Immagine: (c) Francesca Gennai, foto dalla quarantena, 27 marzo 2020

Qualsiasi cosa ci sia dietro l'angolo dovremmo affrontarla, anzi meglio: contribuire a costruirla, rieducandoci al futuro. Un passaggio che appare evidente ora che abbiamo imboccato l’ultimo miglio di un cambio d’epoca dopo aver evocato per anni un “salto di paradigma”. Adesso ci siamo. Per significare e agire il futuro non basta sforzarsi di acquisire conoscenze e informazioni da fonti certe e autorevoli, ma serve anche rigenerare le nostre capacità relazionali e cognitive. Oltre che potenziare, più che la dotazione, la nostra cultura d’uso della tecnologia. In realtà questo lavoro educativo non è nuovo perché attraversa la lunga transizione che con andamento carsico è in atto da più di mezzo secolo. Da quella prima frattura segnata dai movimenti sociali e dalla conseguente “stagione dei diritti” di fine anni ‘60 del secolo scorso. Un tragitto che è stato anche di institution building se consideriamo come suo lascito le organizzazioni educanti, anche di natura imprenditoriale, che sono nate e che oggi definiamo, pure in senso giuridico, terzo settore.

Forse, e per ragioni complesse non imputabili del tutto alla crisi attuale ma che certamente quest’ultima contribuisce a mettere in luce, tutto questo non basta. Non è sufficiente soprattutto in termini di capacità di framing perché il dibattito attuale sugli assetti futuri, anche nel campo dell’innovazione culturale, è ancora dominato da un pendolare che appare davvero fuori tempo tra stato e mercato, con il primo sul banco degli imputati per qualsiasi ragione e il secondo ri-affidato di compiti e responsabilità, quasi che i suoi fallimenti fossero solo riconducibili alla spoliazione neoliberista. E ancora si nota lo stesso limite di inquadratura guardando all’effetto seduttivo esercitato dalle risorse filantropiche e dai contributi pubblici rispetto alle transazioni di mercato, sia nel campo sociale ma, di nuovo, soprattutto in quello culturale. Ignorando, o sottovalutando, come anche (e forse soprattutto) le prime generino, come “moneta di scambio”, una distorsione, un possibile effetto di colonizzazione delle logiche e delle mission organizzative, con una curiosa e paradossale inversione dei fini per cui sono proprio i donatori a evidenziare questa deriva che essi stessi hanno alimentato (e che continuano ad alimentare).

In sintesi, uno dei principali deficit educativi sembra risiedere nella scarsa capacità di “stare nei mercati” come si usa dire tra gli addetti ai lavori, o meglio nel non essere ancora riusciti a reimpiantare nel mercato dinamiche sociali e organizzative nuove. Il risultato è di perpetuare lo sradicamento di questa istituzione dalle dinamiche sociali, consegnandola così al monopolio del capitalismo rispetto al quale ci si accontenta di fare advocacy o di catturarne gli sfiati di responsabilità sociale.

Ecco quindi che un pezzo di educazione al futuro passa anche dal rilancio del processo di civilizzazione del mercato che passa attraverso il recupero delle sue dimensioni di significato a fronte di tendenze che invece esasperano la parcellizzazione e l’anonimato degli scambi.

Abbiamo, da questo punto di vista, un patrimonio di competenze e modelli alternativi - basti pensare all’impresa sociale - che però necessita di essere tirato dalle nicchie settoriali nelle quali si è fin qui sviluppato per far fronte a nuovi assetti sistemici, anzi per contribuire a ricostruirli magari sulle macerie dei precedenti, ben sapendo di dover operare lungo il crinale dell’ambivalenza rispetto agli esiti. Ci troveremo, ad esempio, di fronte a risorse pubbliche che verranno sempre meno investite per “pacchetti di servizio”  e sempre più attraverso contributi monetari messi nelle tasche di beneficiari / clienti piuttosto che in quelle dei provider di beni e servizi in regime di outsourcing. Un assetto che rischierà di includere anche servizi sociali, educativi, sanitari dove solo la presenza di un aggregatore della domanda può garantire la sostenibilità. Oppure in ambiti dove le tradizionali filiere locali e di prossimità verranno “virtualizzate” in piattaforme digitali capaci di abilitare micro prestazioni e apporti di risorse ai limiti dell’informale operando su scale territoriali ed economiche sempre più vaste. In sintesi le innovazioni – dal welfare di comunità all’economia circolare, dal turismo esperienziale al fair trade – elaborate nell’ambito del terzo settore potrebbero essere “scalate” attraverso ben altre catene del valore, lasciando così la sensazione che si trattasse, in alcuni casi, di una comfort zone involontariamente prestatasi a fare da laboratorio di ricerca e sviluppo per l’economia mainstream.

