La tragedia più antica arrivata a noi è I Persiani di Eschilo, e sappiamo che fu rappresentata per la prima volta nel 472 a.C.. Narra di una sconfitta, quella del grande Serse contro la Grecia. Il vero protagonista di questa tragedia non è però Serse, bensì il Coro, che dà anche il titolo all’opera. Gli anziani abitanti di Susa, il coro dei Persiani esprime dolore e disorientamento, si interroga su quali valori debbano guidare l’azione umana nella Storia, compatisce e insieme condanna l’hybris - la tracotanza - che ha spinto Serse ad andare oltre, trasgredendo i misteriosi equilibri che legano la felicità dell’uomo alle forze che lo circondano. Il coro persiano in scena è specchio della comunità greca, che, assisa sugli spalti del teatro, ci si immedesima e, attraverso questo straordinario dispositivo culturale che è il teatro delle origini, guadagna una diversa comprensione della propria vita collettiva. I Persiani è una tragedia scritta da un greco sul suo peggior nemico, otto anni dopo la straordinaria vittoria su questo stesso nemico, eppure non è un’opera di compiaciuta autocelebrazione del vincitore. Potremmo dire che è un’opera di meditazione compassionevole sul dolore, anche quello del nemico, e soprattutto sul senso dell’agire violento e tracotante dell’individuo nel cosmo.

Se penso, come ci invita l’amico Andrea Bartoli, a come possiamo ripartire, sono sopraffatta in realtà dalla complessità e dalle contraddizioni in termini diseguaglianze e di urgenze che il Covid-19 ha esacerbato, e sento un disorientamento che pur non volendo accomodarsi nel silenzio, fatica a esprimersi in un discorso compatto e a trovare un disegno strategico organizzato rispetto al tema della ripartenza.

E questo è forse il primo seme che raccolgo dal Covid-19. Non è più possibile in termini di efficacia pensare in modo individuale. Sento il bisogno di pensare con altri, non solo altri del mio settore culturale (alla fine pensiamo in modo individuale anche quando stiamo chiusi in un collettivo di simili), ma con altri che vengono da altri settori, da altri mondi del pensiero e dell’azione, da altri modi e luoghi di vita. Sento che c’è bisogno di costruire comunità di pensiero autenticamente crossover, in cui cultura, salute, welfare, educazione, economia s’incontrino e co-progettino. Ma è necessario andare oltre anche la dimensione del professionismo, ci vuole una comunità crossover con coloro che sono “esperti di vita”: donne, famiglie, giovani, anziani, cittadini tutti “adulti e competenti” che conoscono i propri bisogni e risorse. Per il mondo culturale si tratta di scegliere definitivamente per una cultura della partecipazione e della relazione e abbandonare una cultura del consumo. Raccogliere il meglio delle pratiche di audience engagement che negli ultimi anni il mondo della cultura ha sperimentato, promuovendo la partecipazione del pubblico oltre un’ottica di marketing, e andare fino in fondo a una “alleanza di comunità” con la fondazione di un soggetto collettivo multi-esperto. E da qui ripartire per progettare e produrre cultura attraverso una nuova catena di valore con impatti sociali, di salute, occupazionali, economici coerenti e coordinati. E questo vuol dire anche r-interrogarsi sulla dimensione di potere della gestione dei processi creativi e decisionali dentro le organizzazioni culturali e tra queste e il pubblico, costruendo reciprocità e circolarità di ruoli tra professionisti e cittadini in termini di autorialità e spettatorialità.

Coro, comunità, relazioni fisiche di prossimità. Il lockdown ce l’ha reso chiaro: siamo animali sociali, siamo corpi sociali e abbiamo bisogno di un corpo sociale. La straordinaria ricchezza di offerta culturale digitale che ci ha tenuto in vita per questi due mesi – in una dimensione di disuguaglianze di accesso eclatante, che ha favorito chi già fruiva della cultura per capacità e/o opportunità – ci sfama, ma non ci nutre e non ci basta. Abbiamo bisogno di un “corpo a corpo”, di prossimità anche fisiche con persone, spazi, contesti in cui far nascere non solo connessioni ma relazioni, non solo emozioni ma sentimenti, non messaggi ma pensieri, non immagini ma poesia e visioni.

Diciamo che la cultura fa bene alla salute, ma di quale salute oggi stiamo parlando? La narrazione di sistema che il Covid-19 ci ha portato legittima un’idea di salute solo sanitaria, in cui la cultura della relazione e della partecipazione sono inessenziali e in cui il ruolo della cultura si ferma a quello di offrire un altro contenuto alla fruizione consumistica che intrattiene ma non cura. Sappiamo che non è così, che la salute è una dimensione biopsicosociale e che la cultura cura e fa salute quando diventa partecipazione e co-creazione. Per ripartire dobbiamo ritrovare nel distanziamento fisico la possibilità di inventare vicinanze sociali e produrre significati culturali condivisi che alimentino l’immaginazione e la resilienza e che consentano di dar voce a narrazioni sociali altre, diverse da quelle prevalenti. Voci soprattutto di chi la cultura non la fa e non la consuma.

