A causa delle conseguenze della crisi sanitaria in corso, sulla pagina Facebook della casa Editrice Bibliografica il 3 aprile si è svolta la presentazione del libro “Musei e cultura digitale” di Maria Elena Colombo, ultima componente (solo in ordine di arrivo) della famiglia “Geografie Culturali”, collana diretta da Luca Dal Pozzolo per EB. Il video della presentazione ha contato più di 220 reazioni, 63 condivisioni e 8962 visualizzazioni (in circa 300 hanno partecipato all’incontro). Tra i 224 commenti alla diretta ci si chiedeva spesso: ma avrebbe avuto tutto questo pubblico una presentazione fisica? E tutto questo dibattito? Chissà, resta il fatto che la intensa presentazione digitale ha consentito a davvero tanta gente di partecipare (da tutto il mondo), ascoltare, discutere, interagire. E che tale evento non poteva sintentizzare meglio i temi trattati dal volume.

Certo, scrivere la recensione di un libro che si intitola “Musei e cultura digitale” mentre si è in permanenza domestica obbligatoria, fa un certo effetto. Soprattutto perché nel cosiddetto perimetro culturale non si parla d’altro da un mese e mezzo (siamo a fine aprile 2020), e ad una prima occhiata sembrerebbe che Maria Elena Colombo, approfittando del momento propizio, abbia potuto decidere di sfornare un istant book sul tema. Peccato che il libro fosse già in stampa ben prima del lockdown nazionale, frutto di un lungo lavoro di ricerca e redazione; e che l’esplosione dell’emergenza abbia addirittura costretto l’editore, in accordo con l’autrice, a fermare le macchine per inserire almeno un dovuto (e sentito) Post Scriptum sulla specifica situazione.

Questa collocazione del lavoro di Maria Elena Colombo in un tempo ben precedente aell’esplosione dell’emergenza Covid-19, un fatto che non può non essere definito epocale, ci porta a conferire alla pubblicazione ancor più valore di quello che ha in termini di contenuto, perché ci consente di considerarlo uno strumento palesemente scevro dall’entusiasmo contagioso - e a tratti esuberante - che il perimetro culturale ha largamente assunto durante la fase acuta della crisi, indicando copiosamente la soluzione digitale come panacea di tutti i mali e magica via d’uscita dalle (ancora incognite, a dire il vero) condizioni in cui il settore si troverà ad operare nel prossimo futuro.

Vero è che il distanziamento fisico - ed anche quello sociale -, le misure di prevenzione per la salute degli operatori e dei pubblici, l’inceppamento di molti segmenti delle filiere a cui pezzi del perimetro culturale appartengono (i musei con le scuole o con il turismo culturale, per fare un esempio), impongono già da subito una ripensamento degli strumenti e delle pratiche, dei servizi e dei prodotti. Ma è altrettanto vero che, proprio per la vastità della dimensione epocale che stiamo affrontando, questo ripensamento andrà fatto utilizzando strumenti di analisi e progettazione che siano di elevata qualità teorico-pratica; “ferri puliti” che ci permettano di intervenire adeguatamente sulle traiettorie precedenti di organizzazioni e istituzioni culturali.

Ecco perché scrivo questa recensione non ragionando da studioso di teorie e soluzioni digitali in ambito culturale (profilo che non mi appartiene), ma leggendo il libro attraverso la lente dell’operatore culturale che con la sua organizzazione, schierata in ambito museale, utilizza gli strumenti digitali da sempre e che in questa delicata fase si pone domande complesse sui passi da compiere già da subito e per i prossimi anni. Una esigenza, la mia, che appunto è quella di poter collocare nella cassetta degli attrezzi efficaci strumenti di comprensione delle dimensioni del problema (in senso scolastico), e delle migliori vie esplorate e suggerite per poterlo risolvere, o quantomeno affrontare / fronteggiare adeguatamente.

ALMENO TRE MOTIVI PER CUI QUESTO LIBRO È UTILE

Per quale motivo abbiamo ancora bisogno di strumenti per capire come comportarci con il mondo digitale? Non solo perché le tecnologie si trasformano molto velocemente, con un alto tasso di obsolescenza; e non solo perché nel mondo digitale la componente tecnologica è ovviamente molto alta e per confrontarsi con essa servono competenze specializzate. Abbiamo bisogno di strumenti come “Musei e cultura digitale” per almeno 3 motivi.

