Gli impatti provocati dall'emergenza sanitaria sul sistema museale europeo dipingono un quadro fatto di luci e ombre, dove accanto a una drastica e preoccupante riduzione delle risorse economiche è possibile ravvisare una risposta rapida e pro-attiva da parte delle istituzioni museali, che stanno cercando in tutti i modi di mantenere viva la relazione con i propri pubblici anche durante questo periodo di chiusura forzata dei propri spazi. A metterlo in evidenza sono i risultati preliminari di un'indagine promossa dal Network of European Museum Organisations (NEMO) – la rete internazionale indipendente che rappresenta la comunità museale europea e che riunisce più di 30mila musei in 40 Paesi di tutta Europa –, che attraverso la diffusione di un questionario online (aperto alla compilazione fino al 30 aprile 2020) sta conducendo un'analisi delle ricadute della diffusione del Coronavirus sulle attività e sui comportamenti dei musei europei.

Il report intermedio raccoglie, infatti, i risultati elaborati a partire dalle risposte fornite fino al 3 aprile 2020 da 650 musei attivi in 41 Paesi, che comprendono oltre ai 27 Stati membri dell'Unione Europea, anche nove Paesi del Consiglio d'Europa e cinque Paesi extra europei quali Stati Uniti, Filippine, Malesia, Polinesia Francese e Iran. Più nel dettaglio, circa il 40% dei musei coinvolti nell'indagine sono localizzati in un'area urbana; più del 30% in un'area rurale e circa il 26% in una città capitale. Se più del 45% dei rispondenti sono piccoli musei con meno di 10 dipendenti, circa il 12% sono strutture di grandi dimensioni con più di 100 dipendenti, presentando una distribuzione che può essere considerata abbastanza rappresentativa della composizione del sistema museale europeo.

Gli impatti economici del Covid-19 sui musei

Come prevedibile, le informazioni acquisite da NEMO parlano di un settore che ha dovuto interrompere e mettere in pausa tutti i servizi e le iniziative che prevedono un contatto diretto con i fruitori, in cui la quasi totalità dei musei (92%) risulta essere chiusa e in cui è difficile programmare le attività future, dal momento che in molti Stati è ancora in corso di definizione una data certa per la riapertura, essendo questa decisione direttamente correlata all'evoluzione della situazione emergenziale a livello locale. Dal punto di vista delle ricadute economiche, la maggior parte dei musei segnala di aver subito importanti perdite, dovute in particolare alla mancata vendita dei biglietti, alla chiusura dei servizi di caffetteria e bookshop e all'impossibilità di offrire altri tipi di attività accessorie. A due settimane dalla chiusura, non tutte le istituzioni museali sono state in grado di fornire una stima delle perdite subite. Tuttavia, tra le strutture che hanno saputo quantificare i mancati introiti, il 30% ha perso fino a mille euro alla settimana; il 25% fino a cinque mila euro alla settimana; il 13% fino a 30mila euro alla settimana e il 5% oltre 50mila euro alla settimana. Alcuni dei musei più grandi come il Rijksmuseum, il Kunsthistorisches Museum di Vienna e lo Stedelijk Museum hanno registrato perdite che vanno da 100mila a 600mila euro alla settimana, evidenziando l'enorme portata delle ricadute economiche che la crisi sanitaria sta provocando all'interno del settore museale.

In riferimento all'entità delle perdite monetarie, le stime risultano essere meno accurate per i musei privati, che notoriamente devono la maggior parte delle loro entrate alla bigliettazione. Alcuni di questi enti indicano che hanno perso l'intero budget a causa del lockdown e tra quelli che hanno riportato le perdite più consistenti, alcuni temono di non essere in grado di riaprire una volta che l'emergenza sanitaria sarà passata. Accanto a questo tipo di organizzazioni, un'altra categoria particolarmente colpita dalla diffusione del Covid-19 sono le strutture museali che hanno sede nelle zone turistiche, le quali prevedono un calo delle entrate pari al 75-80% a causa della completa mancanza di turisti e al possibile prolungamento del distanziamento sociale e delle restrizioni alla mobilità anche nel periodo estivo.

Per ciò che concerne la possibilità di accedere a fonti di entrata alternative, l'indagine condotta da NEMO indica che molti musei prevedono di fare ricorso, nel breve e medio termine, ai fondi di finanziamento predisposti dai governi per affrontare l'emergenza sanitaria. Nella maggior parte dei casi, queste misure di sostegno finanziario prevedono la copertura dei costi del personale e/o della perdita delle entrate da bigliettazione. In ogni caso, tali interventi cambiano da uno Stato all'altro e nuovi schemi di aiuti potrebbero essere stati introdotti a livello locale, rispetto a quanto registrato da NEMO fino ai primi giorni di aprile (per un quadro aggiornato delle misure e delle politiche di sostegno approvate dai singoli Stati europei, è possibile consultare la mappatura collaborativa realizzata da KEA).

