In vista della riapertura dei musei, prevista per la seconda metà di maggio, abbiamo posto alcune domande a Mattia Agnetti, Segretario Organizzativo della Fondazione Musei Civici di Venezia e membro del Consiglio Direttivo di Federculture, per capire in che modo le istituzioni museali possono attenuare gli impatti negativi a breve termine e identificare nuove opportunità di ripresa nel medio e lungo periodo. Quale responsabile della gestione finanziaria, organizzativa e amministrativa dei Musei Civici di Venezia – un sistema museale ricco e complesso che gestisce undici luoghi di cultura nello storico nucleo lagunare del capoluogo veneto –, nel corso della conversazione ampio spazio è stato dedicato all'approfondimento delle ricadute economiche provocate dall'emergenza sanitaria. A causa del forte impatto negativo prodotto dalla chiusura degli spazi museali, l'ipotesi più probabile è che per i musei sarà possibile tornare alla normalità solamente tra un anno, nella primavera 2021. Questa proiezione temporale ha ovviamente un risvolto economico rilevante, in quanto “il venir meno degli introiti di fatto crea delle difficoltà significative per i prossimi mesi”, con la conseguenza che “nel breve periodo ciò di cui i musei avranno più bisogno è riuscire a coprire i costi operativi, per poter continuare a vivere anche dopo la crisi”. Una crisi che, nella sua gravità, può essere anche un'occasione per ripensare il modo in cui gestire il sistema museale.

I musei, così come moltissimi altri luoghi della cultura, sono tra le istituzioni più colpite dall'attuale crisi sanitaria a causa della chiusura forzata dei loro spazi. In qualità di Segretario Organizzativo della Fondazione Musei Civici di Venezia, quali sono i principali impatti che l'emergenza sta provocando sia a livello locale, in riferimento alla specifica situazione che la vostra istituzione sta affrontando, sia a livello generale guardando al settore museale nel suo complesso?

Se guardiamo la questione nel breve termine, la chiusura dei musei durante questi due mesi e nel corso delle prossime settimane – ad oggi sappiamo che si potrà riaprire nella seconda metà di maggio, ma non ancora con quali prescrizioni sanitarie e condizioni organizzative – genera un impatto negativo molto forte, perché una gran parte del valore della produzione di tutti i musei si fonda sulla bigliettazione. Pertanto, quando si chiude il principale canale di entrata che finanzia le attività museali nel senso lato del termine, dall'accoglienza dei visitatori all'attività di studio e ricerca, viene meno una fonte di finanziamento importantissima. Questo è un problema che in Italia hanno tutti, sia i musei privati sia le istituzioni di diritto privato che gestiscono un patrimonio pubblico – come noi ad esempio – ma anche i musei e le istituzioni culturali pubbliche, con la differenza che in questi ultimi il personale è in larga parte composto da dipendenti pubblici, che in questa fase hanno una tutela maggiore rispetto a chi oggi, invece, è in cassa integrazione. In ogni caso, la disponibilità delle risorse è diminuita per tutti e questo significa che per alcuni mesi il venir meno delle entrate di fatto blocca o rallenta l'attività museale. Questo ha un risvolto ancora più difficile se si guarda la questione nel medio termine, perché quando i musei potranno riaprire – e io sono tra quelli che dicono che dobbiamo ripartire quando chi fa questo lavoro, ossia gli esperti che si occupano delle condizioni sanitarie, ci dice che lo si può fare e ci dà le indicazioni per farlo in sicurezza – ecco anche in quel caso, l'ipotesi più probabile è che ci sarà un ritorno alla normalità, non tanto in termini di affluenza quanto piuttosto di vita museale nelle sue diverse componenti di front e back office, solamente tra dieci, dodici mesi. Questa proiezione temporale ha ovviamente un risvolto economico rilevante. Il venir meno degli introiti di fatto crea delle difficoltà significative per i prossimi mesi e l'obiettivo, per tutte le istituzioni culturali, sarà quello di “sopravvivere” per puntare a una ripartenza non prima della primavera 2021. Ne consegue che nel breve periodo ciò di cui i musei avranno più bisogno è riuscire a coprire i costi operativi, per poter continuare a vivere anche dopo la crisi. Nel caso specifico della Fondazione Musei Civici di Venezia, abbiamo definito un piano economico-finanziario per i prossimi mesi, basato su ipotesi e alcune certezze: le ipotesi sono relative ai ricavi e le certezze ai costi, che sono più facilmente controllabili. Si tratta di un piano che mira a traghettare i Musei Civici di Venezia nei prossimi mesi e a salvaguardare i posti di lavoro. Stiamo parlando di circa 500 persone, oggi purtroppo in larga parte non in servizio e in FIS (Fondo di Integrazione Salariale), che lavorano nei nostri musei in maniera diretta e indiretta, tra personale scientifico, tecnico, amministrativo, operatori di sala, addetti ai bookshop e alle caffetterie, con un indotto molto importante sulla città. Essendo un servizio pubblico, oltre che un simbolo della città di Venezia, quando si potrà riaprire entrerà in gioco un altro aspetto sul quale siamo in questo momento molto concentrati, ossia come si entrerà al museo. Nello specifico, stiamo approntando un piano di accoglienza e visita alla luce delle prescrizioni definite ad oggi, che sono restrittive e si possono declinare in molti modi. La tutela della salute, unita alla sicurezza della visita, avrà inevitabilmente un'implicazione in termini di costi e investimenti in infrastrutture, videocamere e termocamere, dispositivi di protezione individuale per il personale, e così via. Secondo me, ci sono due aspetti a cui prestare attenzione: il primo è che dovremo abituarci al fatto che anche nei grandi attrattori per diverso tempo non ci sarà più un problema di code. Sono convinto che ci sarà una minore propensione alla spesa da parte dei visitatori a causa di una crisi che non è solo sanitaria ma anche economico-sociale e che impatterà sui servizi alla cultura. Per quanto fondamentali e pur giocando un ruolo chiave anche dal punto di vista del rilancio psicologico ed emotivo delle persone, non sono percepiti come un bene primario tanto quanto altri settori e quindi, da questo punto di vista, ci sarà sicuramente una contrazione dei consumi culturali. L'altro aspetto è che purtroppo faranno ancora più fatica quelle istituzioni museali che non sono localizzate nelle principali destinazioni turistiche italiane, perché contraendosi la domanda e la propensione alla spesa, verosimilmente il pubblico si concentrerà sulle destinazioni principali e quindi per i musei ubicati in destinazioni meno favorevoli sarà ancora più impegnativo.

