Dal 25 maggio al 14 giugno 2020 si terrà a Stoccolma la mostra  “Language is a virus”, realizzata dall’Istituto italiano di Cultura. La mostra avrà luogo sui cartelloni pubblicitari delle strade di Stoccolma e vedrà coinvolte cinque artiste italiane – Francesca Grilli, Loredana Longo, Marzia Migliora, Rosy Rox e Marinella Senatore.

Language is a virus a cura di Adriana Rispoli è una mostra en plein air commissionata dall’Istituto nei giorni dell’emergenza Corona virus. Al blocco delle attività imposto per scongiurare la diffusione del contagio, l’arte risponde proseguendo il suo dialogo ininterrotto con la vita, sperimentando nuovi formati espressivi.

"Il nostro obiettivo è comunicare apertamente con gli abitanti di Stoccolma", afferma la Direttrice dell'Istituto Italiano di Cultura Maria Sica, "ma anche raggiungere un pubblico nuovo e rinnovare un dialogo tra arte e spazio urbano. Soprattutto, sembra importante dimostrare che in questo momento l'arte non è un mezzo espressivo elitario. Forse, questa crisi può mostrarci nuovi schemi per reinventare le dinamiche tradizionali delle relazioni tra arte e pubblico. Troviamo questo esercizio molto stimolante, poiché si relaziona con una città in cui l'arte nutre gli spazi pubblici da molto tempo”.

Servendosi della tecnica dei manifesti pubblicitari, Language is a virus usa come spazio espositivo le strade di Stoccolma, dove, sebbene non ci siano state restrizioni alla libera circolazione, sono stati chiusi al pubblico i luoghi della cultura quali musei, gallerie, teatri. In questa fase di forzato confinamento, il tessuto urbano si offre come spazio di comunicazione a cinque artiste italiane: Francesca Grilli, Loredana Longo, Marzia Migliora, Rosy Rox e Marinella Senatore.

LANGUAGE IS A VIRUS riprende il titolo dell’omonima canzone di Laurie Anderson, che in questo brano-performance del 1986 fa proprie le parole di William Burroughs: “il virus più pericoloso era il linguaggio”. La “mostra” vuole dunque sottolineare da un lato il potere liberatorio del linguaggio, sia esso verbale o visivo, e dall’altro la sua capacità potenzialmente sovversiva. Appropriandosi dei poster pubblicitari, la mostra fuoriesce dalle pareti del “white cube”, ovvero dai luoghi d'élite assegnati all'arte, gli spazi museali, e raggiunge lo spazio pubblico, con lo scopo di mantenere viva la relazione necessaria che l'arte ha con lo spettatore e stimolare una riflessione critica sul difficile momento che stiamo vivendo.

 

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