Nel 2014, l’Audience Development e l’Audience Engagement sono state promosse come priorità all’interno del Programma Europa Creativa. All’insegna del “creare insieme al pubblico” invece di “creare per il pubblico”, l'Unione Europea ha promosso pratiche partecipative che hanno avuto un forte impatto sul DNA di molte istituzioni e organizzazioni culturali in Europa. Sin dal 2014, nel ruolo di co-curator, ideatrice e project manager, guido il progetto di larga scala Be SpectACTive! insieme a Luca Ricci del Kilowatt Festival. Il progetto, alla luce delle nuove priorità introdotte, si è sperimentato in pratiche partecipative nel settore dello spettacolo dal vivo. Concepito come un processo culturale cooperativo con finalità produttive e arricchito da azioni di action-research, Be SpectACTive! nel 2018 è stato finanziato nuovamente dal programma europeo per un ulteriore quadriennio (2018-2022), proprio per le strategie di engagement degli spettatori che tuttora stanno coinvolgendo istituzioni e organizzazioni culturali, artisti e cittadini.

Attualmente sono 19 i partner che costituiscono la rete tra teatri, compagnie di produzione, festival internazionali di teatro e danza, università e centri di ricerca in 15 paesi dell'UE. Insieme i partner collaborano in un progetto multilivello, composto da attività di co-programmazione, in cui gli spettatori partecipano attivamente alla programmazione artistica delle istituzioni culturali; processi di co-creazione che attivano collaborazioni tra artisti e comunità locali in un ampio sistema di residenza; co-produzione di nuovi progetti di spettacolo; co-committenza di nuove opere a cura delle comunità locali coinvolte dal network; e infine un processo di analisi, condotto dal gruppo di università e centri di ricerca del progetto, che progressivamente sta fornendo un'analisi qualitativa in itinere delle pratiche introdotte. A fronte degli ultimi sei anni di attività e dall’osservazione di successi e fallimenti della sua prima edizione, il presente articolo, oltre a interrogarsi sul ruolo delle pratiche creative a base partecipativa, intende osservarne le contraddizioni e collocare queste ultime in un più ampio quadro di politica culturale europea.

Dalle pratiche bottom-up a quelle top-down (e viceversa)

Nel corso della prima edizione (2014-2018), Be SpectACtive! ha assistito a diversi eventi che hanno avuto luogo nello scenario globale che hanno fortemente influenzato la sfera politica e culturale. Giusto per citarne alcuni: la crisi globale del 2008, le misure di austerità e l'ascesa dei movimenti globali del 2011; l’urgenza dei rifugiati di trovare approdi sicuri; gli attacchi terroristici e la difesa dei territori dal 2016; la Brexit; il progressivo diffondersi di forme di populismo.

Dal 2011, nuove azioni politiche “dal basso” hanno trovato terreno fertile nelle arti performative, prima tra tutte, l’occupazione dello storico Teatro Valle a Roma che è stata l’approdo del movimento globale dell’Occupy in Italia. Dal Teatro Valle Occupato, un folto gruppo di “lavoratori dell’immateriale” si è costituito in opposizione a sistemi obsoleti di politica rappresentativa, e insieme si sono uniti per denunciare lo sfruttamento arbitrario delle risorse economiche e culturali comuni. L’esperienza del Teatro Valle Occupato in Italia ha dato vita ad una nuova mappa culturale in ambito nazionale, composta di nuovi spazi (e “neo-istituzioni”), che hanno introdotto concrete forme di politica a base partecipativa. Pensiamo ad esempio al fortunato sodalizio tra produzione culturale e Commons, ad opera di artisti, giuristi, ricercatori, professionisti della cultura e amministrazioni cittadine, che ha reintrodotto modelli giuridici che hanno messo al centro forme di mutualismo e autogoverno. Ad esempio, pensiamo all’applicazione del concetto di “uso civico” che è stato alla base del sistema degli “spazi liberati’” a Napoli nel 2015 (Ciancio, 2018), creato dalla difficile collaborazione tra l’Asilo Filangieri e il Comune di Napoli, oppure, la sperimentazione avviata nella città di Barcellona in Spagna, in cui i Commons sono stati alla base di un rinnovato progetto politico durante il primo mandato della sindaca Ada Colau.

