Si discute molto, in questi giorni dilatati dalla pandemia, di carenza, nella nostra società, di capacità di immaginazione sociale.

L’immaginazione sociale non riguarda la capacità di progettare sviluppi tecnologici o di pianificare la ripartenza economica, ma è la capacità di immaginare una società diversa e, possibilmente, migliore: più equa, più inclusiva, più felice, caratterizzata da nuove forme di stare bene insieme, con noi stessi, con la comunità in cui viviamo, con il resto dell’umanità, con il pianeta.

In un recentissimo paper, Geoff Mulgan[1] illustra varie ragioni del perché oggi, più che nel passato, università, think tank e partiti politici paiono poco capaci di assolvere questo ruolo.

Da almeno vent’anni Edgar Morin ha dimostrato l’obsolescenza e l’inadeguatezza degli attuali sistemi della conoscenza e della formazione per capire e affrontare la contemporaneità e la sua imprevedibilità.

Morin invoca l’educazione a un “pensiero complesso e globale”[2] che ci porti ad abbracciare la complessità oggi frammentata e dispersa in discipline settoriali. Morin teorizza l’importanza di un insegnamento delle incertezze, a farsi domande più che a trovare risposte, a cambiare prospettiva per saper affrontare i rischi, l’inatteso e l’incerto nel corso dell’azione. Ma proprio il prepararsi alla complessità e all’imprevedibilità per Morin è intrinsecamente congiunto all’educazione alla comprensione, a tutti i livelli educativi e in tutte le età, alla reciproca comprensione tra essere umani, sia prossimi che lontani, e tra esseri umani e natura. Un’educazione alla pace, allo sviluppo umano e sostenibile, alle libertà fondamentali che non si limita a studiare nozioni di Cittadinanza e Costituzione ma affronta le radici dei razzismi, delle xenofobie, delle diseguaglianze, del cambiamento climatico, dell’impronta ecologica.

Di fronte a un’Italia che esce durissimamente battuta dalla pandemia, ormai uno dei Paesi più diseguali al mondo[3] in cui le diseguaglianze si acuiscono in tutte le dimensioni ambientali, civili, culturali, educative, economiche, sanitarie e sociali, con preoccupanti nuove tendenze all’isolamento e alla segregazione delle persone più vulnerabili[4], è allora opportuno chiedersi quale tipo di capacità di immaginazione sociale vogliamo per il nostro Paese.

L’immaginazione sociale che ci interessa non è neutra, ma orientata a configurare alternative positive di cambiamento sociale a quanto conosciuto o appreso, è la capacità di reinventarsi e reinventare, di uscire fuori dagli schemi. È la visione sistemica e rigenerativa di un luogo, una comunità, una città attraverso processi trasformativi di change-making, inteso come concetto non elitistico, ma intrinsecamente democratico, un’attitudine, un modo di essere a cui ci si può educare.

Non ci interessano eroi solitari nè startupper visionari, ma le persone che hanno saputo forgiare organizzazioni o processi partecipativi per sostenere cambiamento sociale. Neppure ci interessano i geni isolati, ma il “genio collettivo”, la creazione di ambienti di incubazione, i percorsi con cui la capacità di immaginazione sociale può essere appresa e insegnata.

Nel variegato mondo del Terzo Settore italiano abbiamo in atto realizzazioni di immaginazione sociale, in particolare a base culturale, stupefacenti. Esempi vivi di generatività sociale[5] capaci di trasformare una situazione di deprivazione, abbandono, degrado, in bellezza e cura, generando non solo economia sociale, ma anche partecipazione e allargamento di libertà civili, culturali, di cittadinanza attiva, protezione dell’ambiente, nuovi stili di vita, orizzonti di senso, bellezza: da Farm Cultural Park a Favara a ArteSella in Trentino, dalla Fondazione di comunità di Messina alla Fondazione di comunità di Mirafiori a Torino, dal gruppo cooperativo GOEL nella Locride alla Fondazione di comunità di San Gennaro nel Rione Sanità a Napoli, mobilitano nelle persone e nelle comunità energie attraverso la cultura.

Ma il male comune nel nostro Paese è la pochissima capacità di fare sistema, di diffondere ciò che funziona, di adattarlo e contestualizzarlo altrove, di accelerare processi di apprendimento e di scala e mobilizzare policy collettive e di impatto sistemico.

L’impatto sociale potenziale del servizio civile universale

Viviamo in un mondo in continuo e rapido cambiamento. Sistemi della conoscenza basati sul nozionismo, su un pensiero lineare risultano obsoleti. La complessità e la portata delle sfide glocali richiedono una moltitudine variegata di changemaker, di persone capaci di accogliere la complessità e di essere resilienti, di saper cadere e rialzarsi.

