Immagine: (c) Cristina Da Milano, foto dalla quarantena, 29 marzo 2020

Da qualche giorno circola in rete questa poesia:

E la gente rimase a casa
e lesse libri e ascoltò
e si riposò e fece esercizi
e fece arte e giocò
e imparò nuovi modi di essere
e si fermò
e ascoltò più in profondità
qualcuno meditava
qualcuno pregava
qualcuno ballava
qualcuno incontrò la propria ombra
e la gente cominciò a pensare in modo differente
e la gente guarì.

E nell’assenza di gente che viveva
in modi ignoranti
pericolosi
senza senso e senza cuore,
anche la terra cominciò a guarire
e quando il pericolo finì
e la gente si ritrovò
si addolorarono per i morti
e fecero nuove scelte
e sognarono nuove visioni
e crearono nuovi modi di vivere
e guarirono completamente la terra
così come erano guariti loro.


Non entro nel merito della polemica relativa all’autrice, Kathleen O'Meara, che non è vissuta nel XIX ma è nostra contemporanea e ha scritto la poesia due settimane fa, in tempo di Corona virus.

Mi ha colpito il testo, soprattutto la parte finale, impregnata di ottimismo, di fiducia nel fatto che impareremo qualcosa da quanto sta accadendo. Certo, la poesia fa riferimento al tema dell’ambiente, ma credo che questo atteggiamento di fiducia nell’essere umano e nella sua capacità di adattarsi al cambiamento in primis e poi di governarlo, di sfruttarlo per concepire nuovi modi di vivere, nuovi paradigmi, si possa applicare anche ad altri settori. D’altronde, non siamo proprio noi che ci occupiamo di cultura ad aver detto in tempi non sospetti che il concetto di sostenibilità non poteva essere applicato solo all’ambiente e all’economia, ma andava declinato anche in termini sostenibilità culturale e sociale? E che le quattro sfere non potevano essere considerate disgiuntamente, ma come un unico sistema complesso, che necessitava di equilibrio tra le sue componenti? Ecco, adesso è il momento di tradurre queste parole in pratica: mentre prima potevamo ancora permetterci il lusso di indicare in maniera forse poco pragmatica la necessità di un cambio di paradigma, adesso siamo costretti ad attuarlo, ancor prima di aver avuto il tempo di concepirlo in maniera chiara.

Il precedente sistema si trova chiaramente in una situazione di grave disequilibrio: sta crollando l’economia, la socialità sta subendo mutamenti radicali, la politica si sta confrontando con sfide inimmaginabili fino a due mesi fa, facendo i conti con errori – meglio, con  scelte – basate sul precedente paradigma e che ora non possono più dare risposte. E così via.

Siamo in grado di ripensare un mondo nuovo? Per ora, siamo tutti – giustamente credo – molto confusi. Sappiamo solo che niente tornerà come prima, ma facciamo fatica ad immaginare come potrà essere, il mondo nuovo.

Stiamo rinunciando forzatamente alla dimensione sociale, così importante per gli essere umani: per quel che riguarda il nostro ambito, viviamo la cultura, come fruitori e come produttori, in nuovi spazi fisici (i balconi, per chi li ha), ma soprattutto virtuali. Apprezziamo le tecnologie che ce lo permettono, che ci consentono anche di continuare a lavorare: eppure - al di là del fatto che si sta manifestando nella sua enormità un problema di accesso alle tecnologie che sta tagliando fuori dal diritto all’educazione e alla cultura tantissimi studenti e non solo - questi spazi virtuali ci vanno stretti, non vediamo l’ora di tornare a vivere la nostra socialità così come eravamo abituati a fare.

Questo è solo un esempio del fatto che da una parte ci ripetiamo continuamente che il mondo non potrà più essere quello di prima, dall’altra però desideriamo ardentemente tornare a fare quello che facevamo prima…E’ solo un esempio, ma è l’aspetto sul quale sto riflettendo di più in questi giorni (sia pure in maniera confusa e me ne scuso) e quindi continuo a parlarne.

