“Nulla sarà più come prima”, ci dicono: una frase che nel giro di un mese è già diventata terribilmente banale. Certo, nulla sarà più come prima e non sappiamo quale sarà la situazione tra due mesi. Quello che, come operatori della cultura dovremmo sapere è che la crisi sarà più grave per i servizi che già erano in difficoltà prima dell’epidemia. E dovremmo anche sapere che è del tutto possibile che il dopo sia molto peggiore del prima. No, la bellezza non ci salverà (altra frase che andrebbe bandita dal vocabolario di tutte le persone di buon senso): solo un enorme sforzo di mobilitazione collettiva, una gigantesca attivazione di energie sociali, può salvarci.

Gli choc esterni a un sistema rivelano ciò che esisteva anche prima: i punti di forza e di debolezza, le capacità di recupero o invece la fragilità intrinseca della struttura. Gli effetti sociali di un’epidemia o di uno tsunami non sono diversi da ciò che accade a un un ponte quando si verifica un evento “imprevedibile”. La ruggine e l’indebolimento dei tiranti hanno provocato il crollo del ponte Morandi a Genova il 14 agosto 2018, ma queste erano le conseguenze di un logoramento di vecchia data. Anche per il settore della cultura italiano il logoramento viene da molto lontano.

Partiamo dalla storia

L’Italia è sempre stato un paese in cui si legge poco, a causa dell’alfabetizzazione tardiva, e della separazione profonda tra “intellettuali” e il resto della popolazione. I notabili (insegnanti, professori universitari, medici, avvocati, notai e preti) certo non erano interessati a fare arrivare la “loro” cultura in Aspromonte o nel Polesine, come Gramsci aveva intuito. In una visione di lungo periodo, la scuola di massa è arrivata ieri: la cosiddetta media unificata è stata istituita nel 1962, il modello delle public libraries è timidamente apparso in alcune regioni negli anni Settanta e il settore culturale in senso largo si è costruito sostanzialmente sui gusti e le esigenze della borghesia cittadina.

Parallelamente, a partire dagli anni Cinquanta si è sviluppata un’industria culturale (nel senso in cui Adorno e Horkheimer usavano questa definizione) attorno a “mamma” televisione che, dopo qualche meritevole tentativo di gettare dei ponti tra cultura “alta” e masse popolari, si è comodamente adagiata nella routine del festival di Sanremo, dei vecchi film americani e, più recentemente, della Tv-spazzatura ben rappresentata dal “Grande fratello” e dalle varie trasmissioni del pomeriggio. Una situazione riassunta efficacemente già nel 2012 in un capitolo del Manifesto per la Cultura: “Noi, analfabeti seduti su un tesoro”.

Purtroppo, il tesoro (gli Uffizi, i mosaici di San Marco, Giotto, Michelangelo, Raffaello, Giuseppe Verdi e quant’altro) ha permesso di ignorare la prima esigenza del paese e cioè l'allargamento della formazione scolastica e culturale dei cittadini in un mondo sempre più complesso ed alienato. Inoltre, ha prodotto altri due effetti collaterali: da un lato il consumo turistico distruttivo delle città d'arte e dall'altro la proliferazione di premi sottoculturali, convegni e festival di scarso valore scientifico (con poche meritorie eccezioni). Nel tempo, si è spesso affermata una visione della cultura come solo strumento di promozione turistica: questa era, in estrema sintesi, la situazione due mesi fa.

Il Coronavirus ha digitalizzato non solo la cultura ma la nostra stessa vita

Le lezioni online, l’aperitivo con gli amici, il lavoro agile, la videochiamata ai genitori anziani. Questo ha reso palese una delle tante disuguaglianze italiane, il digital divide tra chi è collegato alla Rete e chi no. Purtroppo una parte significativa della popolazione non si poteva permettere di comprare uno o più computer o tablet dove far studiare i propri figli, non si poteva permettere una connessione internet perché costosa, o magari perché magari nel suo paesino di montagna internet proprio non c’è. La digitalizzazione delle nostre vite ha allargato le disuguaglianze, rivelato un divario concreto e quotidiano.

I motivi di questa situazione sono diversi: secondo l'Istat nel 2019 ancora una famiglia su quattro non aveva accesso a Internet e, secondo l’Ocse, nel suo rapporto 2019, il 44% di queste famiglie rinunciava alla Rete per mancanza di conoscenze digitali, il 16% perché il costo di un’eventuale servizio sarebbe stato troppo elevato, il 14% perché il costo di un dispositivo sarebbe stato troppo elevato e infine il 25% perché affermava di non aver bisogno di una connessione. La digitalizzazione “forzata” degli ultimi mesi ha colto una parte sostanziale del paese fragile e impreparato.