Innanzitutto perché molti spazi culturali, e tra loro anche molti musei, stanno maturando riflessioni e azioni consequenziali sul loro ruolo sociale nei contesti di cui fanno parte, e con esse stanno attivando - ben oltre il mero accesso ai luoghi e ai contenuti, o della rassicurante interazione - forme di partecipazione e dialogo con quello che è sempre meno un monolitico concetto di pubblico (il “visitatore medio”), e che invece rappresenta sempre più una pluralità di bisogni complessi e articolati. Per dirla con la Colombo (che a sua volta la dice citando il noto museologo e pluridirettore Duncan Cameron), l’avvento del digitale ha drammaticamente dato corpo per davvero al museo forum in luogo del museo tempio.

In secondo luogo perché, come ci ricorda Pier Luigi Sacco nell’introduzione al volume, molti musei e istituti culturali stanno modificando il loro rapporto con la fisicità delle strutture, divenendo luoghi di comunicazione sociale della ricerca non necessariamente sempre in presenza nelle proprie sale, ma ampliando le proprie relazioni e finanche la propria esistenza in spazi digitali, non fisici e non sempre sincroni, spostandosi ben oltre la soglia della “promozione” o della “comunicazione”.

Infine (ma non meno importante) è utile leggere questo libero perché checché se ne dica, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, per quanto effettivamente sempre più diffuse, annoverano ancora ampie aree di esclusione tra la popolazione: ad esempio, i recenti dati ISTAT su Cittadini e ICT (2019) ci dicono drammaticamente che in Italia una famiglia su quattro non dispone di accesso ad internet, e una su 3 non dispone di tablet e PC.

Un volume come questo aiuta a farsi molte buone domande su questi tre piani, aiutando chi pone al centro della propria azione il ruolo dei musei a confrontarsi con uno specifico bagaglio denso e profondo di pensieri, competenze e pratiche già sperimentate.

UNO STRUMENTO INDISPENSABILE PER COSTRUIRE TRAIETTORIE DI LAVORO

“Musei e cultura digitale” è un solido punto di partenza, coraggioso (per dirla sempre con Sacco) perché supera (come già aveva fatto il libro “Musei e media digitali” di Nicolette Mandarano) la disputa tra apocalittici e integrati, tra tecnofobi e tecnofili, ponendo invece la lente di osservazione sul cambiamento che via via si sta inevitabilmente verificando nelle pratiche e nelle relazioni tra musei e digitale e quindi tra musei e collezioni, tra musei e professioni e tra musei e pubblici. Una lente che parte dal definire il campo di gioco (grazie ad un approccio tassonomico) e dall'individuare alcune questioni emergenti (i sette capitoli), provando quindi a congegnare un sestante per la loro lettura grazie ad un filo sapientemente tessuto dall’intreccio della letteratura scientifica dell’ultimo decennio e le pratiche (e le voci intervistate) di chi si è messo alla prova: decisori, operatori, osservatori.

Non è un libro che entra nel merito tecnico-specialistico, lo dice a chiare lettere Maria Elena Colombo. È piuttosto «un breviario collettivo di idee che consenta la formazione, la circolazione e la messa in opera di letture critiche e di esperienze». Un volume che pone i lettori, mediante un approccio metodologico e storico-critico, «di fronte a domande culturali, filosofiche, antropologiche, etiche, sociali e politiche correlate alla dimensione del tempo e dello spazio, alla larghezza e al senso del fare cultura, dei processi vari e profondi di smaterializzazione e disintermediazione che hanno riguardato tanta parte dei nostri orizzonti quotidiani». E che si interroga infine sulla formazione dei professionisti museali, fornendo alcune piste transdisciplinari utili anche in questa direzione.

