La crisi determinata dal Covid-19 ha evidenziato in modo drammatico quanto la dimensione territoriale sia stata espulsa da lungo tempo dalle policies di questo paese per essere ridotta a mero spazio diagrammatico e astratto. Una afisicità delle cose che attraversa anche le filosofie dello smart o delle best practices replicabili, nell’idea che sia sufficiente attenersi a una procedura per risolvere le complessità della contemporaneità. Niente quanto le emergenze sanitarie della Lombardia e del Piemonte mostrano l’urgenza di una reimmissione del territorio materico e concreto – fatto di abitanti e insediamenti specifici – dentro l’orizzonte delle politiche. L’astrazione dallo spazio fisico ha permesso quelle azioni di concentrazione (dell’eccellenza), separazione (dal territorio) e specializzazione (funzionale) che negli ultimi decenni sono state la cifra delle trasformazioni delle parti più dinamiche del nostro paese, che si trattasse delle cliniche lombarde o delle superstrade pedemontane. Non è forse un caso che la crisi abbia colpito più duro proprio in quei territori intermedi – come la bergamasca o il lodigiano – che sono stati i principali oggetti delle politiche settoriali.

Questa crescente consapevolezza non ha fatto che rilanciare ulteriormente il tema delle aree interne, montane e marginali, già oggetto in anni recenti di una forte e crescente attenzione. Dopo le prime settimane di smarrimento, abbiamo assistito a tanti interventi di esperti, opinionisti, architetti che parlano di far “adottare” i borghi delle aree interne dalle città metropolitane, o che affermano che il futuro del paese è nei territori di margine e non più nelle aree urbanizzate, o ancora che profetizzano che le case, gli appartamenti – insomma, le cose – dovranno essere fatte così.

Al di là del diffuso wishful thinking che attraversa questi interventi – che raramente si pongono il tema del come, con quali risorse, con quali politiche, con quali strumenti, e soprattutto rispetto a quali orizzonti e obiettivi sociali, economici e culturali, limitandosi a descrivere un mondo di immagini in fondo prevalentemente estetizzanti –, quello che colpisce sono le modalità argomentative e gli immaginari sottostanti queste riflessioni, che sembrano sempre rimandare a una logica oppositiva e dicotomica dei territori, piuttosto che a un’idea cooperativa e della compresenza. Aut-aut invece che et-et. O la città, o la campagna-montagna. O i “centri”, o le “periferie”. O ancora le realtà metropolitane che “aiutano” le aree interne, come se queste fossero gusci vuoti, privi di comunità, progettualità, desideri, dotati solamente di patrimoni naturali e storici.

Eppure tutte le ricerche di questi ultimi anni dimostrano come molte volte la frontiera dell’innovazione venga a disporsi proprio lungo le linee di margine: progetti di rigenerazione a base culturale, cooperative di comunità, reinsediamenti giocati sul filo del recupero delle eredità e delle nuove tecnologie. Certo, si tratta di sperimentazioni fragili tanto quanto i luoghi su cui insistono, ma dove la dimensione territoriale e spaziale gioca un ruolo attivo e inedito, che dovrebbe essere osservato con attenzione proprio in virtù delle nuove aperture che può offrire, anche rispetto a contesti urbani sempre più bloccati.

Purtroppo non è così. Già la stessa composizione della task force governativa per l’uscita dalla crisi – composta essenzialmente da economisti, tecnici e qualche sociologo, e in totale assenza di competenze in grado di spazializzare territorialmente i fenomeni – fa intravedere una volontà di continuare senza soluzione di continuità secondo le linee di quel paradigma tecnico-soluzionista che ha guidato gli ultimi decenni, e da cui le valenze spaziali sono espulse in modo strutturale.

Eppure la spazializzazione, la territorializzazione delle politiche oggi rappresenta una priorità incontrovertibile e decisiva. Da qui la necessità di ribadire alcuni nodi per il post crisi che nascono non da oggi, ma da un oramai lungo percorso di analisi e esperienze sul campo, e che vengono a intrecciare due questioni strategiche: da un lato il bisogno di policies capaci di assumere il tema dei territori in modo attivo – superando la contrapposizione tra discipline socioeconomiche e spaziali –, e dall’altro il progetto di riattivazione degli spazi marginali e periferici, non necessariamente coincidenti con le sole aree interne.