Mi domando se non sia possibile vivere questa dimensione virtuale in maniera diversa, creativa. Me lo domando, non ho la soluzione. Negli ultimi 20 anni ho preso non so quanti aerei, partecipato a non so quanti incontri legati a progetti ed iniziative finanziate dall’Unione Europea, fedele paladina dell’obiettivo europeo della mobilità come strumento di coesione e di conoscenza. Come la mettiamo oggi (e probabilmente in futuro) con questa idea di mobilità, che è stato uno dei cardini della politica culturale europea degli ultimi 20 anni? Tornerò a viaggiare come una pallina da flipper in giro per l’Europa? Oppure anche il concetto europeo di mobilità dovrà essere ripensato in modo virtuale? Da ragazzina, ero affascinata da Star Trek e dal teletrasporto: probabilmente, da un punto di vista tecnico ci arriveremo, ma siamo pronti ad immaginare un mondo senza treni e senza aerei? E se dovessimo ridurre il contatto fisico al minimo indispensabile, siamo pronti a immaginare che ad essere teletrasportati non saremo noi ma i nostri avatar?

Ripeto, non si tratta di limiti tecnici o tecnologici, quelli saremo in grado di superarli, di spostarli in avanti, come sempre abbiamo fatto da quando esistiamo come specie. Si tratta di concepire un nuovo sistema culturale in senso lato, che avrà ripercussioni enormi sulla sfera economica, sociale e ambientale. Per deformazione professionale, tra i quattro sistemi che compongono la sfera della sostenibilità tendo a ritenere che quello culturale sia dominante: tutti i cambiamenti di paradigma hanno una matrice fatta di pensiero, di una visione culturale.

La cultura è la risorsa che ci può aiutare ad affrontare le sfide ambientali, sociali, economiche e politiche di questo tempo che ci è stato in sorte di vivere. Le tecnologie possono diventare lo strumento per rendere possibile il cambiamento, ma dobbiamo ancora comprenderne l’enorme potenziale creativo. Non accontentiamoci di dire che se tutto questo fosse successo 15 anni fa, sarebbe stato molto più difficile da sopportare perché non avremmo potuto mantenere le relazioni familiari e lavorative, non  avremmo potuto continuare a produrre e consumare cultura (a proposito, grazie a tutti i miei instancabili amici e colleghi per continuare a segnalare e a proporre nuove iniziative, a stimolare i pensieri, a suscitare emozioni attraverso gli strumenti più vari).

Gli esseri umani sono campioni di adattamento, sono capaci di risorgere dalle ceneri, di sfruttare le crisi per trasformarle in nuovi inizi: dobbiamo affrontare la sfida di cambiare il nostro modo di concepire le società aperte, i sistemi di welfare, i sistemi educativi e quelli culturali, il ruolo delle istituzioni sovranazionali per rispondere in maniera coerente ed efficace a crisi di questo genere. Le tecnologie possono essere strumenti al servizio di una nuova visione culturale che deve necessariamente essere alla base di questo cambiamento, ma forse possono al tempo stesso influenzarla e modellarla. Per farlo, è necessario, come sempre, investire in ricerca e formazione (c’è bisogno di gente che studi, rifletta, pensi, produca e condivida con gli altri, con gli strumenti e le risorse adeguate): noi come settore culturale dobbiamo farci carico di creare la cornice, la visione e la politica deve fare la sua parte (e a maggior ragione, noi come settore non possiamo auto-segregarci nelle care, vecchie torri di avorio ma dobbiamo impegnarci attivamente anche per influenzare la politica). Cambia il paradigma, cambiano le modalità, ma le scelte politiche da fare sono sempre le stesse e devono essere guidate da una visione che non può che essere culturale in senso ampio.

Qui si parrà la nostra nobilitate.

Letture Lente fa da soundboard a un’iniziativa di Andrea Bartoli (fondatore di Farm Cultural Park),  invitando altre voci a contribuire a una  riflessione corale sul futuro.

Cristina Da Milano è presidente di ECCOM Associazione, membro del board di CAE-Culture Action Europe e dal 2017 fa parte del cda di Teatro di Roma.

 

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