Nell'articolo: foto della 'Vittoria Alata', restaurata e tornata a Brescia a novembre 2019 - (c) www.bsnews.it

“Non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema”, recitava una frase apparsa a caratteri luminosi cubitali su un palazzo di Santiago del Cile durante le lunghe proteste che hanno scosso il Paese. Nella trasformazione fulminea e irreversibile che stiamo vivendo, segno di un cambiamento radicale latente da decenni, il punto ritorna. Fulvio Gianaria Presidente di OGR apre con questa affermazione una conversazione con Giulia Zonca all’avvio della fase due. La Vittoria Alata, restaurata e tornata a Brescia a novembre 2019 - (c) www.bsnews.itIl sistema culturale  “funzionava a fatica, non certo nel pieno delle possibilità (…) abbiamo puntato, non solo a Torino, sulle grandi inaugurazioni, cene con i collezionisti, vipperia assortita, effetti speciali. (…) È il momento di rafforzare i legami con la comunità (…) studiamo il modo di utilizzare la rete non solo per l’assenza dell’altro, ma come strumento che arricchisca l’esperienza senza sostituirla”. È il momento per un lavoro profondo che tenga conto di un contesto locale, nazionale, globale deprivato socialmente ed economicamente, con nuove e antiche diseguaglianze diventate più profonde. È il momento di una  Cultura che riflette sul proprio ruolo per agire con risposte all’altezza delle sfide senza abdicare ad alcun elemento costitutivo, anzi rafforzando la propria sostenibilità di senso.

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In linea con questa visione, come è stato messo in luce da Justine Simons Obe, Chair del World Cities Culture Forum, durante il webinar dell'OCSE dedicato agli impatti del Covid-19 sull'economia culturale e creativa, dalla prospettiva delle quaranta principali città del mondo questo tempo sospeso tra ciò che siamo stati e ciò che vorremmo essere come società, ha fatto emergere nove temi chiave su cui si stanno elaborando riflessioni e possibili soluzioni: 1. la raccolta di dati sull'impatto economico che la crisi sanitaria ha provocato nei diversi comparti delle industrie culturali e creative; 2. la corsa al digitale, ampiamente sperimentata in queste settimane, in termini di sfide e opportunità; 3. la necessità di includere la cultura nelle strategie per il post crisi anche a livello locale; 4. il rapporto tra cultura e salute mentale (incluso il pieno riconoscimento del valore della cultura dal punto di vista sanitario); 5. la fragilità del lavoro culturale e di quanti operano all'interno di tale settore; 6. la possibilità di riposizionare la cultura nel dibattito pubblico, quale ambito che può accelerare il processo di ripresa; 7. il problema del come conciliare le riapertura con il distanziamento sociale nei luoghi della cultura e negli eventi culturali; 8. la fiducia e i cambiamenti comportamentali, connessi al come si sentono le persone e se avranno voglia di tornare a frequentare gli spazi culturali nel breve e medio periodo; 9. l'equità e l'inclusione, in quanto sarà necessario lavorare ancora più duramente per cercare di coinvolgere quelle categorie sociali che sono state tradizionalmente escluse o marginalizzate e per evitare di rafforzare le disuguaglianze esistenti.

Un sentire collettivo e condiviso che chiama in causa il disegno di un futuro partecipato come recita il titolo di un ciclo di incontri che Compagnia di San Paolo sta portando avanti con alcuni dei protagonisti del fervente dibattito in atto in questo momento di incertezza. Partendo da questa “terra di mezzo” di riconquista di una socialità piena e ricca, con i “cittadini che nelle strategie di adattamento sono la soluzione, non il problema”. Come sottolinea Cristina Tajani “Il protagonismo delle comunità è l’antidoto a paternalismo e dirigismo”. Quali relazioni, connessioni? Quali nuove responsabilità? Come reinventare il nostro rapporto con il territorio e le comunità? ”Replicare l’ordinario, la strada che conosciamo, è perdente. Non possiamo più giocare sui grandi numeri. La quantità è un dato scaduto. Puntiamo allo straordinario (…) alla formazione – voce sempre ancillare rispetto alla curatela. Riformiamo il sistema”. Quella di Gianaria non è una provocazione. Converge con le molte autorevoli voci che si sono levate nella fervente, ricca stagione di attivazione di pensiero e di proposte concrete, alla quale risponde un numero di lettori in rapida crescita sui canali online. Vanno in questa direzione le voci storiche del teatro, come Gabriele Vacis che guardando a un lungo periodo di contenimento, alla trasformazione del turismo e alla centralità del pubblico di prossimità. “Apriamo veramente i teatri e non solo per gli spettacoli, tutto il giorno, tutti i giorni. Un’estensione del tempo che ampli il pubblico. Con una organizzazione che tragga valore dall’esperienza nell’uso della rete della clausura, coinvolgendo le imprese, gli enti locali, l’Università, che potranno fornire algoritmi di gestione e movimentazione (…) È l’occasione buona per fare il salto, per realizzare il sogno del Living Theatre e di Grotowski, di Copeau e Paolo Grassi che volevano il teatro come servizio sociale, come la metropolitana e l’acqua potabile. Portiamo in scena tutto: le prove, le letture dei testi, l’allenamento degli attori, l’allestimento delle luci e dei suoni. Nel lavoro quotidiano della scuola per attori del Teatro Stabile di Torino, nel training, nelle lezioni dei maestri c’è tensione, c’è cultura, c’è scoperta comune, c’è tanta bellezza. (…) Il teatro, più che creazione di forme è creazione di relazioni tra le persone. Prendiamo tutto il coraggio che abbiamo accumulato in questo isolamento (…) per una rivoluzione che richiede una grande collaborazione (…) un ampliamento delle competenze dall’arte alla pedagogia, alla cura della persona. (…) Rinunciare a un po’ di vanità in favore della comprensione. Cogliamo l’occasione per trasformare finalmente i teatri da luoghi esclusivi in spazi d’inclusione. Cogliamo l’occasione per dare un futuro a questo straordinario patrimonio che sono i nostri teatri” e, per estensione, l'intero ecosistema culturale.