Come noto, il settore museale si caratterizza per essere un comparto molto frammentato al suo interno, composto da una grande varietà di soggetti che differiscono sia dal punto di vista giuridico-gestionale (musei pubblici e privati) sia dal punto di vista strutturale (musei di grandi e piccole dimensioni). In tale scenario, la crisi causata dall'emergenza sanitaria sta avendo ricadute diverse a seconda del tipo di istituzione. Quali sono le principali differenze che è possibile osservare? Dal suo punto di vista, esiste il rischio concreto che alcune istituzioni – soprattutto quelle più piccole e fragili e quelle private che non hanno entrate aggiuntive di natura pubblica – possano essere costrette a chiudere per sempre?

Esiste una distinzione tra pubblico e privato, ma in questo caso la crisi investirà gli uni e gli altri. Penso che per superare questo periodo e portare tutto il sistema museale, pubblico e privato, a una ripartenza in condizioni di normalità nel 2021 ci sia bisogno di un intervento pubblico. Ma un intervento pubblico che non si deve necessariamente tradurre in finanziamenti a fondo perduto, quanto piuttosto in scelte urgenti per garantire liquidità nei prossimi mesi. Il tema della liquidità è fondamentale nel breve periodo, perché altrimenti molte strutture rischiano di non aprire più quando l'emergenza sarà passata. Ritengo che questa sia l'occasione per ripensare il sistema museale, anche pubblico, dal lato dell'offerta e delle modalità di apertura. Oggi, in Italia, abbiamo un'offerta museale amplissima ma molto frammentata, con grandi catalizzatori e con realtà che facevano fatica già ieri a rimanere in vita e offrire un servizio pubblico dignitoso. È necessario, quindi, prevedere una politica di intervento caso per caso, ossia ci vuole una gestione del sito museale che non sia centralizzata ma che sia demandata al territorio, perché ogni territorio esprime una domanda di cultura e un pubblico di fruitori diversi. Penso agli orari di apertura, penso alla politica dei prezzi che deve essere lasciata a chi gestisce il sito, a chi gestisce la collezione e organizza le mostre. Nella situazione in cui ci troviamo, pensare di aprire un museo che attrae pochissime persone, e in alcuni casi nessun visitatore, tutti i giorni feriali e non lasciarlo aperto il sabato e la domenica perché c'è un problema di turnazione del personale, è un qualcosa che, secondo me, è già e diventerà sempre più anacronistico e insostenibile. Bisogna imparare ad essere flessibili rispetto ai bisogni e alle esigenze espressi dalla domanda, chiudere durante i giorni infrasettimanali e aprire, invece, il fine settimana in orari più consoni alle richieste dei visitatori. La crisi è sicuramente una crisi gravissima, al punto che forse qualcuno non riuscirà più ad riaprire, ma può essere anche un'occasione per ripensare il modo in cui gestiamo il sistema museale.