1. Questa crisi mostra come le aree che hanno maggiore capacità di resistenza sono quelle dove buoni gradi di interdipendenza e di integrazione delle parti, di varietà e multifunzionalità vengono a coniugarsi con specifiche caratteristiche territoriali e ambientali. È evidente come le aree interne abbiano degli atouts da giocare in questa partita. Ma questo significa ridefinire in termini radicali molte delle policies dedicate a questi territori negli ultimi decenni, quasi sempre incentrate sulla patrimonializzazione delle risorse locali e la loro valorizzazione turistica: in fondo l’esaltazione delle eccellenze, dei beni faro, delle specializzazioni sul mercato del turismo non è che l’altra faccia del medesimo paradigma che ha guidato aree metropolitane e territori intermedi. Bisogna rovesciare la visione: non a partire dai “centri” verso le “periferie”, ma a partire dai “margini” stessi. A muovere da un’idea centrale: che questi non devono essere luoghi del consumo (di natura, di tradizioni, ecc.), ma innanzitutto territori della produzione: di nuove culture, di innovazioni sociali, di saperi e pratiche tecnorurali, di rinnovati modi di fare welfare e di interagire con l’ambiente.

2. Tutto questo rischia però di rimanere una banale e ineffettuale petizione di principio se non cambiano le culture e gli immaginari, i grandi quadri concettuali di riferimento. Paradossalmente questo paese, malgrado il suo incredibile mosaico paesaggistico e ambientale, non ha mai coltivato un’idea di integrazione tra le sue parti, privilegiando rappresentazioni del paese dicotomiche e oppositive. Come in molti sosteniamo da tempo, serve una nuova visione metromontana, fondata sull’interdipendenza e la cooperazione dei diversi sistemi territoriali. Del resto, prima della modernizzazione novecentesca, questo era sempre stata la modalità di funzionamento storica del policentrismo italiano. Questo della metromontanità è il nodo centrale, che può permettere di superare lo stallo della contrapposizione tra visioni urbanocentriche e localistiche. Qui non è un tema di progettare le aree interne come fossero un recinto a sé stante, ma di prefigurare un progetto complessivo sul tema del Riabitare l’Italia.

3. La crisi ha messo in evidenza un altro tema importante: la fine di un certo modo di pensare il rapporto tra stato centrale e autonomie territoriali per come si è dato storicamente nel nostro paese. Il disastro sanitario di alcuni territori è solo l’ultima cartina di tornasole dell’esaurirsi del ruolo propulsivo giocato dalle autonomie locali, che dalla grande stagione dell’innovazione della fase compresa tra gli anni ’70 e ’90 dello scorso secolo si è rovesciata in burocrazia e riproposizione delle medesime logiche dei poteri centrali. Al di là del dibattito sulla riattribuzione di alcune deleghe allo stato, un dato emerge con forza: la necessità di ripensare e rimodulare competenze, regole, norme in stretta relazione con le differenti caratteristiche geografiche e socioeconomiche dei specifici territori. Oggi buona parte degli apparati normativi e fiscali, dei finanziamenti, sono costruiti su quei modelli di riferimento della grande dimensione, della specializzazione che sono l’esatto contrario di quanto possono offrire le aree interne. Bisognerebbe ricostruire questi apparati a partire da quanto insegnano le esperienze più innovative di questi territori, investendo sulle realtà che abilitano le persone a essere cittadini attraverso percorsi di costruzione di infrastrutture di cittadinanza E soprattutto, servirebbe un’iniezione di giovani quadri dirigenziali pubblici con competenze specifiche: un investimento per questi territori i cui esiti in termini di progettualità e capacità di raccogliere finanziamenti ripagherebbe ampiamenti i costi.

