(c) Cheyenne Randall

Dopo un breve shock seguito all’adozione delle incredibili misure di chiusura a causa della pandemia, in cui l’Italia si è trovata in prima linea a livello mondiale, mentre siamo alle soglie della ‘fase 2’ per le prime caute e ancora confuse riaperture delle attività, è partita da settimane la ‘fase 3’ del dibattito sul futuro della cultura, prima timidamente, poi esplosa con una velocità degna del contagio virale. Questa è la parte più importante ora, che non dovremmo rischiare di sprecare nella corsa alle varie misure attuative, anche perché il cammino da percorrere è ancora lungo.

In reazione a questa emergenza, come prima ondata sono arrivati i questionari per la valutazione dell’impatto sul comparto culturale; poi l’impatto è diventato incommensurabile e sono arrivate le proposte e poi l’avvio delle prime misure di sostegno. La situazione è in rapida e continua evoluzione, e oggi siamo nella ‘fase 3’ caratterizzata dalla frenesia di ripartire quanto prima, avvelenata dalla consapevolezza che l’emergenza non è affatto finita: aprire è necessario, giusto e comprensibile, ma ora più che mai c’è bisogno di riflessione e calma per andare all’essenza di questa crisi, che tale è e come tale, da etimologia, rappresenta un momento di scelta, di decisione.

Due sono a mio parere i temi cruciali da affrontare e su cui fare scelte, rispetto ai quali credo si possano ricomprendere la maggior parte delle problematiche che emergono finora nel mondo delle politiche culturali:

1. Un nuovo pragmatismo per il lavoro culturale

Se vogliamo pretendere, e lo vogliamo, che la cultura sia presa sul serio, e considerata non solo nel suo valore intrinseco ma nella sua capacità di essere fonte di coesione e inclusione sociale, settore economico a tutti gli effetti e volano di sviluppo, come ormai molti studi e ricerche dimostrano, occorre mettere al centro delle politiche culturali lo sviluppo di competenze manageriali e gestionali.

Il prodotto può essere meraviglioso, l’automobile o l’abito possono essere bellissimi, ma se l’azienda non funziona perché la struttura non ha capacità manageriale e gestionale, fallisce. Questo vale anche per il teatro, la musica o le arti visive, ma si fa più fatica ad accettarlo. Non è una visione aziendalista della cultura, è un fatto. Non è il più bravo che sopravvive, è il più bravo a mescolare talento e capacità pratiche. Se qualcosa di buono potrà averci portato il virus, è un nuovo pragmatismo.

Dal mio piccolo osservatorio professionale come funzionario pubblico sono passata, dopo un primo decennio nella ‘cultura tradizionale’, a occuparmi per quasi dieci anni delle cosiddette ‘industrie culturali e creative’ in chiave di sviluppo. Tornata di recente al mondo culturale ‘tout court’ ho trovato pochissima trasmissione tra la visione ‘icc’ e quella tradizionale della cultura, nonostante il passare degli anni e il cambiare dei tempi. Nel dialogo con gli operatori, le mie domande insistenti su forma giuridica, tipologia dei contratti di lavoro e forma giuridica erano inizialmente accolte con un certo stupore; ora la pandemia ha cambiato bruscamente le cose, e quel genere di domande sembrano aver improvvisamente acquisito un senso, anzi essere necessarie.

Per la prima volta a un tavolo nazionale sulla cultura ho sentito un rappresentante di una categoria artistica ammettere che finora di ‘lavoro culturale’ gli artisti non si erano mai occupati, ma che le cose devono cambiare. Altrimenti, la fragilità del sistema diventerà insostenibile, e la cultura non potrà pretendere di essere ‘presa sul serio’ dalle politiche generali, ma resterà sempre due passi indietro.

Ma niente paura: per fortuna, la forza travolgente dell’arte non sarà mai diminuita dalla conoscenza degli ingranaggi che la regolano, e anche se cerco di leggerne il bilancio, quando vado a teatro mi lascio andare come prima. Come diceva Umberto Eco a proposito della semiotica e della presunta minaccia al piacere della lettura, non c’è nulla da temere: anche i ginecologi si innamorano.

Ma allora, cosa servirà nel dopo-crisi perché tutto quel che sta accadendo non sia stato inutile? Più fondi pubblici? Forse, ma servono soprattutto organizzazioni capaci di gestirli e farli fruttare, di essere efficienti ed efficaci nella gestione, se vogliono essere prese sul serio e non prestare il fianco alle facili, tradizionali accuse di parassitismo rivolte al mondo culturale. Queste competenze possono essere acquisite attraverso l’inserimento di figure di collegamento e gestione nelle organizzazioni più articolate, oppure essere delegate: nessuno può costringere un artista visivo o un compositore ad occuparsi in prima persona di questi aspetti, ma si deve pretendere che ne comprenda l’importanza vitale.

Per questo servono nuovi percorsi formativi per artisti e creativi all’interno delle istituzioni educative italiane giustamente blasonate ma spesso non abbastanza al passo con i tempi per preparare gli artisti e i creativi al ‘mondo vero’; servono nuove figure professionali specialistiche a rappresentarli, ‘agenti 2.0’ capaci di permettere loro di svolgere il lavoro creativo delegando a professionisti gli aspetti fondamentali che possono rendere l’arte una professione; serve infine un maggiore sviluppo di network, reti di rappresentanza, sostegno e condivisione di servizi. In questa fase nessuno si salva da solo, o se lo farà, sarà un magro risultato.