Nel 2014, mentre le espressioni di contro-cultura su scala globale sfidano sistemi obsoleti con le proprie sperimentazioni politiche e culturali, l’UE lancia il programma Europa Creativa interamente dedicato alla cultura e alla creatività e con esso le cruciali priorità dell’Audience Development e l’Audience Engagement. Mentre da un lato, attraverso l’introduzione di queste priorità, Europa Creativa ha favorito processi di cooperazione collegando città e comunità europee, dall’altro è stato un programma che probabilmente (osservandolo a distanza e nella complessità degli eventi globali) ha ricollocato la dimensione agonistica di alcune delle emergenti espressioni di politica “dal basso”, rimandandoci quindi a ciò che Gramsci ha definito come detournement (Boltanski e Chiapello, 2005). Ossia, un processo in cui l’amministrazione pubblica tende a incorporare quelle affermazioni politiche democratiche radicali che sfidano l'ordine egemonico (Mouffe, 2007) con l'obiettivo di normalizzare e di neutralizzare le potenzialità di un nuovo ordine.

In questa contraddizione tra forme di contro-cultura e normalizzazione dei processi “dal basso”, abbiamo assistito a una riorganizzazione delle relazioni di potere. Abbiamo visto processi decisionali sia all’interno di organizzazioni indipendenti, sia nelle istituzioni culturali, che, sebbene a prima vista siano apparse innovative e animate da principi democratici di base partecipativa, al contrario hanno rafforzato la leadership interna in favore di un approccio gerarchico e conservativo. Alcune forme partecipative sono state attivate in ambiti marginali dell’organizzazione e quindi funzionali a una legittimazione dell’organizzazione stessa presso i propri finanziatori. Questo ha portato a riconfermare una proposta culturale rivolta a un’estesa classe media, che purtroppo tuttora indica le regole e le estetiche per l’intera comunità. In altri casi invece, sono stati favoriti quei processi collaborativi decisionali che hanno inciso sulla vocazione dell’organizzazione stessa che è diventata agente di trasformazione sociale e luogo riconosciuto in cui sperimentare il dissenso e la convivenza all’interno di una società multilivello, composta da comunità temporanee, cittadini in transizione, seconde generazioni, una varietà di gruppi sociali.

Ma come si colloca in questo scenario un progetto di cooperazione culturale europeo? Ed in che modo le istituzioni che vi aderiscono possono contribuire a trasformazioni più ampiamente culturali e sociali?

Pratiche partecipative e processi decisionali

Be SpectACTive! è espressione del suo tempo e, come in molti progetti di cooperazione culturale europea, l'uso di pratiche partecipative è stato centrale nell’attuazione delle proprie attività, con il conseguente impatto sul ruolo svolto dalle organizzazioni che ne fanno parte. In prima istanza ha influito sulle forme di leadership. Ad esempio, il processo di co-programmazione (partendo dal modello dei Visionari del Kilowatt Festival in Italia) ha dato spazio ai partner, partendo ognuno dalla propria prospettiva culturale, di trasformare il proprio modo di programmare una stagione teatrale o di danza o un festival. Alcuni partner, ad esempio, hanno aperto le porte della propria sfera creativa al pubblico, condividendo parte di quel potere attribuito solo a una singola figura (alias la direzione artistica) o a un gruppo di pari. Nel fare questo, in alcuni luoghi sono stati aggiunti nuovi gruppi sociali, che hanno contribuito a introdurre nuove istanze culturali nelle programmazioni artistiche.

Al contrario, la necessità di legittimazione culturale sul proprio territorio (per ricevere fondi e/o essere approvato dalle autorità locali), ha portato altri partner a rafforzare la propria leadership che, in nome della partecipazione, hanno riprodotto e confermato istanze politico-culturali di carattere più conservativo. Ad esempio, le azioni di co-programmazione sono state condotte in collaborazione con gruppi sociali omogenei di spettatori (identificabili con un’élite culturale), coinvolti a interagire in un dato spazio culturale con regole prestabilite e quindi riconfermando una posizione gerarchica al proprio interno.

