Inizia alle prime luci dell’alba la protesta diffusa inscenata dai lavoratori dei settori del Patrimonio culturale e delle arti, lanciata dal movimento Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali. In tutta Italia gli aderenti si sono organizzati in piccoli gruppi scattando foto con il simbolo della protesta, un occhio barrato, e lo slogan “Senza Cultura, Nessun Futuro”, o con azioni o flash-mob per denunciare la situazione di abbandono e disinteresse che sta colpendo decine di migliaia di istituti culturali e lavoratori del settore, schiacciati da maggiori oneri e impossibilità di offrire alla cittadinanza un servizio adeguato alle esigenze dei territori.

“Sono mesi che il Ministero si ostina a dire che “la cultura non si ferma”, ma la verità è che migliaia di istituti culturali sono fermi, da tre mesi, mentre tutti gli altri hanno subito un violento rallentamento delle proprie attività” spiega Alice Battistella, storica dell’arte e accompagnatrice turistica a Venezia “questo ha un impatto durissimo sulla società e le comunità, soprattutto quelle più deboli, che si vedono private dei loro spazi culturali, e un impatto altrettanto duro sui lavoratori del settore. In centinaia di migliaia hanno perso il lavoro tre mesi fa e non vedono prospettiva”.

Le foto, da Trieste a Lecce, da Venezia a Pompei, passando per Bologna o Torino, documentano la situazione di musei, teatri, cinema, nella stragrande maggioranza dei casi ancora chiusi, ma anche di tanti altri istituti, come archivi o biblioteche, aperti con servizi molto ridotti e del tutto insufficienti. 

Circa l’80% dei musei è ancora chiuso, le biblioteche e gli archivi non possono offrire i servizi minimi e una fruizione adeguata. Non è una situazione dovuta alle norme di sicurezza: queste norme hanno aumentato oneri e costi di gestione, e dallo Stato non sono arrivati i fondi e le assunzioni necessarie a garantire queste riaperture, spiegano gli attivisti.

“Si pensa, o si vuole pensare, che la soluzione possa essere quella di offrire servizi online a pagamento. Non è così. Sono scelte che puntano a tenere in piedi il settore ancora al massimo risparmio, cercando la riduzione dei servizi e del personale. E lo diciamo con una protesta che viaggia anche sui social e a cui stanno aderendo in migliaia” spiega Carola Gatto, attivista e ricercatrice in ambito informatico “Senza investimenti e pianificazione, le realtà che funzionavano bene prima della pandemia rischiano di chiudere, mentre quelle che hanno maggior bisogno di aiuto potrebbero non riaprire a lungo”

La protesta, continuerà nei prossimi giorni, raccogliendo segnalazioni per un dossier che sarà consegnato al Ministro dei Beni Culturali e al Governo. “Privare il Paese, dalle grandi città ai piccoli centri, del lavoro dei professionisti della Cultura in un momento tanto delicato e difficile rischia di avere conseguenze molto pesanti per la democrazia e la lotta alle diseguaglianze” concludono i manifestanti.

 

Articoli correlati