio carico dell'altra persona e l'altro si fa carico di me, e non una relazione basata solo sulla comunicazione. Io devo capire, sapere chi è la persona o le persone davanti a me, interessarmi a loro e alle loro vite. Quello che ci ha allontanato da questo è, per esempio, questa forma di comunicazione in Rete per cui uno può avere anche più di mille amici sui social e poi la domenica non sa con chi uscire, oppure quando ha bisogno non c'è nessuno che lo aiuti. L'amicizia, o qualunque legame, è faticosa, non basta un click, perché vuol dire farsi carico anche dei problemi dell'altro e sperare che l'altro si faccia carico dei tuoi quando sei in crisi o hai bisogno d'aiuto. Questa è una dimensione fondamentale, il dialogo, la conversazione, il parlarsi, lo scambio, il fatto di andare in profondità. Dall'altro lato, però, abbiamo anche bisogno di momenti comuni, chiamiamoli rituali per comodità, cioè momenti in cui un gruppo di persone condivide davvero qualcosa, in presenza fisica, in uno stesso spazio. Oggi, ribadisco, si parla tanto di comunità in un momento in cui non possiamo condividere questo spazio. Forse ne parliamo proprio perché ci stiamo accorgendo di quanto fosse importante quello spazio, che magari prima non avevamo preso in considerazione e che adesso, invece, ci appare totalmente diverso.

Da antropologo, quali sono gli aspetti relativi al comportamento umano a cui bisognerebbe prestare attenzione in momenti di crisi ed emergenza come quello che stiamo vivendo? La pandemia potrebbe modificare la nostra percezione del possibile e della tensione esistente tra i nostri limiti e la nostra presunta superiorità come specie?

Se questa pandemia servisse da spunto per una riflessione più generale, potremmo vedere anche un lato positivo nella tragedia. Cioè se, per esempio, ci rendessimo conto della nostra – intesa come specie umana – grande fragilità. La modernità, soprattutto in Occidente ma non solo, ci ha portato a una visione sempre più antropocentrica del mondo, in cui la natura, l'ambiente sono al nostro servizio e l'uomo è al centro di tutto. Ci siamo costruiti l'illusione di avere tutto sotto controllo e poi arriva un cosino minuscolo, invisibile e ci fa accorgere di come in poche settimane potrebbe saltare tutto il sistema economico, finanziario, tecnologico su cui abbiamo contato. Dobbiamo riflettere sul fatto che la natura è comunque più potente di noi e che noi, intesi sempre come umani, siamo una parentesi nella storia del Pianeta, probabilmente neanche troppo importante. E questa sarebbe già una riflessione interessante sui comportamenti. L'altra è quella sul fatto che in un'epoca in cui costruiamo muri per dividere le persone e costruiamo sempre l'idea dell'altro, del diverso, arriva un virus che ci trasforma improvvisamente negli altri, nei diversi. Per esempio, nel caso degli italiani è stato anche curioso, nel senso che prima abbiamo identificato i cinesi come gli altri e subito dopo siamo stati noi ad essere visti dal resto del mondo come gli altri. E anche tra noi stessi, tra individui siamo diventati altri dai nostri vicini perché non ci si avvicina, c'è una distanza, non c'è prossimità. Quindi questa situazione ci deve far riflettere molto su un certo immaginario che ci siamo costruiti.

Dal suo punto di vista, corriamo il rischio che si possa esasperare la dicotomia inclusione/esclusione, ossia che si radicalizzi ulteriormente la condizione di precarietà di chi è più vulnerabile, di chi non ha per esempio una casa in cui “restare a casa”, di chi non ha accesso alla tecnologia, di chi ha bisogno di assistenza perché non autosufficiente?

Il rischio c'è. Se questa pandemia non ci fa riflettere su certe questioni, sarà stata due volte dannosa: la prima dal punto di vista medico-sanitario, la seconda dal punto di vista culturale. Pensiamo al fatto che per una volta ci siamo trovati noi a vivere in un luogo da cui vorremmo scappare, perché se ci fosse un posto dove questa malattia non c'è, chi ha i mezzi per farlo ci andrebbe sicuramente. Ecco, questo ci dovrebbe far riflettere su chi scappa dal proprio Paese perché la vita lì è difficile e dura. E anche al nostro interno, rispetto alle disuguaglianze che la modernità ha provocato e che oggi vengono messe a nudo. Lo stesso fatto dell'aver sottovalutato per anni, anzi per decenni direi, gli investimenti nella sanità, sempre costretta a tagli, oggi mette ancora più in evidenza queste disuguaglianze. Se mancano i posti letto, se manca l'attrezzatura, se manca addirittura il personale medico, questo è dovuto a delle scelte scellerate che sono state fatte e che oggi verranno pagate sicuramente dai più deboli.

