Immagine: (c) Linda Di Pietro, foto dalla quarantena, 02 aprile 2020

This is precisely the time when artists go to work.
There is no time for despair, no room for fear.
We speak, we write, we do language. That is how civilizations heal.
(Toni Morrison)


Questo tempo ci mette di fronte a una sfida paradossale: disastro, lutto, dolore eppure anche una enorme, rara opportunità; che non attenua il dolore, ma che non va sprecata.

Quella della discontinuità.

Dell’interruzione degli automatismi e di ciò che diamo per scontato; le istituzioni in quanto tali, le rendite di posizione, la libertà di movimento, il cibo facilmente reperibile, il sistema sanitario.

Nella discontinuità il tempo rallenta, il passato si distanzia in modo inusuale dal futuro, rendendo così il presente un momento in cui si manifesta lo spazio per “ricominciare”.

Sta a noi decidere se coglierla. Ciascuno e tutti, le istituzioni e i luoghi.

Ricominciare richiede la capacità di essere veramente nel presente – non come un mero anello di congiunzione tra passati terribili e futuri ideali – ma come direbbe Donna Haraway presenti nel mondo in quanto creature mortali interconnesse, oggi più che mai, a uno stesso destino.

In questo lungo nel frattempo, stiamo osservando le crepe delle istituzioni culturali del passato, vediamo la fallibilità dei modelli, e l'obsolescenza di alcune prassi, scopriamo cosa è facilmente sostituibile, e per contrasto pensiamo a quali istituzioni culturali serviranno, dopo.

Non basterà riprogrammare stagioni teatrali o cartelloni cinematografici, come nulla fosse né riporre tutta la fiducia nella tecnologia salvifica, e neanche pensare che basti riaprire a capienza ridotta o contare i danni dei mancati incassi.

Co-progettare il subito dopo

Per fronteggiare il subito dopo servono organizzazioni in grado di progettare nel presente, e con gli strumenti del presente, nuove forme di incontro tra arte e corpi, tra corpi e corpi e tra corpi e ambiente.

Organizzazioni che sappiano sviluppare un dialogo plurale e inclusivo tra artisti e comunità. Laboratori di pubblica utilità per comunità interdipendenti che siano in grado di condividere risorse e prendersi cura gli uni degli altri.

Sono luoghi e organizzazioni che già esistono ma che sono stati finora minoranza narrativa del Paese. Sono i nuovi centri culturali nati da esperienze di attivismo, spazi che pongono al centro pratiche di innovazione culturale e artistica, sociale e civica.

Questa crisi rappresenta l’opportunità per far salire di scala non solo il loro contenuto (quello è legato alle persone e ai contesti specifici), ma soprattutto il loro metodo.

L’opportunità per trasformare questi centri culturali, oggi chiusi per Decreto, nei motori della ricostruzione.

Bisogna uscire dalla politica delle rendite e va messo in campo un piano di investimento sui luoghi che sapranno adattarsi alla transizione, perché, è inutile dirlo, non ci sarà un click day in cui noi tutti improvvisamente apriremo le porte delle nostre case e torneremo a teatro, nei musei, al cinema.

Servirà un periodo transitorio e questi luoghi, situati nei quartieri, che già operano nella prossimità, diffusi nelle piccole e grandi città, capillarmente sparsi in tutto il Paese, abituati ad ospitare attività molto diverse tra loro, ci traghetteranno verso un nuovo uso degli spazi per la cultura.

Apriranno ai cittadini il co-design degli spazi, la co-decisione sui processi, rendendo i vari pubblici consapevoli delle raccomandazioni di esperti, in connessione con le condizioni del territorio in cui si trovano, e inventeranno la fruizione culturale del futuro.

Il punto è, infatti, coinvolgere la cittadinanza nel processo decisionale su come, quanto e in quanto tempo tornare a condividere quel grande rito collettivo che è la cultura.