In secondo luogo, le pratiche partecipative hanno inciso sul rapporto di fiducia tra i partner, gli artisti e le comunità che hanno collaborato nella produzione di nuovi spettacoli. All’interno di Be SpectACTive! ogni nuova produzione è il risultato di un programma di residenze che si sviluppa in tre diverse città del network. Le residenze sono concepite come un momento di interazione con i diversi territori, le relative comunità e network locali, come ho potuto sperimentare in altri progetti da me condotti (come ad esempio durante il primo triennio del Napoli Teatro Festival). Agli artisti viene chiesto di arricchire il soggetto delle proprie performance, grazie a questa interazione con diverse prospettive culturali, sociali e produttive. Tale processo, da un lato, è stato un collante tra i partner di progetto che si sono trovati a collaborare per sostenere un artista e facilitare la sua relazione con il territorio ospitante. Dall’altro, in alcuni casi, questo ha generato dei fraintendimenti culturali sia per il diverso modo di concepire una residenza artistica, di supportare un artista, sia per le infrastrutture messe a disposizione.

In ogni caso, questo meccanismo ha contribuito alla creazione di progetti di spettacolo che hanno portato riflessioni su temi diversi del nostro vivere insieme, dal ruolo della religione a indagini attorno ai whistle-blowers nelle nostre società, oppure la migrazione, la memoria, il futuro della nostra coesistenza civile in Europa. In una recente produzione, “Body of Knowledge”, la regista Samara Hersh ha lavorato sul modo in cui adolescenti e adulti hanno conversazioni su temi come sessualità, piacere, vergogna, dolore, lutto e morte. Lo spettacolo, caratterizzato per un format fortemente partecipativo, è rivolto a un pubblico adulto, con gli adolescenti che chiamano dalle proprie case (dall’Australia al Belgio, all’Italia alla Tunisia). Sviluppatosi attraverso workshop e residenze, in ognuna di queste è stata testata l'interazione tra i diversi pubblici incontrati e gli adolescenti/performer, sono stati attraversati i diversi approcci culturali e affrontati i fraintendimenti come ad esempio quello tra generazioni. “Body of Knowledge”, proprio attraverso questo percorso, ha messo in luce bisogni, urgenze e necessità degli adolescenti, ma al tempo stesso ha reso evidente lo spiazzamento degli adulti in questo nuovo dialogo.

In terzo luogo, pratiche partecipative sono state adottate per favorire l’interazione tra le comunità locali attraverso momenti di socialità. Ad esempio, l’European Spectator Day (ESD), evento online e offline, è stato disegnato per collegare le comunità di spettatori attivi coinvolti nei processi di co-programmazione del progetto, e allo stesso tempo, ogni anno, per discutere insieme di teatro. Tra le diverse edizioni, quella del 2016 ad esempio è stata un momento di elaborazione collettiva del trauma che la società stava attraversando in seguito agli attacchi terroristici di Parigi e Bruxelles. In quell’occasione l’ESD fu un momento in cui spettatori attivi, ma anche esponenti della Commissione Europea, artisti e altre reti europee si ritrovarono a condividere insieme online (e offline) pensieri sul senso di libertà e della paura instauratasi.

Proprio grazie all’ESD, nel corso della prima edizione di Be SpectACTive! abbiamo sperimentato questa interazione tra una varietà di interlocutori, e al tempo stesso, abbiamo sentito la necessità di superare le barriere linguistiche e culturali su cui spesso un processo cooperativo si scontra. In tal senso abbiamo messo a fuoco la necessità di una facilitazione capace di favorire il dialogo tra i tanti interlocutori, valorizzando le loro diversità al fine di evitare un appiattimento culturale. In ogni caso, nel suo essere un momento di “intrattenimento”, l’ESD ha permesso a tutti noi di sentirci parte di un meccanismo vitale radicato nelle diverse comunità europee partner del progetto.