Nei suoi studi e nelle sue ricerche, lei ha sempre prestato un'attenzione particolare al rapporto tra cultura e processi di cambiamento. In che modo la cultura può contribuire alla costruzione di società più coese e resilienti, in grado di confrontarsi con i cambiamenti che – come stiamo sperimentando in questi giorni – inevitabilmente ci attendono?

La cultura è conoscenza, vuol dire conoscere il più possibile. Un piccolo cambiamento forse lo possiamo registrare. Da quando c'è questa emergenza, nei media in generale si è riscoperta l'importanza delle competenze. La logica dell'uno vale uno, per cui chiunque può dire qualunque cosa, può andare bene quando si affrontano questioni non importanti, ma quando i problemi sono rilevanti – o addirittura pericolosi e minacciosi come in questo caso – ecco che per fortuna si ridà la parola a chi è competente in materia, biologi, virologi, immunologi, medici e così via. È sparito quel teatrino in cui ognuno dice la sua, a prescindere dal proprio ambito di competenza. Si è capito che quella orizzontalità che è stata innescata, almeno in parte, dal modello Internet in base al quale tutti siamo uguali, ha dei limiti perché ci sono delle competenze. E se a partire da questa consapevolezza si innescasse un processo di rivoluzione culturale, oserei chiamarla, potrebbe essere una conseguenza positiva di questa emergenza. Anche il fatto di essere talmente interconnessi, la possibilità di spostarci rapidamente, di muoverci, di andare dappertutto – che in questo caso è stata anche una delle cause della diffusione del virus – ci devono far riflettere. Davanti a delle minacce così grandi – forse il Covid-19 non sarà l'unica perché l'ambiente ci chiederà il conto prima o poi – la soluzione deve essere a livello planetario, o almeno a livello macro, a livello di Unione europea (che ha agito in ritardo). Bisogna cominciare ad abbattere questi confini culturali e mentali e provare a ragionare come una macro-comunità, perché solo così potremo affrontare le crisi che ci aspettano, in questo caso di tipo pandemico, ma anche crisi ambientali che prima o poi ci saranno visti i mutamenti che avvengono. La riscoperta dell'importanza dell'ambiente, che viene sempre proclamata a voce ma mai nei fatti, è la cultura che ci serve, una nuova concezione del genere umano e del Pianeta.

Come si è domandato il Direttore di BBC Arts, Jonty Claypole, che cosa è la cultura in un periodo di quarantena, in cui per cause di forza maggiore molte organizzazioni culturali sono costrette a chiudere e a rinunciare al contatto diretto con i propri pubblici? Ossia come sarà una cultura trasformata fruita da pubblici trasformati?