Come ha appena detto, siamo a un punto di svolta, in cui i musei sono chiamati a ripensare la loro gestione e il modo in cui interagiscono con i propri pubblici. Quali sono gli approcci che i musei dovrebbe adottare e come immagina i musei del futuro?

Questa è una grande domanda che penso non abbia una risposta univoca, in quanto ci sono musei storici e d'arte antica, musei d'arte moderna e contemporanea, musei scientifici, musei universitari e quindi non esiste una risposta che vada bene per tutti. Sicuramente quello che possiamo osservare e che c'è una tendenza a investire sull'interazione con il pubblico, che non necessariamente è solo interazione digitale, offrendo dei servizi aggiuntivi alla classica visita. Ad esempio, il lavoro che i servizi educativi svolgono nei musei rispetto ai target delle scuole, delle famiglie, degli anziani, delle persone con disabilità, è un'attività che è cresciuta molto negli ultimi anni e che, dal mio punto di vista, sarà la strada da percorrere anche in futuro. E aggiungo di più. Penso che sia anche la strada da cui ripartire nello scenario post-Covid19, perché per riavvicinare le persone ai musei e offrire quella che è poi la nostra missione – ossia un servizio pubblico, un servizio di informazione e diffusione di conoscenze – devi farlo attirando maggiormente non solo un pubblico “generalista”, ma dei pubblici specifici, trasformando sempre più i musei in luoghi di incontro, di intrattenimento e interazione.

Alcuni giorni fa, l'OCSE ha organizzato un webinar dedicato al modo in cui i musei stanno  rispondendo alla situazione di eccezionale straordinarietà che stiamo vivendo, al quale ha partecipato anche lei. Durante il dibattito, lei ha sollevato un punto molto interessante, richiamando l'attenzione sul fatto che nel prossimo futuro i musei avranno minori risorse a propria disposizione per sviluppare progetti scientifici e culturali. Quali saranno dal suo punto di vista le principali conseguenze di questa limitata progettualità ed è possibile immaginare soluzioni alternative per continuare a mantenere in vita questa importante funzione che il museo svolge?

Quando parlavo di progettualità mi riferivo a diverse linee di azione, che vanno dall'attività di catalogazione, di mantenimento e fruibilità degli archivi alla realizzazione di progetti espositivi. Da questo punto di vista, penso che i musei dovrebbero investire nelle proprie risorse interne, realizzare produzioni partendo dalle collezioni interne e dalle professionalità interne, cercando di creare delle sinergie tra musei non solo italiani ma anche internazionali. Ne parlo a ragion veduta, nel senso che noi a Venezia – faccio un inciso locale – negli ultimi anni abbiamo organizzato delle mostre prodotte internamente, partendo da molte opere già presenti nelle nostre collezioni, ma in partenariato con altri musei e istituzioni internazionali, come ad esempio la National Gallery di Washington oppure il Grand Palais di Parigi. Progetti nei quali il partenariato è stato un partenariato sia scientifico che economico-finanziario e di condivisione dei costi. Penso che questa sia una strada da percorrere sia per mostre rilevanti in ragione dell'impegno organizzativo del partenariato sia per progetti su più piccola scala.

Un argomento di discussione molto citato in questi giorni, oltre alla riscoperta della dimensione del digitale, è l'importanza del legame tra cultura ed educazione. Rispetto a questo particolare aspetto i musei giocano un ruolo centrale, essendo luoghi nevralgici di diffusione e produzione di conoscenza. Secondo lei, nell'elaborazione delle politiche che sarà necessario prevedere per superare questo momento di profonda crisi, i decisori politici sapranno tenere nella giusta considerazione questo aspetto, investendo su una maggiore connessione tra educazione e cultura?