Come ha scritto Massimo Mantellini, "Le ragioni per cui il divario digitale dovrebbe essere un tema centrale della politica nazionale sono due. Perché colpisce i più deboli e perché riguarda ormai un numero molto rilevante di nostre attività. Non è solo la scuola a esserne colpita: l’informazione, l’acquisto di beni e servizi, i rapporti con l’amministrazione, l’intrattenimento e il lavoro stesso sono silenziosamente scivolati nel giro di pochi anni da un contesto analogico a uno digitale. Una trasformazione di abitudini e competenze da cui un numero molto alto di italiani è rimasto almeno in parte escluso".

In particolare, la scuola in poco più di un mese ha dovuto tentare un salto che non aveva fatto in precedenza. Nelle nostre case sono da anni presenti tecnologie di tutti i tipi, ma nella scuola raramente sono riuscite a creare un nuovo ambiente di apprendimento, per vari motivi, sostanzialmente legati alla carenza di risorse e di capacità di progettazione.  Molte scuole non possiedono ancora sufficiente disponibilità di Lavagna Interattiva Multimediale (LIM), device e connessione Internet per coprire tutte le classi e ripiegano sulla soluzione di un unico spazio/laboratorio utilizzato a rotazione. Inoltre non tutti i docenti posseggono competenze adatte ad affrontare un rinnovamento della metodologia sfruttando ogni potenzialità degli strumenti digitali, anche se negli ultimi erano stati attivati il Piano Nazionale Formazione Docenti (PNFD) e il Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD) che avevano previsto l’aggiornamento delle competenze digitali degli insegnanti e delle dotazioni tecnologiche delle istituzioni scolastiche.

Purtroppo, è prevedibile che l’Emilia-Romagna, che attraverso il progetto chiamato SchoolNet ha deciso di fornire una potente connessione in fibra ottica a tutte le scuole della regione, rimanga isolata nello sforzo di costruire un’infrastruttura digitale all'altezza delle necessità di questo momento.

E le biblioteche?

Non compaiono mai nei tanti appelli sul valore della cultura e su come "salvarla", documenti che si riferiscono soprattutto a istituzioni come teatri, musei, centri espositivi, oltre che ai grandi eventi come festival letterari, musicali, teatrali, cinematografici, alle fiere del libro, d’arte e tanti altri appuntamenti che popolavano le nostre estati.

Le biblioteche di conservazione sono forse mancate agli studiosi, ma delle biblioteche di pubblica lettura, quelle che in teoria si rivolgono a tutti i cittadini, chi ha sentito la mancanza? Probabilmente non molti: metà degli italiani ne ignorava addirittura l'esistenza o le utilizzava soltanto per il prestito dell'ultimo bestseller. La ragione è semplice: solo una minoranza delle nostre public libraries funzionava come avrebbe dovuto. Dove c'erano, però, i tanti cittadini che le frequentavano perché sono un luogo gratuito, aperto, non giudicante, neutro ne hanno sofferto crudelmente la chiusura. Anni fa ero in visita alla biblioteca di Limoges e ricordo una frase letta nel libro degli ospiti dove la domanda era: "Perché vengo in biblioteca?". La risposta, che ancora mi commuove, era:  “Perché a casa sono solo e qui incontro molte persone, perché a casa non ho il verde e qui trovo un bellissimo giardino”. Si trattava certamente di un uomo, non più giovane, che viveva da solo in un quartiere di periferia privo di verde.

Nel film del 2017 Ex libris del regista Frederick Wiseman, un lungo documentario sulla New York Public Library e su alcune delle sue 92 sedi distaccate, più che di libri si parla della vita di tutti i giorni, degli incontri tra gli abitanti dei vari quartieri, in particolare quelli più poveri. Lì si vedono bambini che fanno i compiti, incontri con personaggi famosi, si fanno discussioni accademiche, ma anche esperienze vissute sulla propria pelle, si aiutano gli anziani a compilare i moduli e si danno in prestito gli strumenti per connettersi da casa alla banda larga a chi non si può permettere una connessione a internet. È un film che si interroga sulla necessità della cultura per tutti, la biblioteca non solo come contenitore di libri e altri documenti ma soprattutto come occasione di incontri: con persone, con testi, con idee. A rendere viva la New York Public Library, più che i suoi 53 milioni di volumi, opuscoli, mappe e video sono i rapporti tra le persone, la cura per le cose e per gli altri, la capacità di condividere. Emerge dal film una visione della cultura della biblioteca diversa da quella tradizionale, in particolare di tante biblioteche italiane, benché molti nostri bibliotecari abbiano costantemente lavorato per mantenere rapporti con la comunità.