Dopo gli arcobaleni del #iorestoacasa, stiamo scoprendo, ce lo dicono gli esperti, che in corso nella popolazione c’è un trauma collettivo. Si parla di ptsd, danni al benessere mentale, si attivano gli psicologi per un supporto individuale. Eppure nessuna civiltà elabora i propri lutti se non attraverso azioni rituali e culturali che consentono alla collettività di fare memoria delle perdite e trarre un significato condiviso per costruire futuro. D’altra parte la IOM, che si occupa di Menthal Health and Psychosocial Support nel suo più recente manuale, ci parla di delle pratiche artistiche e culturali come approcci efficaci per curare il trauma collettivo. Abbiamo bisogno di riti, feste, opere comunitarie. Spazi e tempi “straordinari e liminali” per attraversamenti di senso collettivi fondati sulla partecipazione democratica, che non ignorino la dimensione della vulnerabilità umana ma che la propongano come spazio di crescita universale e di produzione di valore.

Ma tutto questo chiede tempo. Con il Covid-19 abbiamo smesso di correre, come ci ricorda Stefano Mancuso da animali ci siamo fatti piante. Fermi in un luogo solo, siamo stati costretti a interrompere una bulimia di consumo sociale e culturale ed economico che stava devastando oltre al pianeta e ai più svantaggiati, anche le nostre vite “normali” e quelle delle nostre relazioni. Una tragedia ha fermato la nostra hybris, e sta agendo in noi per una possibile catarsi. Ci siamo improvvisamente trovati con del tempo in più, almeno la maggioranza di noi perché per alcuni invece il tempo è diventato solo un’altra dimensione intensificata di dolore o di fatica. Siamo tornati a dare tempo a noi stessi, a prenderci cura di noi, delle persone che amiamo, dei luoghi dove stiamo, dei progetti che già facciamo, del lavoro che svolgiamo, del senso della nostra vita. O quanto meno, alcuni hanno capito che vivendo senza farlo ci facciamo del male. Per ripartire abbiamo certamente bisogno di portarci via questa cultura del tempo, della stanzialità, della cura di ciò che già c’è. Processi culturali di comunità prossimali, curati, nutriti con progettualità sostenute nel tempo, perché ci vuole tempo per far nascere e crescere un figlio, mentre basta un attimo per concepirlo. Abbiamo bisogno di cambiare il concetto di mobilità nella direzione di un’autentica capacità di cambiare punto di vista più che di cambiare spazi ed occupazioni; abbiamo bisogno di ritrovare il senso della parola “cultura”: possiamo e dobbiamo oggi essere coltivatori, prima che viaggiatori/esploratori. E in questo vedo un grande opportunità per cogliere finalmente le risorse che le donne e una cultura femminile portano alle comunità. L’intelligenza della relazione e della complessità, la capacità di riconoscere, pianificare e gestire le risorse, la capacità di mettere in dialogo gli obiettivi di benessere, equità, sostenibilità e innovazione sono un soft power delle donne essenziale alla costruzione di una cultura di comunità e allo sviluppo di una nuova dimensione di welfare culturale sensibile ai bisogni diversi di persone diverse e in particolare di quelle più fragili e svantaggiate.

Mentre stiamo vivendo la sconfitta di un mondo, in una guerra bianca che fa migliaia di morti e decine di milioni di feriti, possiamo infine non dimenticarci che fuori dall’hortus conclusus del nostro settore, tra i cittadini c’è già un enorme patrimonio di risorse gratuite che le persone hanno generato in termini di idee, relazioni, produzione culturale, impegno sociale e civile. Un autentico processo vitale di rinnovamento è già in corso, spesso in luoghi informali. Possiamo ascoltare, riconoscere, dialogare e aprire gli spazi delle nostre istituzioni, organizzazioni, progetti perché questi semi di rigenerazione collettiva mettano radici e crescano e diventino un pensiero collettivo, possiamo assumerci la responsabilità di coltivarli insieme e di condividere i frutti per nutrirci tutti. Così forse la cultura sarà per tutti, anche per quelli che non sono del settore, un bene comune da difendere. Come lo è – e lo abbiamo imparato – la salute.

 

Alessandra Rossi Ghiglione. Esperta di performing arts nei contesti della rigenerazione urbana e cultural heritage, inclusione sociale e diversità culturale, partecipazione culturale e salute. Ha ideato nel 2002 con Alessandro Pontremoli una metodologia di lavoro teatrale con le comunità (Teatro Sociale e di Comunità). Ha fondato e dirige il Social Community Theatre Centre, che si occupa di cultura, sociale e salute sul piano dell’innovazione metodologica, ricerca valutativa, supervisione scientifica e alta formazione professionale attraverso attività sostenute da programmi europei e nazionali, pubblici e privati. E' co-fondatore di CCW - Cultural Welfare Center.

Letture Lente fa da soundboard a un’iniziativa di Andrea Bartoli (fondatore di Farm Cultural Park), invitando altre voci a contribuire a una  riflessione corale sul futuro.

 

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