A questo proposito, penso che ci siano molte persone illuminate nella classe politica in modo trasversale. Chi vuole far ripartire un Paese dopo una situazione del genere, secondo me, al di là degli aspetti economici e sanitari, dovrebbe partire dalla formazione, dall’istruzione e dall'educazione. E lo dovrebbe fare soprattutto rivolgendosi ai più giovani. Ne sono fortemente convinto a prescindere dalla crisi. Gli investimenti nell'educazione e nella scuola dovrebbero moltiplicarsi e, a maggior ragione ora, visto il cambiamento che i musei hanno avuto, diventando luoghi di intrattenimento e non è più solo luoghi di studio, ricerca e visita. E in Italia, devo dire, da questo punto di vista non siamo indietro rispetto ad altre esperienze in Europa e nel Nord America. La percezione del museo da parte dei più giovani è sicuramente cambiata e si dovrebbe puntare su questo aspetto, cioè trasmettere un messaggio culturale, fare cultura ed educazione ma farlo in un modo che sia accattivante per loro; un museo che vive, che si anima e che offre performance, reading, concerti, momenti di incontro nelle caffetterie e così via. Penso che l'Italia abbia fatto tantissimo e molto bene in termini di conservazione e di studio e debba continuare a farlo. Siamo dei campioni sotto questo profilo. Non siamo ancora tra i campioni per quanto riguarda l'intrattenimento e – usando una parola un po' inflazionata – la valorizzazione.

Tra gli impatti che la diffusione del Covid-19 ha provocato vi è sicuramente quello di aver messo in evidenza, ancora una volta, la scarsa rilevanza della cultura nel dibattito politico non solo italiano ma anche europeo, in particolare nei processi di ricostruzione della cosiddetta “fase 2”. Detto altrimenti, il settore culturale corre nuovamente il rischio di essere marginalizzato in quanto considerato non essenziale. Al contrario, proprio per la loro capacità di trovare soluzioni creative e di apportare reali benefici in termini di benessere e salute mentale, gli artisti e la scena culturale nel suo complesso possono contribuire in maniera determinante alla costruzione degli scenari futuri. Dal suo punto di vista, perché continua ad esserci questa sottovalutazione del valore della cultura? In che modo il settore culturale dovrebbe portare avanti le proprie istanze e contribuire alla fase di recupero, in virtù delle sue capacità e competenze?

Per rispondere alla prima parte della domanda, mi viene da dire che non è nell'agenda del dibattito relativo al riavvio per il semplice motivo, purtroppo, che la cultura in senso lato è intesa ancora oggi come un mero costo e non come un’opportunità. Alla resa dei conti, la valutazione di chi deve prendere le decisioni è un po' questa: nonostante sia molto trasversale una linea che considera la cultura una grande risorsa, nell'opinione dei decisori politici la cultura viene considerata come un capitolo di spesa – sia a livello nazionale sia regionale e locale – e non come un moltiplicatore di sviluppo. Questo è un dibattito che, secondo me, è ancora molto immaturo e che di conseguenza fa sì che il tema della cultura anche in questo momento di crisi passi in secondo piano. Un secondo elemento è dato dalla responsabilità del mondo culturale stesso. Credo che il mondo della cultura, inteso sia come associazionismo sia come rappresentanza istituzionale, non si sia fatto valere e non si faccia valere abbastanza, non comunichi bene e con efficacia il proprio valore e potenziale. Ci sono stati diversi tentativi, ma di fatto non riesce a oltrepassare una certa soglia e a diventare un elemento cruciale del dibattito. Questo è un qualcosa su cui riflettere in prospettiva. Chiaramente quando si parla di cultura si parla di molti settori diversi tra loro. Più nello specifico, quando si parla di musei, ritengo che ci sia un grande margine di miglioramento, guardo al bicchiere mezzo pieno. Se penso al mondo del teatro o al comparto dello spettacolo, è possibile ravvisare una rappresentanza che non è solo politica ma di mestieri, di professionalità, capace di ottenere dei risultati tangibili nel dialogo con le istituzioni. Ecco, secondo me, questo nel mondo dei musei non esiste ancora compiutamente, o se esiste rimane circoscritto all'interno del dibattito accademico senza tradursi in qualcosa di concreto. Ciò significa che l'unico vero attore della promozione di questi interessi di settore, nel senso più positivo del termine, alla fine rimane il Ministero. Ciò va benissimo, ma esiste tutto un mondo attorno. Per esempio, i musei comunali sono circa il 50% dei musei italiani e oggi non hanno una voce che in qualche modo ne rappresenti il fabbisogno e che soprattutto rappresenti le opportunità che sono capaci di offrire a livello locale. Il motivo di questa dispersione nasce anche dal fatto che il sistema museale territoriale ha diverse regie, ovvero ogni museo – per quanto importante – risponde al proprio referente istituzionale, che può essere la Regione, il Comune oppure l'Università. Quindi diversamente dai musei dello Stato, dove per quanto distribuiti sul territorio hanno comunque un riferimento unico, per gli altri c'è un ostacolo ex-ante che nasce da questa situazione di frammentarietà. In quest'ottica, un attore che potrebbe giocare un ruolo rilevante potrebbe essere l'ANCI, l'Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, in virtù della forte rappresentanza e peso istituzionale che riveste nel dialogo con il Governo, il Parlamento e gli altri organi istituzionali, potenziando ulteriormente il proprio intervento anche a favore del settore museale. Altro attore da considerare è sicuramente ICOM Italia, che ha un ruolo tecnico molto importante perché produce linee guida e aiuta il Ministero nel settare gli standard dei servizi museali, ma che ha tuttavia ancora poca incidenza nell'opinione pubblica e presso i decisori politici.