SETTE QUESTIONI CRUCIALI

La struttura dei capitoli del libro ci permette di dare uno sguardo immediato sulle sette questioni (più una) che Maria Elena Colombo si è posta. La prima è - come si diceva - tassonomica ed epistemologica: di cosa parliamo quando diciamo “musei e digitale”? Nel primo capitolo viene infatti tracciato il perimetro dentro cui la Colombo pone il volume, rinunciando esplicitamente a segmenti di approfondimento tecnico-specialistici.

La seconda questione si domanda e affronta l’eventuale gap nostrano, grazie ad un intenso confronto internazionale e a buone pratiche presenti in Italia. Alle debolezze nel rapporto tra istituzioni culturali e social network è dedicato il terzo capitolo, mentre a luci e ombre delle collezioni on-line viene dedicato il quarto.

La quinta questione si interroga sul modo in cui i musei realizzano pratiche partecipative, digitali e non, e la rilevanza delle ricadute di queste pratiche sul modo di allestire e comunicare il museo. Qui mi preme un approfondimento: Maria Elena Colombo ci ricorda che una primordiale autonoma partecipazione per visitatori (e non) è stata certamente fornita dalla diffusione dei social network, con cui è stata consentita la possibilità di esprimersi liberamente sulle attività e perfino sull’identità del museo, senza però che questo obbligasse l’istituzione a valutarne necessariamente le ricadute o l’incisività sulla propria traiettoria di gestione. Il quinto capitolo si concentra quindi su forme altre di engagement, ovvero piuttosto sulla “partecipazione evoluta e dotata di reciprocità”, quella che porta «la voce dei pubblici a forgiare il museo, a indirizzare il suo operato, a determinare la sua immagine, a condizionare il suo modo di allestire, il suo modo di parlare e di rappresentarsi»: c’è una bella differenza, ed era il caso di evidenziarla. I casi a supporto della riflessione sono quelli del Brooklyn Museum, o del questionario condiviso dal Museo Egizio di Torino sul tema dell’esposizione di resti umani, e ancora il caso di “Palazzo Grassi Teens” unico nel quale - ci ricorda la Colombo - è stato applicato (e condiviso) con esemplare lucidità lo schema del Digital Engagement Framework (studiato da Jasper Visser e Jim Richardson e disponibile in rete).

Questo caso ci porta alla sesta questione, ovvero la relazione fra digitale, musei e bambini/ragazzi, che ha acceso apocalittici stereotipi: come dimenticare la gettonatissima notizia nata dalla fotografia del gruppo di adolescenti al Rijksmuseum di Amsterdam muniti di dispositivi mobili davanti al “The Night Watch” di Rembrandt, richiamata da Sacco nell’introduzione? Nel volume la questione di tale relazione viene affrontata mediante la griglia di domande “come e quanto?”, “cosa?” e “perché?”, organizzando i pensieri, le voci e i casi ospitati secondo questo schema che aiuta a mettere ordine nella riflessione. Infine la settima questione e il relativo capitolo, affrontano il tema della misurabilità delle azioni digitali dei musei, invero centrale nel dibattito tra specialisti, che però spesso ha deragliato sui binari morti delle aspettative a tratti mal poste o addirittura che hanno prodotto risultati negativi.

LE VOCI AUTOREVOLI DI OPERATORI E DECISORI

Le interviste, che corredano l’impegnativa mole di rimandi scientifici e di casi significativi, danno voce a professionisti del calibro di Nancy Proctor, fondatrice della MuseWeb Foundation, e direttrice del Peale Center di Baltimora; Silvio Salvo, social media manager e ufficio stampa della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo; Patricia Buffa, Head of Digital Communications, Fondation Louis Vuitton, Parigi; Chiara Bernasconi, Assistant Director in Digital Media al MoMA, New York City; Merete Sanderhoff, curator and senior advisor per lo sviluppo digitale dello Staten Museum for Kunst di Copenhagen; Linda Volkers, Responsible for International and Digital Marketing for the Rijksmuseum, Amsterdam; Luisella Mazza, Head of Operations, Google Cultural Institute; Darren Milligan, Director dello Smithsonian Learning Lab e Senior Digital Strategist per lo Smithsonian Institution’s Center for Learning and Digital Access, Washington; Sebastian Chan, Chief Experience Officer presso l’Australia Centerforthe Moving Image; Nicolette Mandarano, Digital Media Curator alle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma Palazzo Barberini e Galleria Corsini; Neal Stimler, Arts Consultant, Humanities Entrepreneur, Scholar; Michael Peter Edson, co-fondatore del Museo per le Nazioni Unite - UN Live, nuova istituzione con sede a Copenaghen, in Danimarca e in tutto il mondo; Paolo Cavallotti, responsabile della team dedicato al digitale presso il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo Da Vinci” a Milano; Paola Matossi L’Orsa, Direttrice Comunicazione e Marketing, Museo Egizio, Torino e infine a Kati Price, Head of Digital Media, Victoria & Albert Museum, Londra.

