I tre mesi di lockdown che si sono abbattuti su di un comparto già strutturalmente frammentato come quello culturale ne hanno fatto emergere l’economia debole e in condizioni critiche, con un'occupazione sofferente per una precarietà diffusa. È una tempesta perfetta, che il mondo degli operatori culturali guarda con preoccupazione e angoscia, che scuote profondamente le capacità di resistenza di istituzioni, imprese e singoli professionisti.

La barca di Fondazione Fitzcarraldo - centro indipendente che svolge attività di progettazione e ricerca sul management, l'economia e le politiche della cultura - è nel mezzo del Maelström, insieme a tutti gli operatori della cultura, a interrogarsi su come uscire dall’occhio del ciclone, a come ripensare radicalmente la propria strategia di galleggiamento e di navigazione, a come rispondere a una condizione impensabile e impensata nelle sue possibili conseguenze solo qualche mese fa.

È evidente che occorra, come per il resto dell’economia, un piano d’emergenza, la possibilità di accedere a risorse straordinarie per poter evitare una distruzione di capitale culturale su larga scala e dare il tempo necessario a istituzioni e operatori della cultura per sperimentare nuove forme di sostenibilità, per affrontare la sfida più difficile di sempre: superare d’un balzo il gorgo che si è aperto improvvisamente e recuperare le debolezze strutturali del sistema per una ripartenza su basi, almeno potenzialmente, più solide. Perché se un piano d’emergenza sarà possibile, è difficile pensare che in un futuro ravvicinato ci possano essere ulteriori risorse per il rilancio: sopravvivenza, strategia e investimento per il futuro devono aver luogo ora, insieme. È un imperativo categorico: si deve, quindi possiamo farlo.

DISEGNARE FUTURI: NUOVI VENTI, NUOVI APPRODI

Per comprendere cosa sta avvenendo, Fondazione Fitzcarraldo ha intrapreso in questi mesi una serie di azioni: il monitoraggio sugli effetti della pandemia nel mondo della cultura dell’Osservatorio Culturale del Piemonte; la partecipazione a task force e tavoli delle istituzioni locali dove si discute di come ripartire; l’attività di riconoscimento a livello nazionale degli invisibili, lavoratori esclusi da ogni forma di aiuto. Azioni che equivalgono a gettare olio nel mare agitato, a guadagnare una piccola superficie di flutti meno rabbiosa per reggere il primo impatto, per riorganizzarci.

Allo stesso tempo crediamo sia necessario andare oltre l’emergenza e guardare in prospettiva per immaginare nuove rotte e nuovi approdi. E allora ecco qui di seguito una serie di domande sulle quali ci siamo arrovellati al nostro interno, che abbiamo discusso e che riteniamo di affrontare, per il nostro futuro e dell’ecosistema nel quale siamo immersi. Aperti e disponibili a trovarne altre, più urgenti e diverse, a partire da questa base di discussione.

1. Ripensare criticamente, a partire da noi stessi, i paradigmi delle missioni delle istituzioni culturali, accettando la domanda brutale: a chi e a cosa serve l’azione culturale? Continueranno a esistere – e il loro ruolo sarà fondamentale – le istituzioni che conservano il patrimonio culturale, materiale e immateriale, non solo architetture, paesaggi, archivi, biblioteche e musei, ma anche teatri e luoghi di spettacolo. Si chiederà loro di agire diversamente, di preservare una logica d’eccellenza, di consentire un approccio allargato e intelligente all’intero patrimonio della biodiversità del pensiero e della creatività fin qui tramandato attraverso la storia. Ma sarà anche necessario dimostrare l’assoluta necessità di tutelare e conservare queste risorse con cura per pensare e disegnare il nostro futuro, e non si tratta di poca cosa, ma di curare una donazione di senso che sgorghi continua dal nostro passato; ci sarà meno condiscendenza per i semplici magazzinieri. Per tutte le istituzioni che producono e creano arte e cultura, la domanda ritornerà ossessiva, perché, per cosa? se non per poter pensare diversamente e liberarci dai lacci che ci si stringono attorno in questa crisi?

2. Quanto degli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030 dovrà essere incorporato nella missione e nella pratica culturale delle istituzioni e degli operatori? Perché, come mai prima d’ora, il tema della sostenibilità si porrà a tutti i livelli, ambientale, culturale e sociale e un’azione convincente sui tre pilastri prima citati è la condizione per affrontare con forza anche il tema della sostenibilità economica sul lungo periodo. Difficile pensare a un’economia poco radicata nel senso profondo dell’azione culturale e nella sua dimensione eco-sistemica.

3. La crisi accentuerà ancora le disuguaglianze sociali già cresciute a dismisura nell’ultimo ventennio. Come si potrà affrontare la questione del modello di sviluppo, l’agire per una ricucitura delle lacerazioni, il combattere culturalmente e operativamente le concezioni che vedono nella disuguaglianza e nella povertà economica, culturale ed educativa elementi di ineluttabilità e di condanna sociale? Il riproporre il tema della dignità dell’esistenza e del lavoro è un punto centrale dell’azione culturale. Non ci sono così indispensabili i musei – quand’anche siano i più importanti del mondo del mondo – che licenziano in blocco e senza alternative il personale dopo due settimane di chiusura.