Tutelare i professionisti e gli operatori museali

In generale, dai dati raccolti da NEMO emerge una grande attenzione ai problemi legati al mondo del lavoro. In riferimento a questo tema, i musei pubblici dichiarano di essere preoccupati per la continuazione dei programmi aggiuntivi o di specifiche attività e per la prosecuzione dei contratti del personale free-lance. Come suggerisce NEMO, in un contesto poco incoraggiante, la buona notizia è che la maggior parte dei musei non ha ancora dovuto licenziare il proprio staff. Circa il 70% dei musei riferisce di aver attuato una riorganizzazione interna, modificando le responsabilità e i compiti del personale per soddisfare le esigenze attuali. In uno scenario così caratterizzato, non stupisce che la quasi totalità dei musei che hanno preso parte all'indagine ha dichiarato di non prevedere l'assunzione di nuove figure professionali per ampliare la propria offerta di contenuti e proposte digitali. A fronte dell'attuazione di interventi volti a garantire una certa stabilità per i lavoratori dipendenti, un numero significativo di strutture museali ha dovuto invece mettere in pausa i propri contratti con il personale free-lance e la maggior parte dei musei ha dovuto interrompere del tutto i programmi che prevedono il coinvolgimento degli utenti in qualità di volontari. Inoltre, circa il 50% dei musei intervistati ha dichiarato che più dell'80% del personale sta lavorando da casa. Sebbene la gran parte dei musei faccia uso di più piattaforme e strumenti per le proprie comunicazioni interne tra i membri dello staff, alcune opzioni sono preferite rispetto ad altre, come ad esempio i programmi di video-conferenze (come Zoom e Skype) oppure di messaggistica (come Whatsapp e Microsoft Team), che risultano essere tra gli strumenti utilizzati con maggior frequenza dai professionisti e dagli operatori museali passati alla modalità del telelavoro.

Comunicazione e presenza online dei musei

Sul fronte della comunicazione e della presenza online, il sondaggio promosso da NEMO rileva una grande vitalità sia da parte della domanda che dell'offerta. Dal punto di vista della partecipazione online, il 40% dei musei che hanno preso parte all'indagine ha riscontrato un aumento delle visite online dalla chiusura degli spazi. Più nello specifico, tra le strutture che hanno segnalato un più inteso traffico online, il 41% ha notato un incremento degli accessi al proprio sito web fino al 20% di visite in più alla settimana; il 30% un aumento fino al 60%; l'8% fino al 100% e il 13% fino al 500% in più alla settimana.

In maniera simile, più del 60% dei musei intervistati ha incrementato la propria presenza online da quando è stata costretta a chiudere a causa delle restrizioni imposte dai governi per limitare la diffusione del contagio. Per rispondere alla maggiore richiesta di contenuti online, il 30% dei musei ha deciso di apportare dei cambiamenti nelle mansioni e nelle responsabilità affidate al proprio staff. Interessante notare come in alcuni casi (13,4%), i musei abbiano addirittura incrementato il budget o le risorse destinate alle attività digitali. Anche se il 58% dei musei ha dichiarato di non aver intensificato le attività online, continuando a svolgerle come di consueto, il 37% dei rispondenti ha aumentato la propria presenza online e il 23% ha avviato delle nuove attività online che prima non erano previste. Sono soprattutto i musei norvegesi, spagnoli e austriaci a mostrare una maggiore flessibilità e agilità nel riassegnare o aggiungere risorse, arricchendo notevolmente la loro offerta di servizi digitali. L'aumento della presenza online da parte dei musei riguarda soprattutto un uso più frequente dei social media, quale strumento per restare in contatto con i propri pubblici. In aggiunta a ciò, alcuni musei hanno anche ampliato le collezioni online, aggiunto nuovi contenuti ai loro archivi digitali e sviluppato nuovi tour e mostre virtuali. Non sorprende che i musei che hanno attuato un riposizionamento dello staff per far fronte alla maggiore richiesta di iniziative digitali siano anche quelli più attivi nell'offerta di nuovi servizi digitali. A questo proposito, è importante sottolineare che un terzo dei musei era in grado di mettere a disposizione dei propri pubblici una ricca offerta digitale già prima dell'inizio dell'emergenza sanitaria, potendo contare su un'ampia varietà di servizi e contenuti quali podcast, programmi su YouTube, newsletter speciali e contest online. Con l'intento di indagare in che modo i musei stanno rimodulando la propria offerta nella sfera online, NEMO ha anche chiesto quali tipi di attività sono state avviate oppure sono state intensificate dal momento della chiusura delle sedi museali. Le risposte indicano che i servizi che non richiedono ulteriori risorse finanziarie e/o esperienza e competenze specifiche sono aumentati maggiormente. In particolare, la gran parte dei musei che hanno ampliato o avviato una nuova attività, sta lavorando con gli hashtag oppure sta aggiungendo nuovi contenuti alle raccolte online già esistenti. Questi interventi di solito comportano un modesto aumento delle risorse (principalmente in termini di tempo) rispetto, ad esempio, alla produzione di un podcast o di un tour virtuale che richiedono una più intensa pianificazione e competenze tecniche non sempre presenti all'interno dello staff. Nonostante ciò, un numero non trascurabile di musei sta prendendo in considerazione la possibilità di diventare più attivo nella realizzazione di podcast, contenuti live, giochi e contest, con l'intento di rafforzare l'interazione e il coinvolgimento di pubblici nuovi e abituali.

