Le diverse e autorevoli analisi della situazione degli universi sociali e produttivi al tempo della pandemia (e nella sua prospettiva post-apocalittica) stanno suggerendo degli scenari giocoforza generali e generalisti, con dei macro-temi che stanno polarizzando e caratterizzando il dibattito pubblico e che costituiranno probabilmente anche il minimo comune multiplo dal quale partire per immaginare reazioni efficaci a un contesto critico.

Pensando alle due variabili dell'equazione delle quali ho una conoscenza più compiuta - digitale e cultura - provo a proporre un'esplorazione funzionale di uno degli argomenti più gettonati, avvalendomi di dati raccolti e pratiche emerse in questo difficile contesto. Una proposta che potrebbe risultare utile pensando a quanto e come la lettura e l'interpretazione generale dei problemi si attagli effettivamente anche al panorama delle attività culturali e creative.

Di seguito quindi alcune considerazioni su uno di quelli che stanno emergendo come luoghi comuni, per capire se alla locuzione - parlando di cultura - si debba attribuire un significato limitato e limitativo (e quindi negativo e limitante) o esaustivo, nel quale ci si possa ritrovare un senso comune.

La fine dello spazio collettivo?

Una ricerca pubblicata dal MIT Technology Review è stato il primo contributo intellettuale (per quanto mi consta, almeno) circa la teorizzazione del definitivo cambiamento dei nostri ritmi di vita quotidiana e di relazione, fondato essenzialmente sul peso che il distanziamento sociale continuerà ad avere su tempi medio-lunghi per contenere il diffondersi del virus. Una tematica di stringente rilevanza per il mondo della cultura, che ha sofferto la repentina chiusura dei suoi possibili spazi di distribuzione (e quindi vitali) come cinema, teatri, centri culturali, biblioteche, librerie, stadi.

La reazione a questo stato di cose - laddove fisicamente possibile - si è concretata in lodevoli sforzi logistici, con la consegna a domicilio di libri (in contrasto e contraltare ideologico con i giganti del settore come Amazon), magari secondo modalità ecompatibili (in bicicletta).

In Cina, primi a confrontarsi con questi problemi, hanno anche optato per la consegna combinata di libri e dessert, creando una formula di "kit di sopravvivenza" che non può che suscitare un'incontenibile simpatia, ma che purtroppo non offre che una delle tante testimonianze simboliche della volontà di resistenza e resilienza di un sistema messo però alla prova da un cambiamento probabilmente epocale.

La portata della questione è aumentata anche dalla prospettiva che, anche dopo la riapertura dei luoghi di fruizione culturale, esigenze di contingentamento degli ingressi e dei flussi per favorire il rispetto delle distanze di sicurezza tra le persone saranno la nuova normalità per un lasso di tempo impronosticabile nel suo orizzonte complessivo. 

Esempi di sensibilità favorevole al distanziamento sociale

La misura di quanto il distanziamento sociale sia al momento (oltre che in prospettiva) un fattore decisivo sta nei risultati di una ricerca relativa a un elemento che potrebbe essere classificato come frivolo, ma che riflette la modulazione dell'approccio mentale del pubblico: l’osservazione delle immagini che i brand internazionali usano per promuovere i loro prodotti nella pubblicità online su Facebook e Instagram (tra le maggiori fonti di revenue mondiali in termini promozionali). Secondo una recente rilevazione, messa a confronto con i dati relativi ai periodi precedenti, scene che riproducono comportamenti in questo momento impossibilitati o comunque sconsigliati (baci, abbracci, vicinanza fisica in generale) sono calate nella misura del 27,4%, raccontando di come chi investe per guadagnarne - le grandi aziende - sia molto attento a interpretare le volute di una sensibilità collettiva sempre più calibrata sulla paura. In alternativa i pubblicitari optano per immagini di singoli modelli, o per una comunicazione focalizzata sul prodotto in sè.

Altrettanto interessante il calo del 20% di scene che riproducono situazioni di vita inevitabilmente connesse con la quarantena, come scene da interno, scene familiari, immagini di animali domestici, di persone che guardano la televisione, sostituite in pari percentuale da messaggi di tipo ispirazionale-aspirazionale, che alludono a un prossimo futuro possibile da evocare. A ciò si aggiunge, anche in questo caso, la comunicazione visuale focalizzata sul prodotto.

Nuove forme (digitali) di riavvicinamento sociale

Fisiologicamente, in un contesto simile le piattaforme dei social media sono i canali di connessione collettiva essenziali in un momento come questo, adempiendo ad una funzione estremamente seria. I dati diffusi direttamente da Facebook raccontano di un incremento d'uso delle sue app di messaggistica (Messenger e Whatsapp) del 50% nei paesi più colpiti dal COVID-19, con una punta del 70% in Italia.

Il numero delle chiamate multiple (con più utenti convolti contemporaneamente) è in crescita di una percentuale del 1000%. La messaggistica privata consente e incoraggia comunicazioni dirette e personali, non sul "proscenio digitale" del quale siamo attori e spettatori quotidiani. Peraltro anche le performance di strumenti come le dirette video su Instagram e Facebook (i Live) registrano un aumento impressionante, anche qui nell'ordine del 50% in una sola settimana.

Il Rapporto Censis sulla comunicazione in Italia del 2017 aveva rimarcato per la prima volta in modo esplicito che i social media influivano in maniera decisiva sulla creazione dell'immaginario collettivo, sancendone l’assoluta e imprescindibile rilevanza, in particolar modo per una predisposizione ludica degli utenti. Adesso le contingenze del reale e della cronaca, per non dire della storia, contribuiscono ad inserire indelebilmente i "luoghi" del digitale tra le infrastrutture sociali indispensabili nelle dinamiche sociali.

Primi spunti propositivi e proattivi

Posto che il digitale non può sostituire la rappresentazione fisica della cultura in tutte le sue forme, non può trascurarsi l'opportunità che i suoi strumenti possano fornire per l'irrobustimento dell'offerta culturale. In questo senso, in relazione agli elementi analizzati, potrebbe avere senso riflettere su:

  • La costruzione di una nuova "visualità digitale" del prodotto e del servizio culturale. La rielaborazione dell'estetica e soprattutto dei formati del prodotto e servizio culturale, in modo che possa essere (almeno parzialmente) svincolato dalla sua dimensione fisica ed analogica.
  • La gamification del distanziamento sociale. Laddove la prossimità fisica diventa un fattore strutturale del campo da gioco, è bene provare ad inserirlo nella dinamica secondo modalità ludiche, che consentano di interpretarla come una peculiarità, e non solo come un vincolo. Come nei giochi di ruolo.
  • Una personalizzazione di gruppo della fruizione culturale, calibrata (anche) sulle formule legate alla formula della messaggistica privata, che consenta di coltivare la dimensione micro-collettiva della quale vivono tali sistemi, magari creando palinsesti di distribuzione modulari e parcellizzabili.

Le crisi offrono opportunità che è bene immaginare. Soprattutto quando non c'è alternativa.

Abstract

What will be the mental evolution in public space living and concept dimension of places after pandemic? Is it the end of collective space as we know it? What will be the real and actual impact of this new mindset on cultural activities (and their business revenues)?

Data from different studies and practices all around the world – Italy included – show the users’ perspective oriented toward a significant change in behaviours due to social distancing connected to COVID-19 public measures. Focusing on digital practices and rising attention of audience about online activities in such a peculiar period – a sort of “perfect test” for digital assessment of presence and activities of cultural stakeholders – is the main task of this article, aimed at making plausible propositions for a re-interpretation of culture dynamics in and through individual and collective spaces.

 

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