4. Il divide culturale, ancora prima che tecnologico rischia di incrementare e allargare la platea delle povertà educative: in che modo le istituzioni culturali possono lavorare a contrastare queste tendenze, come possono contribuire a costruire la rete che rende possibile l’accesso alla cultura, anche a distanza, anche con l’uso delle tecnologie? La questione non si esaurisce nel possedere i device tecnologici, ma implica il far parte della cittadinanza culturale, essere capaci di dar senso agli strumenti e alle informazioni. A lato, a fianco, oltre e dentro alla scuola di ogni ordine e grado. Ciò implica anche interrogarsi su come le istituzioni e le imprese culturali possano contribuire a un’alleanza strategica con il comparto dell’istruzione a tutti i livelli, fornendo accompagnamento e appoggio per combattere la povertà educativa, lavorando nel mettere a disposizione diverse modalità di ingaggio e motivazione, oltre a dispiegare un diverso ventaglio di opportunità di apprendimento.

5. Come le grandi istituzioni, le Fondazioni di origine bancaria e le politiche culturali si potranno far carico della rarefazione degli attori culturali e dalla selezione che il periodo di crisi rischia di imporre, quali forme di sostegno alle strutture di piccole dimensioni, come mantenere un ecosistema culturale che si fondi ancora su un alto tasso di diversità (dimensionale, operativa, d’impresa) e senza impoverire il tessuto sociale? La cross-settorialità, l’integrazione delle diverse filiere produttive della cultura per rafforzare i processi creativi, ma anche per affrontare un trasformazione della domanda culturale contemporanea, non è un’esigenza cancellata dalle dinamiche emergenziali: come sostenerne la tessitura sempre più fitta fra i diversi ambiti, come tenere insieme le tante diversità, è una funzione essenziale che potrebbe rappresentare uno degli scenari su cui orientare alcune delle risorse per la ripresa, e che potrebbe configurare un ruolo portante per le grandi istituzioni culturali e non.

6. Come evitare che le attività culturali si concentrino sui segmenti di domanda più disponibili a pagare, abdicando al ruolo di public engagement e di ricucitura delle molteplici disuguaglianze in termini di accessibilità alla cultura e all’informazione, alle tecnologie, impegnandosi a contrastare il diffondersi della povertà educativa e dell’esclusione culturale? Oggi che viene meno una delle condizioni principali della sostenibilità economica delle organizzazioni culturali, quella di accogliere un pubblico pagante, questa questione diventa più che mai urgente.

7. Siamo in un campo di gioco già emerso da anni, ma che oggi appare non più trascurabile o laterale: come occupare questo campo, che intreccia in modo inestricabile fruizioni dal vivo e a distanza, uso delle tecnologie e presenze fisiche, socialità e modalità d’accesso tecnologiche, facendo di tutto ciò la leva per raggiungere dimensioni e target di pubblico inimmaginabili se pensati per la sola presenza fisica e costruendone al contempo una sostenibilità economica?

8. Come far emergere la dimensione “dell’aver cura” all’interno delle attività promosse dalle istituzioni culturali? Promuovere progetti di rigenerazione urbana è anche aver cura della città, promuovere arte e cultura è aver cura della dimensione sociale, con tutto ciò che comporta. Non una retorica del Cultural Welfare, ma la capacità di progettare, incentivare e mostrare gli effetti dell’azione culturale nel corpo sociale, nel concreto, per quanto piccolo sia l’ambito di riferimento.

9. Quale dimensione internazionale? È una domanda che si pone con forza: la globalizzazione – dell’economia, del virus, della sostenibilità ambientale – impone risposte basate sulle risorse culturali dei territori, ma con una forte ispirazione internazionale e globale. Chi le può portare avanti? Come essere internazionali e globali, abbattendo gli spostamenti fisici e mantenendo al contempo una capacità forte di riportare al livello locale la consapevolezza, l’esperienza, il potenziale creativo veicolato dalla reticolarità delle connessioni?

10. Di quali strumenti abbiamo bisogno ora, per costruire una strategia condivisa? Non un pensiero unico, né una retorica che sorvoli su tutti i problemi cruciali per ottenere facili consensi, ma un habitat di potenzialità, di visioni, di rotte possibili da scegliere, ciascuno a seconda dei caratteri dell’imbarcazione che governa, guidati una bussola che orienti il suo ago sul polo magnetico dei nostri desideri di sopravvivenza e di futuro, che solo nella loro stretta integrazione possono costituire un approdo.

Ci auguriamo che in tanti possano trovare in queste domande un punto di partenza per avviare una riflessione.

Per quanto ci riguarda, i 10 quesiti andranno a oliare i motori dell'edizione 2020 di ArtLab. Territori, Cultura, Innovazione - che prenderà il via dal 9 al 13 giugno online. Ora più che mai è necessario ragionare sul contributo del settore culturale e creativo alla ricostruzione, attraverso pratiche e politiche innovative ed efficaci capaci di promuovere il benessere delle persone, il cambiamento sociale, lo sviluppo economico, in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030.

 

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