Una crisi ad ampio spettro

A valle dei dati raccolti da NEMO – seppure parziali e relativi a un periodo di tempo limitato –, appare chiaro che le organizzazioni che operano all'interno del settore culturale non possono tornare rapidamente alla normalità, pur mettendo in campo numerosi sforzi. A partire da tale consapevolezza e in virtù del rilevante ruolo sociale che svolgono nelle società contemporanee, diviene necessario prevedere misure in grado di assicurare un adeguato sostegno finanziario – a livello europeo, nazionale, regionale e locale – per mitigare le perdite, garantire gli stipendi dei membri del personale e continuare a investire in progetti e attività di ricerca e sviluppo. Una richiesta quanto mai urgente, che viene sollevata a gran voce anche dallo European Creative Business Network – la rete che riunisce 135 membri in 36 Paesi europei ed extra-europei con l'intento di promuove azioni e politiche a favore delle organizzazioni che operano nei campi della cultura e della creatività – che in un documento pubblicato di recente, offre una prima valutazione degli impatti provocati dall'emergenza Covid-19 su un comparto che detiene complessivamente il 5,3% del Valore Aggiunto Lordo europeo.

Sulla base dei dati raccolti attraverso un'indagine che ha coinvolto circa 7mila partecipanti, le stime elaborate dallo ECBNetwork parlano di una perdita totale (in termini di fatturato) per il settore culturale e creativo che potrebbe arrivare a circa 273 miliardi di euro entro la fine del 2020, mettendo in evidenza una situazione drammatica, ulteriormente aggravata dal clima di incertezza in cui vivono molti operatori del settore, sia dal punto di vista della pianificazione delle attività future sia per quanto riguarda i cambiamenti imminenti e l'orizzonte temporale incerto delle misure di contenimento prescritte. Il report evidenza che sono in particolare i liberi professionisti e le microimprese le categorie, che più delle altre, si aspettano una perdita nei ricavi che potrebbe minacciare la loro stessa esistenza (si veda a questo proposito l'articolo di Paola Dubini e Valentina Montalto pubblicato su “eticaeconomia”). A causa delle riserve finanziarie limitate, il periodo di tempo in cui queste aziende saranno in grado di sopravvivere è molto breve. Le stime indicano un tasso di sopravvivenza finanziaria che va da 4 a 8 settimane, senza alcun aiuto economico da parte dello stato. Una situazione che rende necessario predisporre con estrema urgenza un piano per il sostegno finanziario diretto e indiretto e misure di protezione. Senza sussidi adeguati e il sostegno dei rispettivi governi – conclude ECBNetwork – le industrie culturali e creative saranno colpite rapidamente e l'impatto sarà profondo (il momento critico in cui la crisi colpirà il settore creativo europeo va da inizio aprile a inizio giugno). Ciò indica un periodo di tempo molto limitato entro il quale sia i governi nazionali sia le istituzioni europee dovranno adottare delle misure di contrasto alla crisi economica per evitare un crollo completo del settore culturale e creativo europeo.

Quattro possibili scenari

Sulla base di tali considerazioni, il documento redatto dallo ECBNetwork offre anche un'interessante previsione per il periodo post Covid-19, elaborando quattro possibili scenari derivanti dalla combinazione di due dimensioni: la prima relativa al grado di ottimismo e pessimismo rispetto alla fine del lockdown; la seconda connessa alla contrapposizione tra realtà che operano all'interno di mercati locali e imprese attive in contesti più aperti e globali. Come mostrato nella Figura 1, gli scenari ipotizzati descrivono lo spazio delle possibilità – diviso in quattro quadranti – e non hanno alcuna pretesa di rappresentare la “realtà”, quanto piuttosto di essere uno strumento di analisi utile per comprende gli eventuali sviluppi e assumere un atteggiamento lungimirante rispetto alle azioni da intraprendere nella fase della ripresa.


