Questo articolo si propone di leggere due leggi recenti in ambito culturale in una prospettiva di Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. La scelta di questa ottica è dettata non solo dall’ovvia considerazione che la normativa orienta i comportamenti in tutti i settori, ma soprattutto dalla convinzione che sia fondamentale occuparsi della relazione fra il mondo della cultura e il tema dello sviluppo sostenibile, perché:

  • l’agenda 2030 impone un cambiamento di stile di vita, la cui realizzazione richiede la partecipazione di una cittadinanza attiva, responsabile e culturalmente avanzata;
  • il lavoro delle organizzazioni culturali è centrale per la possibilità che lo sviluppo sostenibile si realizzi a livello locale e nazionale; è quindi fondamentale che le organizzazioni culturali facciano proprie le istanze dell’Agenda 2030, peraltro completamente coerenti con la loro missione, e d’altro canto che sia riconosciuto dai loro interlocutori il potenziale  e i modi in cui  queste organizzazioni  partecipano ad un nuovo modello di crescita;
  • il lavoro delle organizzazioni culturali sostiene la realizzazione degli obiettivi dell’agenda in un modo molto più sostenuto di quanto la frammentazione delle organizzazioni coinvolte, la dispersione dei dati e la dimensione contenuta degli investimenti rispetto alle ricadute generate riescano a rappresentare.

Le due leggi prese a riferimento sono entrambe leggi dello Stato, ma hanno due caratteristiche completamente diverse: una – la legge di bilancio - riguarda le direzioni complessive di spesa per il paese (e “tocca” pro quota la cultura), l’altra è invece specifica per una filiera culturale, la legge sulla promozione della lettura.

La legge di bilancio e le risorse per la cultura

La legge di bilancio (160/2019) definisce le stime di entrata e di uscita per il triennio successivo. Approvata ogni anno da entrambi i rami del parlamento, definisce lo spazio di manovra del governo. Per il 2020, assegna al MIBACT circa lo 0,4% del bilancio complessivo dello Stato, pari a 2.489 milioni di euro. Si tratta di minori risorse totali e percentuali rispetto allo scorso anno, anche se va notato come la finanziaria dello scorso anno prevedesse una riduzione significativa (a 2.280 milioni di euro) per il 2020. La parte più consistente delle uscite (1.541 milioni) è rappresentata dalle spese correnti, destinate a coprire spese di funzionamento del MIBACT per il 52% e per il 45% circa sono destinate a trasferimenti, metà dei quali destinati ad enti locali. Inevitabilmente, quindi, la possibilità di orientare il cambiamento attraverso le scelte di allocazione di risorse è molto limitata; occorre infatti considerare che le spese di funzionamento coprono fra l’altro le spese del personale del Ministero, e degli enti statali (dai musei autonomi e i poli, agli archivi di Stato, alle biblioteche statali, ai centri di competenza come l’opificio delle pietre dure ecc.).

Funzionamento del Ministero a parte, le risorse sono allocate nelle seguenti direzioni:

Una parte va a specifiche organizzazioni culturali, per sostenerne il funzionamento (come nel caso degli enti iscritti nella c.d. “tabella triennale”) o per attività specifiche (ad esempio la digitalizzazione delle collezioni, la costituzione di un museo in occasione di una ricorrenza). Da notare una attenzione alle scuole di eccellenza nazionale operanti nell'ambito dell'alta formazione musicale e nel teatro che vengono rese stabili (10 enti), ai piccoli musei (dotati di un fondo di funzionamento di € 2 mln annui – commi 359 360). Nella stessa direzione vanno interventi diretti a specifici territori (l’Umbria per la conservazione del patrimonio la Valle d’Aosta per la salvaguardia dell’ambiente alpino Venezia). Rispetto alla scorsa finanziaria sono ridotti, ma pure permangono, contributi a specifiche organizzazioni, senza riferimento esplicito alla finalità del contributo.

Un’altra direzione di intervento è rappresentata dagli interventi sugli edifici, di interesse storico e culturale o industriali di interesse storico in stato di abbandono (1 milione – comma 389). La quota degli utili del gioco del lotto destinata espressamente alla conservazione e al recupero dei beni culturali, invece, è desstinata ad aumentare fino a 33 milioni di euro e fino al 2035. Anche il cd Bonus facciate, in particolare per immobili situati in agglomerati urbani che rivestono carattere storico, artistico o di particolare pregio ambientale potrà in parte beneficiare immobili a valore storico.