Per questo, una maggior consapevolezza diventa un prerequisito importante per abitare un ambiente sociale e in specifico di mercato dove, sia come individui che come organizzazioni, saremo inevitabilmente più connessi ed esposti. Che questo avvenga attraverso i sistemi informativi pubblici o i social network privati conta (relativamente) poco: si saprà tutto, non solo in termini di “preferenze di consumo” che, viste con gli occhi del presente e del futuro prossimo appaiono quasi banali, ma anche a livello di stati emotivi, spinte motivazionali, comportamenti prosociali. Per questo servono filtri collettivi capaci di fare da interfaccia con contesti sempre più invasivi nel richiedere non solo bisogni da soddisfare, ma la mobilitazione di energie progettuali, immaginifiche. “La felicità la si può trovare anche nei momenti bui, se solo uno si ricorda di… accendere la luce”, ricorda Silente a un Harry Potter disorientato. Questo richiede però di riscrivere un contratto sociale in cui il nuovo contraente non è un ente altro da sé ma piuttosto un prolungamento dell’individualità dentro formazioni sociali su base comunitaria (che peraltro la stessa economia mainstream è impegnata a costruire nella sfera digitale).

La sfida educativa consiste quindi, in estrema sintesi, nell’imparare a “stare in comunità” per allenare le nostre competenze per il futuro e che sostanzialmente si possono raggruppare in quattro grandi ambiti: il primo consiste nell’esercitare azioni di advocacy su temi e questioni la cui rilevanza non dipende solo dal fatto che ricadono nel perimetro “del mio giardino”, ma piuttosto perché toccano i gangli dei sistemi sociali ed economici; il secondo corrisponde a un upgrade del consumo consapevole inteso sempre più come azione collettiva con una forte valenza di sense-making; il terzo riguarda la capacità di operare all’interno di progettualità complesse che rispondono a sfide di natura sistemica; il quarto e ultimo, e forse quello più bisognoso di educazione, consiste nell’agire come commoners, in grado cioè di intervenire in processi decisionali che non si limitano ad affidare una delega ma si fanno carico dell’autogoverno delle risorse.

Se le mettiamo in fila forse ci accorgiamo di un minimo comun denominatore che unisce i quattro gli ambiti: dobbiamo tornare a fare politica ricordandoci la sua accezione più pura, l’arte di costruire la società, il futuro.

Francesca Gennai (Cooperativa sociale La Coccinella)

Flaviano Zandonai (Gruppo cooperativo Cgm)

Letture Lente fa da soundboard a un’iniziativa di Andrea Bartoli (fondatore di Farm Cultural Park),  invitando altre voci a contribuire a una  riflessione corale sul futuro.

Flaviano Zandonai, sociologo, si occupa di terzo settore e impresa sociale attraverso attività di ricerca applicata, formazione, consulenza e divulgazione editoriale. Ha lavorato per istituti di ricerca e coordinato reti tra comunità scientifica e imprenditoria sociale. Oggi è open innovation manager presso il Gruppo cooperativo Cgm.

Francesca Gennai, sociologa, ha lavorato per diversi anni alla Fondazione “Demarchi” portando avanti uno studio sulle relazioni fra genere, mondo del lavoro e generazioni, capitale sociale e modelli di welfare di comunità. È Presidente della Cooperativa La Coccinella, che gestisce 21 nidi in provincia di Trento, e Vicepresidente del Consorzio Con.Solida, la  più estesa rete di cooperative sociali del Trentino.

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