Va detto che in questi due mesi molte biblioteche italiane hanno organizzato l’accesso a contenuti online, a piattaforme come MLOL, e che in questo periodo un po’ ovunque i prestiti di eBook e di audiolibri sono esplosi: sarà interessante capire se sono stati presi in prestito da persone che già  frequentavano la biblioteca o se ci sono iscritti nuovi. Ma in ogni caso le biblioteche, con tutti i loro limiti, sono parte di quella rete capillare che include le librerie, le sale cinematografiche, i teatri, i piccoli musei, i circoli: una rete fondamentale per rendere più attiva e solidale la città. Le biblioteche come luogo di discussione, conversazione, confronto hanno però sofferto negli ultimi anni tagli ai finanziamenti, esternalizzazioni e precarietà che sono diventati una costante: la chiusura causa Covid-19 rischia di essere il colpo di grazia.

In questi giorni si è data la possibilità alle librerie di riaprire “non è un gesto simbolico ma il riconoscimento che il libro è un bene essenziale” ha detto il ministro Franceschini. Ma perché allora non abbiamo riaperto anche le biblioteche? Perché non sono parte della catena commerciale? È vero sono un’altra cosa: sono parte di quei servizi essenziali che l’amministrazione pubblica dovrebbe garantire a ogni comunità. Sono uno strumento di lotta alle disuguaglianze, dovrebbero rimanere aperte come rimangono aperti gli ospedali, che curano ugualmente ricchi e poveri, giovani e anziani (o almeno dovrebbero).

Finito l'incubo, come reagiremo?

Ci sarà una ripopolazione degli spazi pubblici, dei teatri, dei musei, di tutto ciò che arricchisce i nostri centri storici? Recupereremo spazi in molte città che prima del Coronavirus erano stati sottratti al pubblico da processi di privatizzazione? Sarà la fine o un nuovo inizio per lo spazio collettivo? Purtroppo "in condizioni di stress risulta ridotta la capacità di anticipare il futuro in modo flessibile. Con conseguenti impatti deleteri sul comportamento e sulla pianificazione", come ha scritto pochi giorni fa Annamaria Testa. Eppure è più che mai necessario pensare, programmare, agire ora.

Di sicuro per molti anni non ci sarà più il turismo-cavalletta e forse questo sarebbe il momento di ripensare per le nostre città un nuovo modello più ecosostenibile. Guardare le immagini di Venezia, oggi bellissima e desolata ma non triste, ci permette di immaginare a come sarebbe bello se prima di essere nuovamente invasa da 30 milioni di turisti all’anno, si ripopolasse di abitanti, persone che potrebbero scoprire una città meno ricca, meno avida, più vivibile. Esistono pochi luoghi al mondo dove la necessità di andare sempre a piedi permette di capire così limpidamente che la "vita buona" è creata dalle nostre relazioni umane e da quelle non distruttive con l’ambiente che ci circonda.

Che fare? È chiaro a tutti che il digitale non può sostituire completamente l’interazione fisica con la cultura nelle sue diverse forme, l'emozione del teatro, dell'opera, della fruizione collettiva. D'altra parte non c’è museo, biblioteca, teatro, compagnia teatrale o musicale, libreria o festival che in questi mesi non si sia inventato un modo nuovo per comunicare e veicolare i propri contenuti. Voglio qui ricordare solo la straordinaria performance del corpo di ballo della Scala che in un video mostrava ai cittadini come tenersi in forma anche chiusi tra quattro mura. Si sono sperimentate tante nuove forme per comunicare a distanza ora dobbiamo capire quando torneremo a una vita apparentemente normale quali nuove forme le istituzioni e i servizi culturali potranno adottare.

Prima di tutto occorre una strategia digitale, ma soprattutto una visione comune di come uscire tutti insieme da questa emergenza: se ogni settore del mondo della cultura penserà solo a se stesso, sarà un disastro per tutti.

Il rischio è che per far ripartire il Paese si investa solo sulle grandi istituzioni trascurando quella rete di luoghi, beni, servizi, microfiliere culturali che sono essenziali per dare identità al paese.

Dobbiamo difendere la biodiversità della cultura italiana, tenere insieme il Museo Egizio di Torino con la libreria indipendente di Primavalle, a Roma. Se non lo facciamo, l'anno prossimo saranno rimasti soltanto Amazon e Netflix.

In questi mesi, alcuni musei hanno costruito piattaforme che hanno avuto un successo inaspettato grazie alla creatività e alla originalità delle forme di narrazione, di racconto dei loro contenuti. Chi aveva già investito in questi esperimenti si è trovato avvantaggiato, quando riapriranno sarà più semplice continuare su questa strada. Tutti gli altri? I tanti piccoli musei che vivacchiano avranno ancora futuro?