Gli interventi rivolti al patrimonio culturale immateriale riguardano in primis la promozione della lingua italiana all’estero, probabilmente anche in vista delle celebrazioni dantesche; il sostegno di iniziative in favore di studenti con disabilità e con disturbo specifico di apprendimento nelle istituzioni dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica (AFAM) e il potenziamento del FUS (Fondo Unico dello Spettacolo). Come si può notare, l’incremento del FUS in realtà sta riportando la dotazione della risorse ai livelli pre crisi 2008. Viene inoltre mantenuto il sostegno ai carnevali storici e alle bande musicali.

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Per quanto riguarda il sostegno ad  eventi culturali, sono sostenute alcune ricorrenze (150 anni Roma capitale, 100 anni del PCI), alcuni festival ricorrenti (Pistoia Blues festival, Festival Donizetti), iniziative di “città capitali” (Parma in primis). La promozione della cultura italiana all’estero è sostenuta attraverso la partecipazione alla Fiera di Francoforte (l’Italia sarà il paese ospitato per il 2023) e un finanziamento ai festival del cinema italiano all’estero.

Sono inoltre da segnalare interventi infrastrutturali straordinari in direzione di mete turistiche montane e per il prolungamento della Metropolitana milanese in vista delle Olimpiadi.

Infine, il sostegno alle industrie culturali riguarda agevolazioni nel pagamento del canone RAI, il rifinanziamento della app18, l’acquisto di abbonamenti a giornali e riviste per le scuole, il credito di imposta alle edicole, la trasmissione radiofonica delle sedute parlamentari.    

È presto per individuare un orientamento verso alcuni specifici obiettivi di sviluppo sostenibile; si avverte la fragilità strutturale dei settori culturali e il tentativo di stabilizzare le organizzazioni e di organizzare gli interventi per macro attività. Dopo gli interventi sulle filiere dell’audiovisivo, della lettura e la riforma dei musei, la legge lascia intendere che si debba lavorare sulla stampa quotidiana e sullo spettacolo dal vivo. La legislazione europea in ambito culturale lascia intendere un deciso orientamento verso l’agenda 2030 anche in ambito culturale; per il momento la legge di bilancio stimola per quel che riesce l’apertura internazionale e individua alcune aree prioritarie (gli interventi sugli edifici, sui giovani, sulle aree interne).  

La legge sulla promozione della lettura

Se la legge di bilancio, per quanto riguarda le risorse allocate al MIBACT non rivela una attenzione significativa agli SDGs, diverso è invece il caso della legge per la lettura, approvata in Senato all’unanimità lo scorso 5 febbrai con una dotazione annua di 4,35 milioni di euro annui a partire dal 2020. Mi pare ci siano tre aspetti rilevanti da sottolineare:

  • il riconoscimento della “criticità della lettura per lo sviluppo della conoscenza, la diffusione della cultura, la promozione del progresso civile, sociale ed economico della Nazione, la formazione e il benessere dei cittadini”. E al contempo il fatto che sia necessario ribadirlo (se fosse ovvio a tutti, forse non avremmo bisogno della legge);
  • lo sforzo di incentivare comportamenti collaborativi da parte di una pluralità di soggetti (pubblici e privati) su scala locale per la realizzazione della finalità della legge. Se la lettura è un valore condiviso e “universale”, è importante che attorno ai lettori ci sia una comunità sana, ramificata, in grado contemporaneamente di coinvolgere chi non legge, rafforzare chi legge poco, essere di stimolo a chi legge molto e vuole leggere di più, in modo più consapevole, nei molti modi che le tecnologie rendono possibili. Il riferimento esplicito della legge agli indicatori di benessere equo e sostenibile non è da trascurare, anche se ovviamente è difficile da realizzare;
  • la necessità di tutelare, accanto ad una serie di azioni che costruiscono e mobilitano capitale sociale attorno alla lettura, una rete diversificata di punti vendita, in un paese nel quale 12 milioni di persone vivono in comuni senza libreria, in cui molti punti vendita di libri hanno un’offerta molto limitata o stagionale perchè il punto vendita ha un’altra funzione prevalente e in cui a mio modo di vedere non si tratta solo di mettere nelle condizioni le librerie di competere con Amazon ma in primis di evitare che non ci sia alternativa ad Amazon. Perché, come avviene per i giornali, se non c’è nel pubblico la consapevolezza del valore della lettura non può esserci desiderio di libri. E se il desiderio di libri è debole, l’assenza di una libreria non si traduce automaticamente in un consumo attraverso Amazon, ma molto più probabilmente in un non consumo. 