Sull’altro fronte, di là dalle scrivanie, servono politiche culturali pubbliche profondamente rinnovate, che considerino la cultura nella sua totalità, con uno sguardo a 360° e senza pregiudizi sulla produzione culturale; politiche e programmi d’azione in grado di abbattere il silo della cultura come giardino zoologico di animali da proteggere, capaci di dialogare alla pari con gli altri settori economici e inserirsi a pieno titolo nelle decisioni chiave a livello nazionale, regionale e locale. Per questo occorrerà molta preparazione, lavoro, pazienza e creatività, e anche il coraggio di fare scelte a volte radicali, ma se non ora, quando?
Io sono convinta che ne valga la pena. Ma ne saremo capaci?

2. Azione vs conservazione

Il dibattito sulle misure di contrasto alla crisi finora è concentrato prevalentemente su misure altamente conservative, dettate senz’altro da buone intenzioni, ma che rischiano di non avere sul medio periodo alcun effetto risolutivo. Occorre da subito affiancare alle misure di conservazione almeno altrettante politiche e azioni per sostenere lo sviluppo di soluzioni innovative nella filiera culturale, non solo nel campo del digitale che è sempre citato per primo ma anche organizzative, di processo e di prodotto; occorre fare ‘ricerca e sviluppo’ in campo culturale. In questo la Pubblica Amministrazione, a tutti i livelli, può giocare un ruolo cruciale di incoraggiamento e di sostegno, affiancando i professionisti della cultura con un atteggiamento non paternalistico.

Inoltre, nella frenesia delle riaperture ma ancora nella morsa della paura del contagio, non possiamo permetterci di dimenticare anni di lavoro spesi a sviluppare l’idea di una cultura inclusiva e diffusa. Il rischio  che corriamo ora è che a causa delle restrizioni sanitarie e delle norme di sicurezza vadano persi anni di lavoro sui concetti di ampliamento del pubblico, inclusione e attivazione di nuovi pubblici e di welfare culturale, tornando a una fruizione elitaria della cultura. Ma se a suo tempo Wagner ha rivoluzionato la fruizione del teatro d’opera, e come lui tanti altri lo hanno fatto nel corso della storia, forse le menti migliori della nostra generazione possono immaginare qualcosa di analogo, trovando soluzioni innovative per la fruizione e non meramente conservative dello uno status quo.

A dirla tutta, il mondo culturale prima del COVID-19 non è che poi ci piacesse moltissimo, ma oggi già tende a essere ricordato migliore, come accade spesso al funerale del caro estinto. Non commettiamo l’errore di cercare di riesumarlo così com’era; era già un mondo superato, ed è andato; ora possiamo pensare a ricostruire conservandone l’essenziale, l’irrinunciabile, ma osando forme tutte nuove.

Quelli che ho cercato di evidenziare, aggiungendo di fatto anch’io parole a un dibattito già saturo, sono temi non soltanto italiani, come troppo spesso siamo portati a pensare, ma comuni almeno a gran parte della vecchia Europa. Di certo però un certo pregiudizio pseudoumanistico nei confronti degli aspetti economici e dell’incontro tra cultura e altri mondi persiste di più nel nostro Paese che altrove, e non aiuta affatto a trovare soluzioni adatte ai nuovi tempi.

Ma ricordiamoci che non veniamo dal migliore dei mondi possibili, e oggi abbiamo davanti a noi molti mondi possibili. Siamo in una fase di transizione, e le crisi socioeconomiche, come per le malattie, sono punti di svolta che possono dare luogo a un esito positivo oppure negativo. Indietro non si torna, quindi non perdiamo l’occasione. Dalle crisi si esce a testa alta solo se c’è una presa di coscienza e poi una decisione, una scelta: “Crisi è quel momento in cui il vecchio muore ed il nuovo stenta a nascere” (Antonio Gramsci).

Abstract

Italy is up to now the most affected country in Europe by the COVID-19 epidemic. Its old and noble cultural system has been deeply shaken by the crisis in many ways, and its future remains uncertain. But crisis are options, turning points in a plot that is not written yet. We now have the opportunity and the duty to try to change things for good.
At the center of the cultural debate for the future of culture, there are a couple of themes:
1. A need for a new pragmatic approach in cultural organizations, where the quality of content has to be accompanied by strong management and economic skills; this requires also new educational institutions for artists, cultural and creative professionals, new professional figures and more networks; furthermore, there is a strong need for new integrated approaches in public cultural policies.
2. A need for innovation vs. restoration of the old status quo: this crisis brings now the opportunity to invest in ‘R&D’ and to accelerate innovation in the old Italian cultural system, keeping in mind the best from the trajectories that have been designed in the last years. 

Giorgia Boldrini, esperta di industrie culturali e creative, è attualmente responsabile della promozione del sistema culturale per il Comune di Bologna. Dal 2010 coordina il progetto ‘Incredibol!’ per il sostegno alle professioni artistiche, culturali e creative in Emilia-Romagna.

 

Articoli correlati