Ci si educa all’immaginazione sociale solo attraverso l’acquisizione dell’empatia, la capacità di immergersi, di cambiare prospettiva, di quella comprensione di cui parla Morin che è poi molto simile alla consapevolezza di cui parla Mulgan, di fiducia sociale.

Oggi dopo il “bagno di realtà” in cui la pandemia ci ha immerso abbiamo un’opportunità unica di cambiare la percezione di cosa è possibile, e chiedere al Governo scelte politiche coraggiose orientate a promuovere capacità di immaginazione sociale e una svolta epocale rigenerativa.

Ed è per questo che è importante ampliare e approfondire uno dei dibattiti potenzialmente più trasformativi delle ultime settimane in Italia, rilanciato da 53 accademici e intellettuali il 7 aprile su Avvenire: il servizio civile universale come una delle politiche potenzialmente a più grande impatto sociale, a fronte di scelte di spesa pubblica relativamente limitate, per l’Italia del dopo Covid-19.

Il servizio civile[6] è stato istituito come politica nazionale per i giovani del nostro Paese nel 2001 e consiste in un servizio volontario in un ente con determinate finalità di bene comune per i giovani dai 18 ai 28 anni, maschi e femmine, che intendono effettuare un percorso della durata di 8-12 mesi di formazione sociale, civica, culturale e professionale attraverso l'esperienza umana di solidarietà sociale, attività di cooperazione nazionale ed internazionale, di salvaguardia e tutela del patrimonio nazionale.

Le radici nell’obiezione di coscienza e nella sospensione della leva militare obbligatorie sono importanti, ma il valore del servizio civile come politica di formazione alla cittadinanza glocale oggi le trascende e si radica nell’Agenda 2030, nel futuro che vogliamo per il pianeta.

È l’unico vero, potente, cantiere di immaginazione sociale per i giovani del nostro paese. Eppure, è una promessa mancata: dal 2017 si chiama servizio civile universale perché sulla carta ambisce ad essere un’opportunità per chiunque tra i 18 e i 28 anni lo voglia, ma in realtà negli ultimi 10 anni questa opportunità è stata garantita a una media di nemmeno 30.000 giovani all’anno.

Il 60% dei giovani del nostro Paese non conosce questa opportunità (anche se il 90% di chi l’ha fatto lo consiglierebbe[7]) e ogni anno sono decine di migliaia i ragazzi che si sono candidati, i cui progetti sono stati approvati ma restano a casa per mancanza di fondi.

Un paese per i giovani, con i giovani. Un cambio di passo necessario nelle politiche

Un impegno serio di almeno 300 milioni di euro all’anno su un fondo triennale (che finalmente superi gli inseguimenti di rimasugli a fine finanziaria ogni anno), da parte del Governo è fondamentale ed è la prima cosa, ma non basta.

È necessario mettere in atto la visione propugnata con la legge del 2017 che ha segnato il passaggio da servizio civile nazionale a servizio civile universale, perché ci sia coerenza e adeguatezza tra quanto proclamato e le modalità implementative e gestionali. Non è più il tempo della ragioneria sociale e dei progettifici (si legga in merito l’articolo di Felice Scalvini, Presidente di Assifero https://www.cnesc.it/7-notizie/338-articolo-da-avvenire-del-29-aprile-2020.html).

La metamorfosi da servizio civile nazionale a universale è rimasta incompiuta e incatenata a strumenti obsoleti come i progetti, ma oggi è concretamente possibile vista la recentissima razionalizzazione dai 3500 enti titolari di accreditamento nel vecchio servizio civile nazionale agli attuali 338 del servizio civile universale.

A questo proposito, Assifero- Associazione italiana delle fondazioni ed enti filantropici è, dal 7 aprile 2020, ente nazionale titolare di accredito per il servizio civile universale con 94 enti di accoglienza, 129 sedi iscritte in 12 regioni Italiane. É la prima volta, nel nostro Paese, che fondazioni ed enti filantropici potranno accogliere giovani in Servizio Civile, con tutto il potenziale di crescita umana e sviluppo professionale per i giovani e di rigeneratività per la filantropia istituzionale. Assifero crede profondamente che le fondazioni e gli enti filantropici possano offrire ai giovani che partecipano al servizio civile un’opportunità unica in termini di sviluppo di competenze e capitale umano e sociale; allo stesso tempo il Servizio Civile potrà offrire alle fondazioni ed enti filantropici un grande valore aggiunto di apertura, rigenerazione costante e sviluppo delle proprie organizzazioni.

Il dipartimento ora con 338 enti titolari di accreditamento può davvero iniziare a ragionare per missioni, per obiettivi strategici e co-programmare ex art 55 del Codice del Terzo Settore con un orizzonte temporale di impatto di almeno 3 anni, non di microprogetti di 8-12 mesi.