Sicuramente da un lato c'è una perdita dovuta alla chiusura di qualunque attività ed evento culturale, dai concerti al teatro, allo stesso insegnamento; dall'altro, però, potrebbe essere anche l'occasione per fare buon viso a cattiva sorte, perché aumentano le occasioni in cui si possono leggere libri, si può ascoltare buona musica. Abbiamo l'opportunità di utilizzare questo tempo per leggere, ad esempio, quei libri che non abbiamo ancora letto perché diciamo sempre di non avere tempo, o magari lo abbiamo ma lo impieghiamo in altri modi. Potrebbe essere un periodo in cui siamo costretti a stare in casa, ma che possiamo utilizzare per un arricchimento culturale. È chiaro che non è la stessa cosa, che si tratta di una soluzione di ripiego, però non sprechiamolo questo tempo in più che abbiamo, utilizziamolo per informarci, per leggere, per fruire di contenuti che possono renderci un po' più bella la realtà. Purtroppo, come diceva il filosofo tedesco Hans Jonas, spesso abbiamo bisogno della paura e della catastrofe per capire cosa ci sta accadendo. Forse questa paura della catastrofe – e speriamo davvero che non sia una catastrofe – o comunque del pericolo, potrebbe essere una presa di coscienza degli errori fatti. Potrebbe essere il momento buono per rendersi conto del valore della cultura e della totale disattenzione che c'è stata da parte di molti verso tutto ciò che è culturale, si veda l'intrattenimento di bassissimo livello della televisione generalista, e iniziare a prestare, invece, un'attenzione maggiore alla cultura, alla bellezza della cultura, alla ricchezza della cultura. Ecco se ci serve la catastrofe per innescare questo cambio di paradigma, allora cerchiamo di sfruttare questa emergenza almeno per quelle che possono essere le sue conseguenze positive. Se perdiamo l'occasione adesso, o peggio subito dopo la fine dell'emergenza, di non cadere di nuovo nella routine – e questo è un timore fondato, penso ad esempio al fatto che dopo la crisi del 2008 sarebbe stato interessante avviare una riflessione sul sistema finanziario e invece tutto è tornato esattamente come prima – se come stavo dicendo ricominciamo allo stesso modo, non avremo imparato niente e anzi sarà sempre peggio.

A seguito delle misure restrittive di questi giorni adottate per contrastare la diffusione del Covid-19, che stanno mettendo a dura prova la tenuta del sistema economico, alcuni osservatori hanno sostenuto che uno degli effetti di questa pandemia è la riscoperta della rilevanza del capitale umano nei processi produttivi. Condivide questa visione?

La condivido in pieno, e anzi adesso fa persino un po' innervosire tutto questo sperticarsi, soprattutto da parte dei politici, in lodi verso i medici e gli operatori sanitari che ci stanno salvando la vita, dimenticandosi di quanto poco sono pagati questi lavoratori e delle condizioni in cui oggi sono costretti a lavorare per colpa di scelte politiche che li hanno penalizzati. Sì, si scopre il fatto che le macchine certo possono supplire, possono aiutare, ma non possono sostituire l'uomo, soprattutto in condizioni come queste dove non serve semplicemente una maggiore efficienza e una maggiore rapidità, ma serve una riflessione, una coscienza e anche una certa capacità di intrattenere relazioni umane. E non penso solo a chi opera con le persone malate, ma anche a tutti gli altri che in qualche modo contribuiscono a farci stare in piedi in un momento così critico, viaggiando ad esempio per rifornire il cibo o le attrezzature mediche. Sono tutti esseri umani che magari utilizzano la tecnologia, ma se non rimettiamo al centro il lavoro inteso come opera dell'uomo, la lezione non sarà servita.

Vista di solito come un mezzo che tende a far prevalere i cosiddetti “legami deboli”, la Rete è diventata in questi giorni il luogo che ci consente di continuare a coltivare anche i nostri “legami forti” a carattere emotivo, con la famiglia e gli amici più intimi. Si tratterà, molto probabilmente, di un fenomeno passeggero e temporaneo, ma secondo lei saremo capaci di trarne una lezione su un uso più evoluto, consapevole e responsabile di Internet e dei social media?

A volte, ho una visione negativa dell'uso che noi facciamo dei social media, nel senso che penso che la tecnologia di per sé non è buona o cattiva – il nucleare può servire a curare delle malattie o a bombardare delle città – ma dipende dall'uso che ne possiamo fare. I social media possono essere una risorsa importantissima se non sono usati semplicemente per perdere tempo in attività inutili, per dire sciocchezze oppure peggio per scatenare rabbia e odio nascosti dietro l'anonimato. Se sono usati, invece, per accedere a tutta una serie di contenuti, per scambiarsi dati e informazioni in tutti i campi, questa è una cosa formidabile, favolosa e più che positiva. Sono convinto che i social media hanno un'importanza fondamentale se dialogano con l'offline. Pensiamo a quanti movimenti di rivendicazione sociale, come le primavere arabe, sono nati in Rete e poi si sono tradotti in un offline, in una presenza fisica. Se non c'è questo dialogo e tutto resta confinato solo alla sfera del digitale qualunque domanda, richiesta, non ha alcun effetto, mi basta chiudere il computer e non esiste più. Mentre, invece, quando le persone scendono in piazza non si può fare finta che non esistano, che non siano là. Per questo dico che se noi usiamo bene questo mezzo che è la Rete, può essere uno strumento formidabile. Per quanto riguarda la contingenza del momento, questi strumenti ci servono per comunicare e questo alleggerisce sicuramente il peso dell'isolamento, perché posso fare una chiacchierata e vedermi con un amico, un'amica, una persona cara o un parente senza dover uscire, mettendo a rischio me stesso e gli altri. Secondo me, in questo momento stiamo riscoprendo la parte buona dei social, la parte utile, in quanto non li usiamo solo per sprecare tempo in stupidaggini ma per mantenere vive delle relazioni che pre-esistavano.