Cosa abbiamo imparato

Alla luce dei successi e soprattutto dei fallimenti costruttivi che abbiamo registrato, la seconda edizione di Be SpectACTive! è stata disegnata mettendo in evidenza alcuni elementi focali.

Innanzitutto, la necessità di avere tempo per creare e crescere insieme è stata individuata come essenziale per lo sviluppo di una progettualità a base partecipativa europea. Nella seconda edizione, più tempo è stato dato alla creazione, all'incontro e allo scambio di pratiche. Il gruppo di ricerca ha osservato quanto le organizzazioni partner, gli artisti e i cittadini hanno bisogno di tempo per costruire le loro relazioni creative, stabilire rapporti fiduciari, definire un ambiente sicuro insieme. Questa condizione è indispensabile per la costruzione di un possibile glossario condiviso, che può prendere forma se vengono create le condizioni non solo di partecipazione, ma anche di assistere ai risultati di un lungo iter produttivo attraverso l’Europa.

In secondo luogo, dall’osservazione delle modalità di produzione degli spettacoli è emerso che novità possono essere introdotte quando: gli artisti accettano di arricchire i propri processi creativi grazie alla collaborazione con i contesti locali che li ospitano; le istituzioni culturali si pongono come facilitatori nel dialogo tra gli artisti e i cittadini promuovendo un’“azione culturale civile” (Gielen, 2015), ossia quando l'arte può far sì che le persone vivano diversamente l'ambiente circostante e si percepiscano come attivatori di una rinnovata percezione di uno spazio culturale e fisico; quando sia le istituzioni culturali che gli artisti superano l'urgenza del consegnare un prodotto finito e chiuso, ma accettano la sfida di considerare la processualità creativa come parte integrante del prodotto artistico-culturale.

In questo, la nozione di processo, come stiamo osservando in alcune produzioni artistiche aventi un carattere bottom-up in Europa, diventa essa stessa un prodotto artistico e non meno godibile o valutabile tra le esperienze artistiche di valore. In virtù di questo scambio relazionale e processuale, è stato osservato quanto lo spettatore/cittadino assuma il ruolo di prosumer o di creative user (Bishop, 2012, Carnelli, 2018). Non più solo un consumatore di contenuti, ma un attore attivo che aggiunge valore e collabora alla creazione con i suoi interessi, desideri e le cui storie diventano esse stesse parte della produzione.

In terzo luogo, nella sua seconda edizione, Be SpectACTive! è stato definito come un network caratterizzato da un processo di continuo confronto e scambio di visioni e competenze (peer-learning). Per rendere effettiva questa ulteriore dimensione: 1) abbiamo individuato una figura professionale, il community manager, interlocutore privilegiato per gli artisti in residenza e un facilitatore negli scambi creativi tra cittadini, spettatori, artisti e soggetti del network stesso; 2) è stato introdotto un sistema di valutazione qualitativa interna delle diverse azioni condotte tra i partner; 3) è stato rafforzato il processo di action-research con l’obiettivo di una maggiore comprensione critica dei processi in progress.

Ed infine la prospettiva trans-locale è emersa come un valore. La cooperazione culturale ha offerto l’opportunità alla varietà di organizzazioni, teatri, festival, università, centri di ricerca di poter produrre e progettare azioni creative, a cavallo tra le città e prescindendo i confini nazionali. Quindi, in alcuni casi, ha contribuito alla sostenibilità economica di progetti, eventi o programmazioni che non sempre avrebbero trovato sostegno in quelle politiche locali o nazionali resistenti a processi cooperativi e alla valorizzazione delle diversità di qualunque forma esse possano essere (in Croazia, Ungheria, Repubblica Ceca, o anche in Italia).

...alcune riflessioni finali

Come già detto, l’ultimo decennio ha evidenziato delle contraddizioni importanti. Da un lato, il susseguirsi di eventi di natura globale ha creato lo spazio per il diffondersi di populismi di destra e forme di sovranismo, dall’altro, ha dato vita a quelle cultural civil actions che hanno posto al centro forme di engagement, pratiche collaborative che hanno introdotto (tra successi e fallimenti) proposte concrete sull’accesso e gestione delle risorse comuni.