Il decreto suggerisce alcuni modi in cui il piano della lettura può declinarsi: ad esempio, è esplicitata l’attenzione alla dimensione interculturale e plurilingue, alla lettura per chi ha difficoltà di varia natura, allo sforzo di portare la lettura dove ci sono concentrazioni di persone che potrebbero essere nelle condizioni di leggere (gli ospedali, le carceri …) o dove non c’è abitudine alla lettura. Anche se non c’è esplicito riferimento all’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, la legge di fatto orienta l’azione degli operatori verso l’obiettivo 1 (contrasto alla povertà educativa e culturale), l’obiettivo 10 (ridurre le disuguaglianze), l’obiettivo 11 (città sostenibili), l’obiettivo 16 (contrasto alla disinformazione), l’obiettivo 17 (partnership per lo sviluppo sostenibile). 

La partecipazione degli enti locali al piano nazionale avviene attraverso la realizzazione di patti locali per la lettura che coinvolgono le biblioteche e altri soggetti pubblici, come le scuole, nonché soggetti privati operanti sul territorio. Il Consiglio dei ministri assegna annualmente ad una città italiana il titolo di « Capitale italiana del libro », a partire dalle autocandidature dei comuni;  i progetti della città assegnataria del titolo sono finanziati per 500.000 euro annui dal 2020. Le scuole sono esplicitamente menzionate nel decreto in quanto realizzano iniziative - singolarmente o in rete – di promozione della lettura e possono ricevere un sostegno per la formazione del personale addetto alle biblioteche. L’azione di contrasto alla povertà educativa, svolta da una pluralità di soggetti è sostenuta dallo Stato attraverso l’erogazione della “Carta della cultura”, destinata ai cittadini italiani e stranieri residenti che appartengono a nuclei familiari economicamente svantaggiati. La carta ha valore nominale di 100 euro ed è utilizzabile dal titolare per l’acquisto di libri fisici o digitali o prodotti e servizi culturali. Lo stato destina 1 milione di euro a partire dal 2020 per alimentare il fondo “Carta della cultura”, che può essere integrato da donazioni e lasciti di privati e di imprese.

Certo, l’efficacia della legge si lega, tra l’altro, all’iniziativa e lo spirito collaborativo degli operatori sui territori; i patti per la lettura possono essere stimolo alla circolazione di buone pratiche o poco più di decaloghi firmati da burocrati annoiati; dipende dalla lungimiranza politica, dalla qualità delle “macchine comunali”, dalla generosità di insegnanti, associazioni e famiglie. Inoltre, la dotazione per il piano nazionale della lettura non è commisurata al bisogno e all’ambizione di rendere la lettura pratica quotidiana e buona abitudine per tutti; e quindi sarà bene per esempio cercare di trovare altre strade, come per esempio i fondi strutturali europei, che hanno una adesione esplicita agli obiettivi 2030.

Però a me pare che la legge tracci una strada possibile, coerente con una idea di responsabilità individuale e collettiva per proteggere e tenere viva la cultura, e fare in modo che sia un genuino antidoto alle disuguaglianze e un volano per una idea di futuro sostenibile. Che è non solo quanto abbiamo bisogno in questo momento, secondo me, ma è anche straordinariamente coerente con l’art.9 della nostra costituzione.

Professoressa di Management delle industrie e istituzioni culturali presso l'Università Bocconi di Milano, Paola Dubini studia e scrive da diversi anni sulle trasformazioni in atto nel settore editoriale librario. Tra le sue pubblicazioni, “Voltare pagina? Le trasformazioni del libro e dell’editoria” (Pearson 2013), “Institutionalising fragility. Entrepreneurship in cultural organisations” (a cura di, Fondazione Feltrinelli 2016), “Management delle aziende culturali” (a cura di, con F. Montanari e A. Cirrincione, Egea 2017) e “«Con la cultura non si mangia» Falso!” (Laterza 2018).

 

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