Visioni che risuonano in molti dei contributi di questo numero, che traggono nutrimento dai percorsi di innovazione sociale a base culturale fioriti in questi anni, e che hanno anche a che fare con la capacità di mettere in dialogo tra loro discipline, professioni e competenze diverse per una reale co-progettazione (Alessandra Rossi Ghiglione) nonché per un rinnovamento radicale delle stesse politiche culturali per lo sviluppo locale (Giorgia Boldrini).

Dagli esempi virtuosi sviluppati durante l'emergenza sanitaria arrivano segnali forti di innovazioni radicali possibili dal settore culturale, seppur stremato dalla crisi (Vittoria Azzarita), dai “territori al margine” (Antonio De Rossi e Laura Mascino), dalle istituzioni culturali come musei (Mattia Agnetti), biblioteche (Antonella Agnoli, Cecilia Cognini) e teatri (Gabriele Montanaro), da interi piani territoriali ispirati alla Convenzione di Faro, da musei a governance partecipata come quello di Sciacca (Emilio Casalini), con il loro contributo a un welfare di comunità. Molte le domande aperte. L’accelerazione dell’offerta culturale digitale durante il lockdown (Ciccio Mannino, Claudio Calveri) ha palesato anche ai più scettici la potenza degli strumenti tecnologici per le relazioni con i pubblici e le comunità, ma come afferma il prof. Pier Luigi Sacco, le istituzioni culturali “non esistono ancora nel digitale” sotto il profilo strategico e le diseguaglianze infrastrutturali rimangono importanti come il divide tra i pubblici. Quale lezione abbiamo appreso? Come poter fare il salto di qualità? Unendo digitale a pratiche partecipative che, seppur non prive di contraddizioni (Giuliana Ciancio), potranno fare la differenza nella ri-costruzione di un tessuto sociale la cui “tenuta” in termini di coesione è a rischio.

Ci sono molti buoni semi da cui ri-partire, in primis la voglia di sviluppare nuovi stili di vita come mostra la “mobilità dolce” di cui ci parla Federico Massimo Ceschin e di riconquista della salute fisica e mentale  che passa necessariamente attraverso la cultura, profondamente connessa allo sviluppo umano. Ma il percorso non è lineare. “La narrazione che Covid-19 ci ha portato legittima un’idea di salute solo sanitaria, in cui la cultura della relazione e della partecipazione sono inessenziali e in cui il ruolo della cultura si ferma a quello di offrire un altro contenuto alla fruizione consumistica che intrattiene, ma non cura. Sappiamo che non è così, che la salute è una dimensione biopsicosociale e che la cultura cura e fa salute quando diventa partecipazione e co-creazione. Per ripartire dobbiamo ritrovare nel distanziamento fisico la possibilità di inventare vicinanze sociali e produrre significati culturali condivisi che alimentino l’immaginazione e la resilienza e che consentano di dar voce a narrazioni sociali altre, diverse da quelle prevalenti. Stiamo scoprendo, ce lo dicono gli esperti, che in corso nella popolazione c’è un trauma collettivo. Si parla di danni al benessere mentale, si attivano gli psicologi per un supporto individuale. Eppure nessuna civiltà elabora i propri lutti se non attraverso azioni rituali e culturali che consentono alla collettività di fare memoria delle perdite e trarre un significato condiviso per costruire futuro. [...] Abbiamo bisogno di riti, feste, opere comunitarie che non ignorino la dimensione della vulnerabilità umana ma che la propongano come spazio di crescita universale e di produzione di valore” (Alessandra Rossi Ghiglione).

Abbiamo necessità di mettere a sistema tutte queste energie di pensiero e azione per abitare la complessità. Di un grande cantiere di immaginazione sociale del quale ci parla Carola Carazzone, superando ogni retorica, richiedendo policy coraggiose rivolte ai giovani, i veri proprietari del futuro.

Catterina Seia e Valentina Montalto

 

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