UN P.S. SU MUSEI E DIGITALE AL TEMPO DI COVID-19

C’è infine un Post Scriptum, intitolato “I musei e la dimensione digitale in Italia al tempo del Coronavirus”, inserito - come si diceva in premessa - quando il libro era praticamente in stampa. La Colombo ci dice che, se da un lato è vero che alla chiusura per lockdown la presunta contrapposizione on-line/fisico si è dimostrata irrilevante, facendoci assistere alla reazione digitale di un unico ecosistema istituzionale che ha assicurato continuità di servizio e relazionale, dall’altra la situazione ha dimostrato la potente necessità di competenze, risorse, infrastrutture adeguate, svelata da evidenti fatiche e non rare improvvisazioni.

Una inedita situazione che gioco forza riporta anche all’assai dibattuto tema della sostenibilità (e alla fragilità) di quelle istituzioni museali (e imprese culturali) che dal pubblico traevano buona parte delle risorse necessarie al regolare svolgimento delle attività di ricerca, tutela e fruizione pubblica. E che ora dovranno riorganizzarsi partendo soprattutto dai vecchi ma anche nuovi bisogni, dai sogni e dagli incubi di quelle persone là fuori che costituiscono pubblici forti, occasionali e più spesso i non-pubblici dei musei. Se il mondo della cultura (e della politica) non saprà comprendere i nuovi comportamenti della “domanda”, non basterà certamente il pensiero magico del ricorso al digitale per garantire la sopravvivenza di quella relazione essenziale con i propri pubblici, ma non per questo meno delicata e fragile anch’essa.

PER CONCLUDERE: NON “COME” MA “PER CHI”

La lettura di “Musei e cultura digitale” ci porta quindi a riflettere sul fatto che il punto focale non sia tanto (o solo) “come” digitalizzare, tema che sembra essere il centro mainstream di molti dibattiti nel ciclone da Covid-19, ma perché farlo, e quindi per chi. 

Questa domanda sembra spesso scomparire dal radar del rianimato tam tam così assordante sull’ineluttabilità del digitale, un rumore che dal fondo in cui era collocato prima della chiusura fisica dei musei, in pochi giorni ha conquistato un rinnovato protagonismo, sovrastante e non di meno dominante tanto negli articoli e negli appelli che nelle video conferenze. La lettura di un volume concepito e poi nato in tempi non sospetti, come frutto di una lenta (ma non tardiva) maturazione analitica e scrupolosamente scientifica, può aiutarci a governare quel rumore, a comprenderne le legittime origini, incanalandolo però su piste di lavoro rigorose, fondate, verificate dalla dialettica tra elaborazione teorica e prassi rilevante. Una capitalizzazione del lavoro di Maria Elena Colombo (e di tutte le voci da lei raccolte e sapientemente amalgamate) che ci può aiutare a trasformare l’ennesimo argomento all’ultimo grido in uno strumento davvero al servizio delle istituzioni museali (e culturali in genere).  

Perché vanno tenuti sempre in conto realtà inconfutabili che Covid-19 non ha migliorato, e che semmai l’emergenza sanitaria contribuirà ad acuire: ovvero (lo ripetiamo a scanso di equivoci) che in Italia una famiglia su quattro non dispone di accesso ad internet, e una su 3 non dispone di tablet e PC. E, per inspessire il ricordo, che solo tre italiani su dieci sono “partecipanti culturali forti” (fruizione dei musei inclusa, dati ISTAT 2019), mentre un minore su due non frequenta i musei (Save The Children 2018 e ISTAT 2019). In definitiva, la partecipazione museale, intesa tra l’altro prevalentemente come l’accesso ai luoghi senza che questo comporti informazioni sulla qualità dell’esperienza o sul grado di relazione con l’istituzione, ha un suo contraltare di esclusione culturale tutt’altro che irrilevante, che incredibilmente non assume alcuna centralità nella maggior parte del recente dibattito (con alcune eccezioni significative, a dire il vero).