Lo stimolo viene dalla Svezia, unico Paese in Europa che promuove l'empowerment dei cittadini in questo frangente, prendendo decisioni basate su conclusioni di epidemiologi, esperti di crisi, fatti e scienza, messi in relazione alla situazione e alle condizioni locali. Queste decisioni, insieme ai ragionamenti che stanno dietro, vengono comunicate dal Governo ai cittadini svedesi su base giornaliera: alcune sono direttive e altre suggerimenti e raccomandazioni.

Ciò crea cooperazione volontaria di un pubblico ben informato, elemento cruciale se si desidera che una società sia resiliente per un periodo di tempo più lungo, specialmente in tempi di crisi.

Così i nuovi centri culturali si potranno trasformare in luoghi per la cura delle distanze tra i corpi, per riconquistare con pazienza i centimetri che ci hanno diviso in questi mesi, e per immaginare strategie di neutralizzazione della paura.

Potranno diventare conduttori di fiducia, e immaginare con l’aiuto dei fruitori stessi, geografie mutevoli per la condivisione del tempo e dello spazio, e per la ri-connessione con l’ambiente.

La rinascita culturale dipende inoltre dalla nostra abilità di far riconoscere questi luoghi come motori di welfare culturale, scommettendo sulle persone, anziché sui programmi e sulle procedure, e puntando sul lavoro degli artisti nelle tante relazioni tra partecipazione culturale e salute, benessere psicologico, coesione sociale, empowerment individuale e collettivo.

È all’interno di questa alleanza tra culturale e sociale che costruiremo l’alternativa possibile.

Strumenti nuovi per Istituzioni nuove

Per farlo, servono strumenti nuovi e serve aprire una conversazione sul cambiamento incrementale. Possibile solo se abbracciato da un numero di persone crescenti e in alleanza con lo sguardo degli artisti. Per questo si materializza la necessità di ascoltare oggi le visioni degli artisti, investire sulla loro stabilità, e la loro capacità di interpretare e veicolare le paure e le riflessioni sul presente e – appena finita l’emergenza – di immaginare politiche di investimento su innovazione e ricerca destinate loro, in tutte le forme possibili.

La verità è che, riprendendo Ezio Manzini, in quest’atmosfera non so se ci sarà spazio per i temi culturali senza uno scontro. Senza cioè che al pensiero dominante se ne contrapponga un altro.

Serviranno donne e uomini coraggiosi, perché quando sarà passata l'emergenza sanitaria, di fronte alle macerie, la strategia conservatrice si rivelerà del tutto inadatta e il tema della ricostruzione si imporrà.

Qualcuno penserà al ripristino della situazione ex ante, ma in quel momento sarà forse un po' meno difficile di quanto lo sia stato negli ultimi anni, mettere al centro il tema della cultura come orizzonte di lungo periodo e come impegno prioritario di una generazione. Si creeranno così le condizioni perché si affermi una coalizione innovatrice in grado di disporre delle risorse necessarie a catalizzare nuovi processi e sostenere la nascita di nuove istituzioni culturali di prossimità.

Per questo c’è bisogno di una nuova alleanza tra settore culturale e terzo settore sociale, per dare alle nostre comunità una speranza per il futuro prossimo.

La natura ci insegna che una tempesta serve a pulire gli alberi dai rami secchi, che gli impediscono di crescere verso nuove direzioni.

Il nostro compito deve essere scatenare una risposta potente dinanzi a un evento così devastante, ma anche placare le acque tormentate e crescere, insieme, verso nuove direzioni.

Linda Di Pietro, manager culturale. È Amministratore unico di Indisciplinarte, società di progettazione culturale, curatela e sviluppo territoriale. Insegna Ideazione di Eventi al Master MEC, Università Cattolica di Milano. È nel comitato costituente della rete Lo Stato dei Luoghi ed è nello steering committee di IN SITU - European Platform for Artistic Creation in Public Space.

Letture Lente fa da soundboard a un’iniziativa di Andrea Bartoli (fondatore di Farm Cultural Park),  invitando altre voci a contribuire a una  riflessione corale sul futuro.

 

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