Pensando al medio e lungo periodo, in che modo la Fondazione Musei Civici di Venezia si sta preparando ad affrontare la fase della riapertura e i mesi successivi? Avete previsto una ridefinizione del vostro budget?

Abbiamo approvato la settimana scorsa un nuovo piano economico-finanziario per il 2020, in quanto ipotizziamo di avere minori ricavi intorno all'80% - 90%. Questo cosa significa? Significa che ci sarà una riduzione sia delle risorse che, inevitabilmente, delle spese e delle attività. In questo contesto tragico e drammatico, abbiamo la fortuna di aver lavorato bene negli ultimi quattro anni. La Fondazione Musei Civici di Venezia è riuscita a chiudere dei bilanci positivi e ha avuto quindi la possibilità di incrementare il patrimonio complessivo e il fondo di dotazione. Nella proiezione che abbiamo fatto, prevediamo di poter far fronte alle perdite mantenendo i musei aperti secondo uno schema predefinito; questo approccio ci dovrebbe permettere di arrivare a marzo 2021. Il piano prevede infatti che, verosimilmente a partire da giugno, potremo riaprire i musei alcuni giorni alla settimana, in alcune ore del giorno, così da avere un approccio molto flessibile, che non significa cambiare l'orario d'ingresso ogni giorno ma cercare di aprire il più possibile nel quadro dell'equilibrio delle risorse, che sono limitate. L'idea è di gestire i prossimi otto/dieci mesi andando incontro alle esigenze del pubblico, che speriamo ritorni, però all'interno di una cornice economico-finanziaria molto definita e limitata. Cercheremo anche noi di adoperarci al meglio per reperire risorse aggiuntive.

La Fondazione Musei Civici di Venezia che tipo di iniziative digitali ha realizzato durante questo periodo di chiusura forzata?

Per quanto riguarda l'offerta culturale digitale, secondo me è importante sottolineare che quella che fino a qualche tempo fa era un'offerta complementare in questo periodo sta diventando l'unica offerta, anche se non sostitutiva dell'esperienza fisica. Presto, spero, tornerà ad essere complementare con un ruolo probabilmente ancora maggiore. Per quanto riguarda noi, in queste settimane stiamo offrendo al pubblico il patrimonio museale civico tramite i canali social che offrono ogni giorno un approfondimento e un consiglio con la rubrica #MUVEConsiglia. Pubblichiamo tre Newsletter alla settimana con cui è possibile ricevere una storia, un gioco, partendo dalle nostre collezioni. Si possono scoprire i Musei Civici di Venezia attraverso i tour virtuali disponibili su Google Art Project. Già da un anno e mezzo abbiamo infatti sei delle nostre dieci sedi museali aperte online – potendo contare su un enorme lavoro fatto di mapping, fotografie, testi, interazione. Tante sono inoltre le proposte per famiglie e bambini proposte da MUVE Education, soprattutto tramite Facebook. Però torno a ripetere che il digitale è sicuramente importante, ma penso debba continuare ad avere un ruolo di complementarietà; non significa sminuirne l'importanza, ma neanche enfatizzarla agli eccessi, come mi capita di vedere in questi giorni.

Alla luce degli impatti e delle criticità prima evidenziati, come valuta la strategia messa in atto dal governo italiano e in particolare dal MiBACT per affrontare l'emergenza?