Fig. 1 - Scenarios for the European Creative and Cultural Industries until 2020. Fonte: ECBNetwork

 

Più nel dettaglio, il primo scenario definito “Return possible” rinvia a una prospettiva ottimista, in cui si suppone che il distanziamento sociale termini entro la fine di aprile e che le imprese culturali e creative con un mercato (per lo più) globale e che attualmente dominano la distribuzione digitale, potrebbero tornare al loro modello di business pre-Covid19 senza investimenti sostanziali per ristabilire la propria posizione di mercato. Il secondo scenario denominato “Return hard but possible” presenta una visione più pessimista, in cui si ipotizza che il distanziamento sociale termini a dicembre 2020 e che le imprese, che attualmente dipendono dalle vendite globali e dai risparmi personali oltre che dalla distribuzione digitale, potrebbero tornare al loro modello di business pre-Coronavirus solo con investimenti ancora più consistenti al fine di ristabilire la loro posizione di mercato. Sul versante più ottimista si posiziona il terzo scenario chiamato “Return unlikely”, che come il primo prevede che il distanziamento sociale termini entro la fine di aprile. Tuttavia, in questo caso le imprese a carattere locale, che possono contare su una quota molto ridotta di vendite globali e che hanno avviato solo di recente una nuova distribuzione digitale, potrebbero tornare al loro modello di business pre-Coronavirus solo grazie a investimenti sostanziali per ristabilire la loro posizione sul mercato. Questo scenario ipotizza, infatti, che le vendite digitali saranno ben lungi dal sostituire gli acquisti in loco, diversamente da quanto accade nel primo caso. Ciò drenerà i risparmi delle imprese culturali e creative e indebolirà la loro posizione di mercato a livello locale e globale. Ne consegue che tali organizzazioni dovranno reinvestire per costruire il loro precedente modello di business, in un contesto caratterizzato dalla mancanza di risorse aggiuntive e da una visione desolata del mercato. Il quarto e ultimo scenario “Return near to impossible” si inserisce in una visione fortemente pessimistica, in cui la fine delle restrizioni è posticipata a dicembre 2020. Secondo questa prospettiva, le imprese che in precedenza dipendevano dalle vendite a livello locale e dai risparmi personali, oltre che dalla distribuzione digitale, potrebbero tornare al loro modello di business pre-Covid19 solo con maggiori investimenti sostanziali. In questo scenario di lunga chiusura delle attività culturali di prossimità, vi è il rischio di una doppia trappola in quanto non solo le organizzazioni culturali dovranno reinvestire per costruire il loro ex mercato ma dovranno anche far fronte a perdite più elevate derivanti, ad esempio, da alcuni costi fissi come il pagamento degli affitti, rendendo molto improbabile la possibilità di tornare a un riavvio delle attività.

Graduando gli sviluppi futuri in un ventaglio di possibilità che potrebbero da un certo punto di vista realizzarsi tutte contemporaneamente, data la composizione estremamente variegata del comparto culturale e creativo, le analisi condotte dallo ECBNetwork lasciano trasparire una crisi sistemica di vasta portata che rischia di mettere in pericolo le entrate – e quindi la capacità di far fronte alle esigenze quotidiane – di almeno l'80% dei 12 milioni di lavoratori impiegati a vario titolo nel settore culturale e creativo europeo latamente inteso. Ne deriva che mai come in questo momento la politica – a tutti i livelli territoriali – è chiamata a giocare un ruolo determinante, da cui dipenderà molto del futuro non solo economico ma anche sociale e culturale della nostra società. Come è stato ripetuto più volte nel corso di queste settimane, bisogna agire e bisogna agire in fretta se non vogliamo – come ci avverte lo ECBNetwork – che la crisi del sistema culturale si trasformi in una crisi di libertà, valori e diritti e, di conseguenza, in un'Europa meno aperta, democratica e sostenibile.

Abstract

The impacts of the corona crisis have been severe on Cultural and Creative Industries (CCIs) all over Europe. The initial results of two European surveys, run by the Network of European Museum Organisations (NEMO) and the European Creative Business Network (ECBNetwork) respectively, show how the Covid-19 situation has impacted budgets and operations of museums and CCIs, and how cultural organizations cope in these times. As pointed out by the two reports, given the severity of this crisis, the cultural sector is in urgent need of adequate support provided by European, national, regional and local bodies to mitigate losses of museums and cultural organizations all over Europe, and to guarantee salaries of staff members and an open space for artists and creators, cultural creative entrepreneurs, companies and institutions to act freely and produce cultural and creative contents.

 

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