In questo contesto, nonostante attualmente rappresenti solo lo 0,14% del budget generale europeo, il programma Europa Creativa ha supportato alcuni di questi processi cooperativi in ambito culturale (online e offline) riproponendo quei valori essenziali della convivenza civile. Europa Creativa (così come altri programmi europei), seppur finanziato anche da Stati-Membri non sempre aperti a una concezione della produzione culturale come spazio critico e luogo della cooperazione trans-nazionale, facendosi forte dei valori condivisi di democrazia e partecipazione, ha dato vita a sistemi che hanno collegato comunità locali, organizzazioni, artisti, ricercatori, teatri, festival, ONG e diversi gruppi sociali a cavallo di paesi e città.

La recente pandemia causata dal Covid-19, ha ulteriormente evidenziato il conflitto oramai più che evidente tra uno spazio globale fortemente interconnesso e la spinta opposta degli stati nazionali a riaffermare la propria egemonia. Ha sottolineato la difficoltà a cooperare per un bene comune e, quindi, far circolare risorse economiche e informazioni. Ha palesato la diffusa precarietà economica nella quale diversi settori versano, tra cui quello culturale, nonostante appaia come lo spazio di panacea per curare il trauma sociale che stiamo attraversando. Attualmente non credo siamo pronti a fare delle valutazioni dello stato presente. Probabilmente però, non possiamo prescindere dal fatto che nuovi interventi e programmi politici che stanno intervenendo sulla diffusa crisi globale non posso prescindere da quelle forme collaborative che hanno connesso contesti culturali, politici ed economici e hanno proposto forme di sostenibilità sociale, economica e politica.

Pertanto, noi come curatori, ricercatori, artisti, responsabili culturali dove ci collochiamo in questo scenario? Consapevoli o inconsapevoli, lo spazio in cui agiamo è tra le abitudini locali e le tendenze globali, tra la creazione e la politica, la democrazia e l’egemonia, tra i desideri dei cittadini e le esigenze di legittimazione delle istituzioni. È qui, in questa terra di mezzo dove giochiamo la nostra partita, in cui sollecitare mirate azioni di advocacy, dove dotarsi di una visione di medio-termine, supportata da un’analisi di dati concreti (qualitativi e quantitativi), dove fare appello alle nostre immaginazioni radicali per sperimentarci in forme di coesistenza politica. È qui in questa terra di mezzo, in cui l'uso consapevole delle pratiche partecipative in un più ampio spazio Europeo può ancora contribuire alle nostre democrazie.

Riferimenti bibliografici

Bishop C. (2012), Artificial Hells: Participatory Art and the Politics of Spectatorship, London, Verso.

Boltanski L., Chiapello E. (2005), The New Spirit of Capitalism, London, Verso.

Carnelli L. (2018), Prosumer audiences in performing arts creation and production, in Breaking the Fourth Wall, pp. 140-147.

Ciancio G. (2018), When Commons becomes official politics, in Commonism. A New Aestetics of the Real, Docks, N. e Gielen, P. eds, series: Antennae, Arts in Society.

Gielen P., Lijster T. (2017), Art and Civil Action. Cultural organizations in the European civil domain. In: Visual ethnography, Vol.6, N.2, p. 21- 47.

Mouffe C. (2007), Art and Democracy. Art as an Agonistic Intervention in Public Space. In: onlineopen.org.

ABSTRACT

In 2014, Audience Development (AD) and Audience Engagement (AE) were individuated as crucial priorities in the EU Creative Europe program. In the name of “creating together with the audience” instead ‘”or the audience”, the EU has fostered participatory practices across Europe, with a strong impact on the DNA of some cultural institutions. In the light of the last six years of challenges of the European cultural cooperation project Be SpectACTive!, and throughout the analysis of both successful initiatives and constructive failures of its first edition, the present article poses some questions about the contradictions and the opportunities of the creative participatory practices in EU. In doing that, it observs the potential origins of the overarching Audience Development priority and the crucial role that the cultural cooperation processes are playing nowadays in our democracies.

 

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