Credo che chi, in questo momento di assoluta straordinarietà, si trova a dover fare delle scelte in risposta agli interessi generali del Paese non vada tirato per la giacca. Penso che il lavoro che stanno facendo al Ministero sia un buon lavoro. Forse non sarò particolarmente originale, ma ritengo che si potrebbe lavorare ancora di più in prospettiva sulla leva fiscale. Ad esempio come Federculture – di cui sono membro del Consiglio Direttivo – un tema che abbiamo portato all'attenzione è quello della detraibilità delle spese per quelle istituzioni culturali, noi compresi, che in larga parte non possono detrarre l'IVA, che diventa così un costo a tutti gli effetti. Anche per i servizi aggiuntivi, per l'acquisto di beni, tutto dovrebbe essere considerato nella prospettiva del servizio al pubblico e quindi andare in detrazione. Solo per noi, faccio un esempio, sarebbe un risparmio notevole, dal momento che abbiamo più di due milioni di euro all'anno di IVA pro rata indetraibile. È facile intuire come con le stesse risorse si potrebbero fare tanti investimenti e assumere anche nuovo personale. Questo è un tema importante anche se non facile, in quanto vuol dire che lo Stato deve rinunciare a delle risorse. Si tratta pertanto di una scelta politica ma che sarebbe certamente lungimirante. Un elemento in più che aggiungo – e che è trasversale – è il tema del lavoro a cui tengo molto, occupandomi anche delle relazioni sindacali. Le professionalità che lavorano in ambito museale sono fondamentali per poter ripartire e vanno assistite in questo momento. Per essere molto concreti, la cassa integrazione del settore copre solamente alcune settimane e c'è il rischio che molte migliaia di lavoratori in Italia, pur riprendendo l’attività nel medio periodo, si trovino scoperti. Secondo me lo Stato dovrebbe mettere in campo delle risorse per consentire a tutti di arrivare alla primavera dell'anno prossimo, dando continuità al mondo del lavoro, altrimenti nel settore museale, come in altri comparti dell'economia italiana, rischiamo di perdere moltissime risorse e professionalità.

Data la straordinarietà di questa crisi, si verrà necessariamente a creare una linea di demarcazione netta tra il prima e il dopo Covid-19. Nonostante gli aspetti negativi, molti esperti e studiosi del settore sostengono che questa sia una occasione unica per ripensare il ruolo dei musei e l'esperienza museale. In quest'ottica, dal suo punto di vista, i musei saranno capaci di cogliere questa eccezionale opportunità per ripensare e ricostruire la relazione tra musei, economia e società, diventando attori attivi di cambiamento sociale?

Penso proprio di sì e la mia certezza si basa su due risorse molto importanti che abbiamo. La prima è il patrimonio culturale che siamo chiamati a gestire e che abbiamo la fortuna di gestire; la seconda sono le incredibili professionalità che lavorano all'interno dei musei. La combinazione di questi due aspetti potrà contribuire a riposizionare l'offerta museale anche nel mondo post Covid-19. Nella mia esperienza personale, posso dire che le persone con cui mi relaziono, non solo a Venezia ma anche in altri musei italiani e stranieri, hanno una capacità di adattarsi e una propensione ad andare oltre la propria professionalità e le proprie funzioni in ragione di un interesse più ampio che è quello della diffusione della cultura. Da questo punto di vista, per esempio, sono un grande sostenitore di quello che chiamo “Programma Erasmus museale”, intendendo con questa espressione la predisposizione di un programma comunitario che favorisca gli scambi (3/6 mesi) tra operatori e professionisti anche nel settore museale con l'intento di stimolare la contaminazione tra esperienze. Credo molto in uno strumento di questo tipo in una logica di condivisione delle pratiche e delle conoscenze. Questa potrebbe essere una delle proposte italiane e europee da cui ripartire nel post Covid-19.

Abstract

Along with all cultural and creative industries, the current Covid-19 crisis is particularly critical for museums due to the sudden and massive loss of revenue opportunities. In this conversation with Mattia Agnetti, Executive Secretary at Fondazione Musei Civici di Venezia (a network of 11  museums located throughout the city centre and the Venetian lagoon islands) and member of the Board of Federculture, we look at how museums are coping with a crisis that creates a structural threat to the survival of many organizations and workers in the museum field. Among the most important measures needed to guarantee the sector's survival, it is extremely crucial to design public supports that alleviate the negative impacts in the short term and identify new opportunities in order to make museums more flexible and agile entities in the medium term. As stated by Mattia Agnetti, “we are at a turning point and museums have to rethink their management and the way they interact with a large variety of audiences”.

 

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