Gli esempi di audience development (ed empowerment, sempre per citare Sacco) a base digitale ci sono, e il libro ce li consegna ordinati e leggibili nella loro efficace esperienza. Si pensi al progetto Be Here, collegato al programma Museum on Main Street, iniziativa lungimirante dello Smithsonian, un metodo per dar vita a mostre destinate a piccoli paesi degli Stati Uniti, legate alle collezioni dello Smithsonian. La mostra arriva in quelle che qui chiameremmo “aree interne” non ancora completata;  la comunità co-crea il risultato finale, aggiungendo i propri contenuti e significati, attraverso la geolocalizzazione di storie, immagini, oggetti.

Oppure il già richiamato caso esemplare di Palazzo Grassi Teens (anche per la metodologia applicata), il sito web di arte contemporanea costruito da adolescenti e rivolto ai propri coetanei, in cui è proprio questa categoria anagrafica a discutere d’arte con i propri linguaggi e con i propri strumenti. Un caso capace di dimostrare che l’ampio disinteresse dei ragazzi verso i musei è per lo più generato dal significativo disinteresse dei musei verso i bisogni dei ragazzi.

E infine, ma solo ai fini di riepilogo, l’esperienza di “I went to MoMA and…” ideata dal Museum of Modern Art di New York, che passa dalla raccolta fisica di commenti sull’esperienza alla loro pubblicazione on-line, fino al loro utilizzo per la propria campagna di advertising. Il museo usa il punto di vista del pubblico per rappresentarsi: siamo ben oltre il marketing creativo, verso una forma di crowd communication. 

Come non riflettere sul fatto che l’interazione con il mondo là fuori è possibile, anche se faticosa? Che si può interagire con sogni e bisogni, incubi e dinamiche anche di chi non è facilmente attivabile con i propri mezzi (analogici o digitali che siano), avvicinandosi e arricchendo il senso d’essere dei musei?

Non è insomma tanto (o solo) il momento per migliorare le nostre performances digitali, le nostre tecnologie, o le nostre competenze tecniche. Per i musei e le istituzioni culturali è il momento per migliorare la missione, definendo e ridefinendo il senso di interesse generale per cui si è intrapreso questo lavoro. Questo volume aiuta tanto a lavorare in tale direzione.

 

Musei e cultura digitale. Fra narrativa, pratiche e testimonianze Di Maria Elena Colombo - 2020, Editrice Bibliografica, Milano ISBN 9788893571456

 

Maria Elena Colombo si è laureata in Conservazione dei Beni Culturali e ha conseguito un Master in Museologia, museografia e gestione dei beni culturali. Si è occupata per un decennio di comunicazione in contesti digitali; è stata redattrice del progetto “Un museo al mese” collaborazione fra la testata “Focus Junior” e il MiBACT.

Ha lavorato come Digital Media Curator e ufficio stampa per il Museo Diocesano di Milano dal 2011 al 2015 e ha collaborato con la casa museo Bagatti Valsecchi. Insegna Multimedialità per i beni culturali presso l’Accademia di Brera, al Master in Museologia, museografia e gestione culturale e alla Scuola di Specializzazione in Archeologia presso l’Università Cattolica di Milano sul tema museologia e comunicazione, con focus sul digitale.

ABSTRACT

Maria Elena Colombo is the author of a book called "Museums and digital culture". In this book she brings together research, reflections and experiences to ask questions and propose answers on the relationship between museums and digital culture, highlighting strengths and weaknesses. Taxonomies, gaps in Italian museums, digitization of artistic collections, participation of audiences, educational practices and measurability of digital practices are the central themes of the book. The book contains references to the scientific literature of the past ten years, case studies and interviews with museum operators and decision-makers.

 

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