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Che l’uomo sia ontologicamente un viandante è scolpito nelle premesse del “Libro bianco degli Itinerari”: per quattro milioni di anni, l’uomo ha concentrato ogni sforzo evolutivo sui piedi, prima di concentrarsi per un milione di anni sullo sviluppo del cervello e quindi di giungere all’esigenza preistorica di disegnare l’ambiente circostante come appariva da una posizione elevata, incisa nelle pitture rupestri. È però soltanto in questa epoca – e precisamente dalla vigilia di Natale del 1968 – che la Terra è potuta apparire per come è davvero, quando i tre astronauti dell’Apollo 8 hanno orbitato intorno alla Luna, consentendo di vedere l’intero pianeta con un unico sguardo, offrendo a noi tutti la definitiva consapevolezza della finitezza e della limitatezza dei suoi orizzonti.

In questo piccolo mondo, sospeso nello spazio infinito, le esigenze di mobilità hanno continuato a crescere. Tanto nella dimensione internazionale, per la quale – fino a qualche settimana fa – l’Organizzazione mondiale del turismo presso le Nazioni Unite (UNWTO) prevedeva che il numero di arrivi avrebbe continuato a crescere fino a raggiungere quota 1,8 miliardi entro il 2030, quanto nella sfera locale, soprattutto considerando che quasi tre quarti della popolazione europea vive in aree urbane.

Anche le città italiane sono sempre più divise tra piccole, in continuo spopolamento verso una progressiva desertificazione di ampie zone del Paese, e grandi che invece sono chiamate a far fronte a un numero crescente di sfide nel proprio percorso verso un futuro più sostenibile e inclusivo.

LE DIMENSIONI “PERVERSE” DELLA MOBILITÀ PRIMA DEL COVID-19

L’emergenza sanitaria pandemica ha sconvolto in pochi giorni l’intero scenario. E l’attuale sensazione di apparente sospensione della realtà, di isolamento sociale e di profonda incertezza sembra mettere in secondo piano le criticità che dettavano l’agenda delle politiche planetarie: la congestione urbana e i fenomeni di overtourism costituivano un pericolo concreto per la convivenza civile e per la qualità della vita, con avvisaglie di dimensione tale che nessuna classe dirigente consapevole poteva più permettersi di ignorare.

Si pensi soltanto a tre fattori:

SICUREZZA: dai dati diffusi da Istat e Aci, risultano 82.048 incidenti stradali, ovvero 453 al giorno, 19 ogni ora, con 1.505 morti (8 al giorno, 1 ogni 3 ore) e 113.765 feriti (628 al giorno, 26 ogni ora). Tra le tendenze recenti, è da notare la peculiare esposizione degli “utenti vulnerabili” (pedoni e ciclisti) che, insieme ai giovani su due ruote e agli anziani, sono sempre più coinvolti negli scontri sulle strade delle città. Un andamento preoccupante, che ci allontana dall’obiettivo europeo di riduzione del 50% delle vittime della strada entro il 2020.

INQUINAMENTO: i miglioramenti tecnologici apportati ai motori negli ultimi anni hanno determinato un significativo salto di efficienza del trasporto stradale, con una importante diminuzione delle emissioni medie per km percorso dei veicoli nuovi: tra il 1990 e il 2015 le emissioni di ossidi di azoto sono diminuite del 53,1% e quelle di particolato primario, PM2.5, sono diminuite del 59,9%. Tuttavia, la presenza sempre maggiore di veicoli in ambito urbano e l’aumento dei chilometri percorsi, in molte zone abitate la qualità dell’aria stenta a rientrare nei valori/limite stabiliti a garanzia della salute.

CLIMA: le grandi aree urbane sono protagoniste in negativo anche delle emissioni climalteranti. In termini di riduzione dei gas ad effetto serra e dei consumi energetici siamo molto lontani dai target fissati dall’Accordo sul Clima di Parigi 2015, che hanno richiamato i vari attori – istituzionali e industriali – ad uno sforzo supplementare per accelerare il passaggio verso tecnologie e sistemi di trasporto sospinti da energie alternative al petrolio o comunque rinnovabili.

