Redini d’argento lavorate alla tartaresca, sete di ogni colore del Catai, una tavola d’oro grande del Comandamento, un sacchetto di aloe, un sacco di rabarbaro, ambra, muschio, un sacchetto di pelo della bestia oggi noto come cachemire, una pelliccia bianca e pelosa: questi sono i beni ricevuti in eredità dal padre e reclamati dalla figlia di Marco Polo, Fantina, davanti al tribunale di Venezia alla morte di suo marito Marco Bragadin, che li aveva affidati alla sua famiglia e in subordine al Procuratore di San Marco.

Questa la storia raccontata oggi dal documento conservato nel fondo della Procuratoria di San Marco presso l’Archivio di Stato di Venezia e illustrato dall’archivista Alessandra Schiavon nel video pubblicato sul canale YouTube del MiBACT.

Una vicenda patrimoniale che parte dal testamento di Marco Polo, redatto l’8 gennaio 1824, e si conclude con la sentenza del tribunale emessa nel 1366 che reintegra i beni nel possesso di Fantina, condannando il Procuratore di San Marco, seconda carica di Stato dopo il Doge, a restituire alla donna anche i frutti di questo capitale a lungo investito dal marito deceduto. Una sentenza eseguita, come testimoniano i tre tagli a spina di pesce applicati alla parte inferiore della pergamena, che racconta la giustizia resa a una donna nella Repubblica di Venezia nel XIV secolo.

Con questa iniziativa il Mibact, attraverso un impegno corale di tutti i propri istituti, mostra così non solo ciò che è abitualmente accessibile al pubblico, ma anche il dietro le quinte dei beni culturali con le numerose professionalità che si occupano di conservazione, tutela, valorizzazione. Attraverso il sito e i propri profili social facebook, instagram e twitter il Ministero rilancia le numerose iniziative digitali in atto.
Sulla pagina La cultura non si ferma, in continuo aggiornamento, sono inoltre già presenti diversi contributi dei luoghi della cultura statali.

 

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