4. Dobbiamo smettere di parlare solo di sanità e ospedali: dobbiamo parlare soprattutto di salute. Dobbiamo parlare di formazione e di comunità educanti, e non solo di scuole. Dobbiamo parlare di diritto alla mobilità e alla comunicazione, e non solo di strade. Uscire dalla tassonomia degli oggetti precostituiti e dalla visione astratta delle soglie minime, e ricostruire modelli di welfare e di infrastrutturazione – in linea con i portati dell’Economia fondamentale – a partire dalle specificità dei territori. Innovando e contaminando. Le migliori esperienze di rigenerazione in atto nelle aree interne del nostro paese mostrano infatti che si possono costruire “fuochi” capaci di agire da acceleratori dello sviluppo sociale ed economico dei territori – con il sociologo Filippo Barbera le chiamiamo idealmente Case del Welfare – proprio intrecciando temi come la cultura, la salute di comunità e i piccoli servizi locali, la formazione e l’accesso alle nuove tecnologie, il sostegno alle microeconomie. Piccoli centri di competenza e di servizio a base territoriale capaci di funzionare da spazi scambiatori tra aree metropolitane e interne in un’ottica realmente metromontana.

5. La crisi mostra anche l’insensatezza di un dibattito pubblico sclerotizzato da anni sulla contrapposizione tra grandi e piccole opere infrastrutturali, dove il termine “infrastruttura” sembra essersi trasformato in una sorta di feticcio e di ente metafisico sganciato dalle realtà dei territori. Quello che questo paese necessita è un grande progetto di reinfrastrutturazione alle diverse scale che sappia tenere insieme dimensione logistica, ambientale e di welfare. Per dirla in termini sintetici, la presenza del Covid-19 sul particolato atmosferico della pianura padana impone un ripensamento radicale, dove nuovamente la dimensione territoriale è decisiva. Superando al contempo i divari digitali per colmare la mancata competitività delle imprese locali e portare nuovi servizi per le comunità.

6. En passant, una parola sul come, con quali modalità. Affinché l’interesse per le aree interne non diventi l’ennesima riproposizione alla tipica via italiana allo sviluppo incentrata sull’edilizia. C’è ben poco da costruire ex novo. Semmai c’è un enorme capitale fisso territoriale, un incredibile dispositivo per l’abitare, fatto di borghi e sistemazioni agricole e fluviali, di boschi e infrastrutture minori che attende di essere reinterpretato, riusato, mantenuto, rinnovato. Nell’ottica di una green economy tecnorurale.

7. Tutte queste parole non avrebbero senso se non si esplicitassero due questioni. Con chi, e con cosa. Con chi: oggi è possibile una grande alleanza tra tutte le realtà che da tempo stanno lavorando in termini innovativi sulle aree interne del paese: dai territori della Strategia nazionale per le Aree interne alla rete delle Cooperative di comunità, da “sindacati” a base territoriale come Uncem ai soggetti che hanno firmato piattaforme come il recente Manifesto di Assisi, dalle competenze scientifiche e universitarie che già operano sul terreno alle tante piccole comunità che stanno portando avanti percorsi di rigenerazione. Con cosa – e questo è un tema decisivo, su cui bisogna lavorare in questi immediati prossimi mesi: ossia avere la capacità, a valle degli insegnamenti di questa crisi, di saper riorientare filosofie e obiettivi della prossima programmazione europea, proponendo ad esempio un uso metromontano dei Por e la costruzione di un Pon davvero incentrato sulla metromontanità, che non separi città e aree del margine ma le riconnetta.

Abstract

The crisis caused by Covid-19 has dramatically highlighted how much the territorial dimension has long been expelled from Italian policies. Yet, the territorial dimension of public policies today represents an incontrovertible and decisive priority. Hence the need to reiterate some knots for the post crisis that arise from a long path of analysis and experiences in the field. These relate to two main strategic issues: on the one hand, the need of policies capable of considering their territorial dimension in an active way - overcoming the contrast between socio-economic and spatial disciplines - and, on the other, the need to reactivate marginal and peripheral spaces, not necessarily coinciding with only the country’s inner areas.

 

Antonio De Rossi è professore ordinario in progettazione architettonica e urbana e direttore del centro di ricerca “Istituto di Architettura Montana” (IAM) presso il Politecnico di Torino.

Laura Mascino, urbanista e docente di Analisi della città e del territorio al Politecnico di Milano.

 

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