Il più recente dei documenti strategici emanati dalla Commissione europea, l’11 marzo 2020, è il “Piano di azione per l’economia circolare”, uno dei principali elementi del Green Deal europeo che mira a rendere l’economia del presente più adatta a un futuro verde, rafforzando la competitività nel rispetto dell'ambiente e dei diritti dei consumatori. L’interrogativo è: l’emergenza sanitaria, con la conseguente congiuntura economica nelle dimensioni che si paventano, sarà un acceleratore delle politiche per la sostenibilità? Oppure una sorta di alibi per rimandare problemi che non appaiono più in primo piano nell’agenda collettiva?

OSSERVIAMO IL PRESENTE PER IMMAGINARE IL FUTURO POST LOCKDOWN

A Venezia, senza traffico e senza turismo, la laguna torna pulita e si vedono i pesci. A Roma, in quella che era l'affollatissima Piazza di Spagna (dove solo alcuni mesi fa è entrato in vigore il divieto di stazionare e sedersi) sono tornate le anatre. Nei porti, persino in quelli industriali, è già possibile avvistare i delfini. Lo smart working in pochi giorni ha fatto comprendere concretamente che perdere centinaia di ore ogni anno nel traffico equivale a sottrarre tempo alla famiglia e ad altre attività di crescita personale, svago e ricreazione. Insomma: la forte e improvvisa diminuzione della pressione antropica ha avuto effetti immediati, dimostrando in modo lampante che un altro modello di convivenza con il pianeta è possibile.

La lotta alla pandemia, inoltre, sta rendendo evidente la fragilità dei confini, dei muri e delle barriere: la diffusione di un virus in una singola località diventa una minaccia per il mondo intero. Solo una maggiore condivisione delle strategie di mobilità su scala globale – oltre gli ovvi investimenti in ricerca sanitaria – potrà aiutare i singoli Paesi a far fronte alle emergenze che in futuro richiedessero altre misure di isolamento sociale.

LA MOBILITÀ DOLCE, ATTIVA E SOSTENIBILE

Vi è dunque un piano ambientale, politico, culturale, sociale ed economico che va prendendo forma. Si chiama “soft mobility” (mobilità dolce, attiva e sostenibile), che disegna un ritorno ad una “normalità” che non potrà più essere quella che abbiamo vissuto, se intendiamo operare nel verso di evitare di ricadere nelle dinamiche produttiviste e consumistiche del passato. È necessario un patto tra tutti i Paesi del mondo – tra Nord e Sud, tra Oriente e Occidente – che induca ad un nuovo rapporto tra terra, cibo, ambiente e clima, basato su un’etica finalmente condivisa che pervada anche i settori dell'industria, del lavoro e della mobilità delle persone e delle merci. Occorre trovare, oggi per domani, nuove formule e nuove traiettorie per non infilarci tutti nuovamente dentro i livelli di inquinamento precedenti, primi responsabili della debolezza delle difese immunitarie e possibili acceleratori di nuove pandemie.

Le cose non torneranno alla normalità tra qualche settimana, né tra qualche mese, perché la “normalità” dovrà trovare il tempo di maturare nuovi punti di equilibrio e nuovi compromessi. Però dobbiamo necessariamente iniziare ad accettare che alcune situazioni e alcune esperienze non potranno essere vissute mai più. In questa direzione, l’analisi del MIT Technology Review, il magazine della prestigiosa università americana, va anche oltre: “Per fermare i contagi pandemici dovremo cambiare radicalmente quasi tutto quello che facciamo: come lavoriamo, facciamo esercizio fisico, socializziamo, facciamo shopping, gestiamo la nostra salute, educhiamo i nostri figli e ci prendiamo cura dei nostri familiari”.