Dobbiamo puntare a efficacia e non efficienza, a processi e non progetti, a percorsi flessibili e adattabili a diverse tipologie di giovani, a consolidare organizzazioni e competenze non a realizzare attività, a impatto sociale e non a micro-output predefiniti, a procedure semplificate, non burocratiche, basate su approcci sistemici e collaborativi, non su blame avoidance.

Mi rendo conto che è un profondo cambio di paradigma, ma non possiamo affrontare il futuro con strumenti del passato.

Una politica visionaria di servizio civile consentirebbe approcci sistemici e collaborativi che mettano al centro i giovani come protagonisti e change-maker, non come esecutori di progetti pensati da altri e, col supporto delle nuove tecnologie, potrebbe essere capaci di mettere in rete schemi di mentoring tra giovani in servizio civile e pensionati attivi, piattaforme di alumni, comunità di pratica.

Alcune fondazioni internazionali[8] stanno sperimentando percorsi innovativi di periodi annuali di servizio di giovani in organizzazioni del Terzo Settore, con la creazione di un ecosistema di supporto multistakeholder e multigenerazionale e con risultati impressionanti in termini di impatto sul contrasto alle diseguaglianze e alla disoccupazione giovanile.

In Italia un primo studio di Liliana Leone e Vincenzo De Bernardo[9] ha analizzato l’impatto del servizio civile sulla disoccupazione giovanile, con risultati molto interessanti e promettenti, e con considerazioni specifiche sul gruppo target, sugli strumenti di selezione, sul sistema di accompagnamento e supporto.

Per ora, comunque, non concentriamoci sul valore strumentale – pur molto rilevante – del servizio civile come misura di prevenzione e contrasto alla disoccupazione giovanile, rimaniamo sul suo valore intrinseco, per tutti i giovani del nostro Paese, di qualunque background e provenienza sociale, come strumento inclusivo e trasformativo di immaginazione sociale.

Tommaso Vitali parla di una radicale indifferenza del nostro Paese verso le nuove generazioni[10] e di un Paese sempre più anziano che offre davvero molto poco ai propri giovani.

Oggi è il tempo del coraggio e di chiedere al Governo di adottare politiche trasformative che possano offrire ai giovani l’opportunità di essere protagonisti nella costruzione di un mondo migliore.

Note e riferimenti bibliografici

[1] https://www.demoshelsinki.fi/en/julkaisut/the-imaginary-crisis-and-how-we-might-quicken-social-and-public-imagination/

[2] Edgar Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Raffaello Cortina Editore MINIMA, Milano, 2001.

[3] Branko Milanovic, Global inequality. A new approach for the age of globalization, 2016; Thomas Piketty, Brahmin left vs. Merchant right: rising inequality and the changing structure of political conflict, 2018; e Forum delle diseguaglianze.

[4] In particolare per quanto riguarda le nuove generazioni, IX Atlante dell’infanzia a rischio “Le periferie dei bambini”, dedicato alle periferie educative in Italia, a cura di Giulio Cederna, 2018. (Una versione multimediale e interattiva è disponibile online http://atlante.savethechildren.it).

[5] “Alleanza per la Generatività sociale” http://generativita.it/it/generativita/

[6] https://www.serviziocivile.gov.it/menu-dx/verso_scu.aspx

[7] https://www.rapportogiovani.it/8172-2/

[8] In Turchia la Fondazione Sabanci http://www.ilkfirsat/org/en, in Spagna la Fondazione Botin https://www.fundacionbotin.org

[9] Vincenzo De Bernardo e Liliana Leone, Giovani verso l’occupazione: valutazione di impatto del servizio civile nella cooperazione sociale, 2017.

[10] La cittadinanza economica e sociale dei giovani: Italia quasi fuori dall’Europa, Tom Chevalier (Kennedy Memorial Fellow, Harvard University, CES) & Tommaso Vitale(Sciences Po, CEE), 2018 https://www.glistatigenerali.com/occupazione/cittadinanza-economica-e-sociale-dei-giovani-italia-versus-europa/

Abstract

The article calls the Italian Government to invest in the youth civic service scheme 300 million euros a year for three years and, at the same time, to change the modalities completely to implement it: from 12 months projects/activities to processes and functions. It makes a case for “youth civic service” in Italy as one of the most impactful policies to invest in to invert the lack of “social imagination” that is facing Italian society. Italy has been investing very little in the last decades on policies for the youth. It is urgent to invert this trend to face the aftermath of the Covid-19 crisis. The time is now to be brave and untap the potential of young people as change-makers.

Carola Carazzone, Segretario Generale di Assifero- Associazione italiana delle fondazioni ed enti della filantropia istituzionale, membro dell’advisory board di Ariadne- European Funders for Social Change and Human Rights, del board di DAFNE- Donors and Foundations Networks in Europe e di ECFI- European Community Foundation Initiative

 

In collaborazione con

 

Articoli correlati