Questo è il momento giusto per creare una grande piattaforma che colleghi stabilmente la scuola e il mondo della cultura, uno strumento che affianchi e rafforzi la scuola. Non dimentichiamoci che 8 milioni di studenti hanno avuto quest'anno solo metà anno scolastico in condizioni normali: da marzo a giugno c'è stata e ci sarà solo una toppa.

Pensare a una nuova scuola che tragga vantaggi dall’insegnamento online, dalla facilità di accesso all'opera, al balletto, alla lettura dei classici, è un grande progetto che può mettere al lavoro centinaia di migliaia di operatori culturali e di insegnanti. Rimettere in azione le competenze culturali, la dedizione e la creatività di decine di migliaia di giovani italiani: questo è il momento in cui ce n'è più bisogno.

L'Italia ha bisogno di un New Deal culturale, e ne ha bisogno con urgenza, un piano che metta risorse, ma anche intelligenza ed entusiasmo nel creare nuove infrastrutture e, tra queste, valorizzi le biblioteche, indispensabile presidio culturale sul territorio. Le biblioteche sono in grado di attivare relazioni, ampliando l'accesso a categorie finora escluse dai consumi culturali. La biblioteca è uno spazio, un’istituzione profondamente democratica, neutrale, che offre molto senza chiedere nulla. Rinnovata e messa in rete con la scuola, il teatro, il cinema, diventerebbe il cuore di un rinascimento culturale del nostro paese.

Il lavoro che le biblioteche possono svolgere ha un valore inestimabile ma è necessario sostenerle economicamente e politicamente. Questo significa smettere di affidare i servizi a personale precario, acquisito troppo spesso attraverso gare al ribasso, stipendi risicati, pochi diritti, spostamenti e frammentazione oraria. Il turnover generazionale viene troppo spesso affrontato spostando personale interno poco specializzato, oppure con la chiusura della biblioteca. Mi indigna constatare che in questo momento di chiusura le biblioteche invece di riorganizzare i servizi, di pensare a come affrontare il futuro, hanno messo gran parte dei lavoratori precari in cassa integrazione. Facciamoli rientrare tutti al lavoro e usiamoli per un nuovo servizio al pubblico: consigliare, indirizzare, aiutare gli utenti a orientarsi nel tornado di informazioni confuse e contraddittorie che riceviamo ogni giorno.

Già 25 anni fa, nella nuova biblioteca di Phoenix, la capitale dell’Arizona, il servizio che impiegava più personale era quello delle risposte al telefono: capite che se dovete attraversare il deserto, o aggirare il Grand Canyon, volete essere certi di trovare che quello che cercate una volta sul posto. All'epoca non avevano Google. Oggi siamo sempre connessi, ma la ristrutturata Main Library di Copenaghen ha ampliato enormemente il servizio di back office, un grande spazio dove si alternano vari bibliotecari che rispondono a domande di qualsiasi genere: non solo per telefono, (anche se molte persone ancora lo preferiscono) ma anche via mail, con Skype o altre piattaforme. I bibliotecari ricevono ogni giorno centinaia di domande e certo sono più qualificati a rispondere sul Covid-19 dei ciarlatani che la televisione italiana continua ad invitare nei talk-show. In questo momento noi abbiamo un compito primario che è quello di aiutare i cittadini per acquisire competenze, capacità critiche, di selezione e trasformazione delle informazioni.

Dall'epidemia probabilmente usciremo più poveri, più diseguali, più ignoranti. Oppure diventeremo più ricchi culturalmente, più uguali, più consapevoli, più saggi. Sta a noi scegliere.

Abstract

The Covid 19 epidemic revealed the problems and weaknesses of the Italian cultural sector.  Only a wide-ranging, long-term plan and a social mobilization that would bring together schools, libraries, theaters, cinemas, and social centers give them a new life. The alternative is a desertification in which only Amazon and Netflix would remain.

 

Antonella Agnoli è presidente dell'associazione Famiglie Accoglienti di Bologna. Nella sua carriera professionale e nelle sue pubblicazioni si è sempre battuta per un'idea di biblioteca aperta, inclusiva, multiculturale. Ha diretto e/o progettato numerose biblioteche in Italia, tra cui quelle di Pesaro, Cinisello Balsamo e Monopoli. E' stata membro del Consiglio Superiore dei Beni Culturali e del Consiglio d'amministrazione dell'istituzione biblioteche di Bologna. Attualmente è presidente della Fondazione Bibioteca Federiciana di Fano. Tra le sue pubblicazioni, "Le piazze del sapere", "Caro sindaco parliamo di biblioteche", "La biblioteca che vorrei". Il suo impegno nell'accoglienza e nell'offerta culturale a vantaggio dei più deboli è stato il marchio della sua attività dal 1977 ad oggi.

 

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