Da questo punto di vista, viaggiare con mezzi più lenti ma meno impattanti sull’ambiente comporta una serie di vantaggi non soltanto in ordine alla sostenibilità dei trasporti, ma anche alla qualità della vita, all’innovazione sociale, alle connessioni territoriali ed ai modelli di sviluppo. In fondo, chi viaggia a piedi, in bicicletta e con altre modalità naturali o elettriche conosce già benissimo questa dimensione del tempo e dello spazio, apparsa fino a ieri come “alternativa debole” al turismo di massa ma che oggi si presenta come un’opportunità per recuperare una relazione positiva con i luoghi e con le persone, al riparo dalle paure e dagli egoismi, dalla fretta e dal consumismo che ha pervaso in passato anche le dimensioni più intime del viaggio.

LA MICROMOBILITÀ E GLI ALTRI SCENARI DA NON PERDERE DI VISTA IN QUESTO PERIODO, PER RIAVVIARE IL PAESE DOPO L’EMERGENZA SANITARIA

Nel nostro Paese, analizzando i dati registrati fino a ieri circa i livelli di inquinamento delle aree più densamente abitate, non possiamo nasconderci che i provvedimenti adottati dai vari piani e accordi territoriali per la qualità dell’aria siano sostanzialmente inefficaci perché presi con forte ritardo, poco controllati nell’applicazione e limitati ai mesi invernali. È mancata una programmazione che ci sottraesse a logiche riparatorie o emergenziali. Inoltre, se è vero che in Italia la conformazione dei borghi e dei centri storici secolari è di grande bellezza e di fascino insostituibile, è pur vero che vicoli e stradine non sono adatte alle richieste della mobilità frenetica e compulsiva imposta dalle logiche della produttività che abbiamo conosciuto. Per questi motivi anche qui, soprattutto qui, occorre lanciare con forza una nuova stagione di trasporto pubblico, ma anche incentivare l'innovazione della “micromobilità”: il nostro Paese è già leader nella produzione di biciclette e tutto fa pensare che possiamo eccellere anche in nuove forme di mobilità agili, creative, innovative, efficienti, salutari, condivise... che occupino poco spazio e agevolino l’intermodalità, così da diventare anche ottime opportunità per i territori in termini di connessioni, di turismo e di offerta innovativa per la fruizione del patrimonio storico, culturale, artistico ed enogastronomico, così da tornare al più presto competitivi e attraenti nei mercati di tutto il mondo.

È necessario tracciare la rotta per una svolta, capace di essere etica e sostenibile ma anche conveniente. Ancora non sappiamo se “andrà tutto bene”, ma sappiamo per certo che questi mesi sono decisivi per disegnare traiettorie nuove. La domanda è: se non ora, quando?

Bibliografia

Simone Bozzato, Federico Massimo Ceschin e Gaia Ferrara, Del viaggio lento e della mobilità sostenibile: il “libro bianco” degli itinerari, ExOrma Editore, 2017

Federico Massimo Ceschin è direttore del Corso “Turismo lento e sostenibile” presso l’Istituto Superiore per l’Industria del Turismo di Regione Puglia e docente del Master in “Reportage di viaggio” presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. Si occupa di sviluppo sostenibile, progetti di eccellenza turistica e valorizzazione dei patrimoni ambientali e culturali. È presidente di SIMTUR, Società italiana professionisti della mobilità dolce. Coordina il Meeting “All Routes lead to Rome”. Tra le sue pubblicazioni, “Territori strategici” (Franco Angeli 2007), “Non è petrolio” (Claudio Grenzi, 2015), “Il patrimonio culturale per tutti” (Quaderno di valorizzazione MIBACT n.4, 2018) e “Del Viaggio Lento e della Mobilità Sostenibile (ExOrma, 2018).

Abstract

Man is ontologically a rambler. Since the dawn of time, he has never lost his connotation of being an explorer. In our time, however, mobility needs have exceeded the limits of a balanced relationship with nature and the planet. Before the Covid-19 emergency, road safety, pollution and climate change were on the agenda as critical issues to be addressed. And now? What are the implications of the lockdown measures imposed by the health emergency of Covid-19? Will we be able to continue the necessary shift towards a soft mobility? Italy has the credentials to accept the challenge, but we must not waste time, this time apparently still but extremely precious.

 

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