Per concludere, vorrei chiederle di provare a fare una previsione. Secondo lei, quando tutto sarà finito saremo essere umani migliori, peggiori o uguali rispetto a come eravamo prima?

Sono un ottimista e mi piace sperare che a qualcosa servirà, almeno per un certo periodo, anche se non so per quanto tempo manterremo questa memoria. Di sicuro, ancora adesso, non ci stiamo rendendo pienamente conto di che cosa stiamo vivendo, perché nessuno di noi, per fortuna, lo avevo mai vissuto prima, visto che dopo la Seconda Guerra Mondiale una catastrofe di queste proporzioni per noi occidentali non c'era mai stata. Questo evento ci deve far riflettere. Mi piacerebbe molto che questa riflessione partisse soprattutto da chi ci governa a livello mondiale – non solo a livello italiano – perché se il giorno dopo che è finita l'emergenza, ricominciamo con le solite beghe da cortile e i soliti interessi privati, senza che nessuno metta in discussione l'intero modello – perché qui si tratta di mettere in discussione un modello e ripensare tutto – allora davvero non sarà servito a nulla. Quando parlo di rivoluzione culturale intendo che è necessario che tutti facciamo lo sforzo di provare a pensare in modo diverso, perché comunque vada e finirà – certo speriamo il più presto possibile, ma finirà – il mondo non sarà più quello di prima. Penso che nel futuro studieranno il prima e il dopo Covid-19. Almeno per un bel po' di tempo noi stessi non saremo più le stesse persone di prima. A questo si aggiunge il pericolo che certi provvedimenti che hanno un senso sul momento, possano perdurare anche dopo quando l'emergenza sarà finita, diventando o un sintomo di repressione oppure, cosa molto più probabile, aumentando quelle forme di controllo sottile dei nostri profili, che già avvengono anche grazie alla Rete. Questo è un rischio che sicuramente si corre.

Ulteriori spunti per continuare a riflettere

“Pistoia – Dialoghi sull'uomo” ha aderito alla campagna #iorestoacasa, pubblicando delle brevi riflessioni di alcuni relatori del Festival per condividere dubbi, paure e soprattutto idee per superare insieme le difficoltà legate all'emergenza sanitaria. Il video di Marco Aime dal titolo “NOI/ALTRI difronte al virus”, gli altri contributi e oltre 320 conferenze sono disponibili sul canale YouTube del Festival.

Inoltre, Marco Aime è stato ospite giovedì 26 marzo del primo di una serie di incontri promossi dalla Fondazione CRC nell'ambito del progetto MotivAzione e trasmessi in live streaming su Instagram. Durante la diretta, Aime ha dialogato con il Direttore della Fondazione, Andrea Silvestri, sul tema della multiculturalità e il processo di cambiamento che stiamo vivendo in questo tempo presente. A questo link è disponibile sia il podcast della diretta sia una versione di testo per chi preferisce ripercorrere quanto è stato detto attraverso la lettura. Il calendario completo dei prossimi appuntamenti può essere consultato al seguente link.

Abstract

In this interview with Marco Aime, anthropologist, writer and professor of cultural anthropology at the University of Genoa, we try to understand the post Covide-19 scenario, starting from a discussion about the ways in which we - as humans - are reacting to the exceptional situation of these days. Strongly interested in the relationship between culture and processes of change, Marco Aime invites us to reflect on our idea of humanity and on the urgency of carrying out a real cultural revolution, because “if this pandemic does not make us reflect on certain issues, it will cause a double damage: from the medical-health point of view; and from a cultural perspective”.

In collaborazione con:

 

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