L’economia creativa in Europa rappresenta 8 milioni di posti di lavoro [1]. Nel 2016, le attività legate ai settori culturali e creativi hanno generato un valore aggiunto di 290 miliardi di euro, più del settore turismo e ospitalità (252,9 miliardi di euro) [2]. Un numero crescente di centri urbani (da grandi metropoli a piccole località rurali) dedica risorse significative, fino a 10 - 15% del budget, alla valorizzazione delle proprie risorse culturali per stimolare economia e innovazione, attrarre talenti, rafforzare inclusione sociale e dialogo interculturale [3]. Più di 100 regioni in Europa considerano la Cultura all’interno della propria Smart Specialisation Strategy con i relativi Fondi strutturali [4]. I contenuti cultuali e creativi (editoriali, musicali, audiovisivi) favoriscono la crescita dell’economia digitale [5].

Nonostante l’evidente contributo della Cultura, dell’Arte e della Creatività al progresso sociale ed economico della nostra società, le politiche culturali rivestono ancora un ruolo marginale nel dibattito politico, sia a livello nazionale che a livello europeo. La Cultura è troppo spesso percepita come non prioritaria rispetto ad altri settori “strategici” come turismo o telecomunicazioni.

Un dato su tutti: l’Unione Europea mira all’integrazione di 27 stati nazionali con grandi diversità culturali e linguistiche (si contano più di un centinaio di lingue e dialetti), ma spende ad oggi 0.1% del suo budget in Cultura (principalmente nella promozione di opere cinematografiche e audiovisive) [6]. Fa effetto pensare che il budget annuale (circa 220 milioni di euro) corrisponde a quanto una casa di produzione hollywoodiana riserva ad un solo blockbuster. 

È necessario un deciso cambio di passo. Il nuovo libro di Philippe Kern “The Future of Cultural Policies” contribuisce al dibattito proponendo una visione moderna e olistica delle politiche culturali, collocandole al centro del progetto europeo e della società del futuro. Il volume raccoglie le riflessioni di un esperto di politiche culturali impegnato da più di 30 anni a difendere il ruolo cruciale delle industrie culturali e creative nel trasformare e migliorare la società contemporanea. Le tesi sostenute nel libro sono frutto di numerosi progetti e ricerche realizzati da Kern negli ultimi anni in Europa e nel mondo (in particolare in Cina) alla guida del centro di ricerca  e consulenza KEA European Affairs. Il libro è la sintesi di un’avventura collettiva che ha permesso all’autore di comprendere nel profondo i meccanismi delle politiche culturali e di promuovere gli investimenti culturali necessari per una società sostenibile, etica e solidale.

Gli articoli che compongono il volume sono quelli elaborati dall’autore negli ultimi tre anni, inclusi alcuni estratti da presentazioni in convegni internazionali quali il Simposio The New Cultural Policies in the Digital Age a Parigi (6-7 febbraio 2020), e sono organizzati in due filoni narrativi. Il primo si concentra sull’evoluzione delle politiche culturali e avanza proposte verso una “Cultural European Union”. Il secondo affronta il tema del finanziamento delle industrie culturali e creative e il ruolo degli intermediari finanziari. Sebbene gli articoli possano essere letti in modo autonomo, i due macro-temi che qui proponiamo permettono una lettura guidata della pubblicazione.

POLITICHE CULTURALI PER IL XXI SECOLO

Nei primi cinque articoli del libro, l’autore identifica e argomenta sfide e opportunità per lo sviluppo di politiche culturali del XXI secolo, sulla base dell’evoluzione di tali politiche negli ultimi anni.  

Il libro si focalizza in modo particolare sulle politiche culturali dell’Unione Europea, un ambito ben conosciuto da KEA (che ha anche condotto la prima ricerca esaustiva sull’economia della Cultura in Europa nel 2006).

Nella prefazione, Mariya Gabriel (Commissaria europea per l’Innovazione, la Ricerca, la Cultura, l’Istruzione e la Gioventù) chiede provocatoriamente se abbia senso per l’Unione Europea occuparsi di Cultura tout court, dal momento che è una competenza sussidiaria a cui sono dedicati un ruolo e un budget marginali. In realtà, “there is much more to that”.

Con un ampio ventaglio di esempi, il libro dimostra come la Cultura abbia assunto un ruolo crescente nelle politiche europee negli ultimi 40 anni, a partire dal 1992 quanto l’Unione Europea ha acquisito una competenza sussidiaria in materia. Gli esempi più evidenti si trovano in ambito legislativo: l’autore stima che “80% of rules affecting the cultural and creative sectors are decided upon by Member States in Brussels and Strasbourg”. Le istituzioni europee (e in particolare la Commissione Europea) hanno infatti competenza giuridica in diversi ambiti strategici legati alla cultura, come i negoziati commerciali internazionali, il mercato interno e le politiche di concorrenza.

L’Unione Europea è l’unica istituzione internazionale firmataria della Convenzione UNESCO sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali (2005) che ribadisce un trattamento preferenziale per prodotti e servizi culturali nelle norme di libero scambio internazionale. L’Unione Europea ha anche promosso importanti riforme nell’ambito della proprietà intellettuale, come la recente riforma della Direttiva sul diritto d'autore nel mercato unico digitale che mira a ridurre il cosiddetto value gap tra creatori e fruitori di contenuti culturali.

Il ruolo dell’Unione Europea non è limitata al solo ambito legislativo. Complice la pubblicazione di statistiche culturali EUROSTAT dal 2007, la maggiore consapevolezza del contributo della cultura al raggiungimento degli obiettivi dell’Europa 2020 “smart, sustainable and inclusive growth” ha portato la cultura in altri ambiti come le politiche di coesione e le politiche industriali. In particolare, la politica di coesione ha permesso agli stati membri e alle regioni di beneficiare di finanziamenti sostanziali. Più di 6 miliardi di euro sono stati usati per investimenti a sostegni delle industrie culturali e creative nel periodo 2007-2013 (di cui 3 al patrimonio culturale), quasi cinque volte il budget destinato ai programmi Cultura (400 milioni) e Media (755 milioni) nello stesso periodo.

Il libro commenta infine le recenti iniziative in ambito di affari esteri e cooperazione internazionale. L’iniziativa faro è la Strategia dell'Unione Europea per le relazioni culturali internazionali, promossa nel 2016 dall’allora vicepresidente e Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri Federica Mogherini in collaborazione con il Direttorato per l’Istruzione e la Cultura. A questa si aggiungono le iniziative promosse dal Direttorato Sviluppo e Cooperazione e i programmi finanziati dalle politiche europee di vicinato.

Nonostante questi segnali positivi, ancora molto resta da fare. Come suggerisce il volume, la nuova Agenda Europea per la Cultura promossa nel 2018 dispone di un budget e azioni insufficienti rispetto ai nuovi e crescenti bisogni del settore culturale. Kern evidenzia molti ambiti di attenzione, tra cui una maggiore promozione dei contenuti culturali europei nel mercato unico e internazionale (ad oggi meno del 7% nel mercato globale dei film, musica o editoria è europeo [7]), un rafforzamento degli scambi con i paesi terzi inclusa la mobilità degli artisti [8], la maggiore integrazione della cultura nelle politiche sociali [9] e nelle politiche digitali (per bilanciare la concorrenza dei tech giants   americani) o il rafforzamento del senso di appartenenza all’Unione (la Cultura è identificato come fattore principale in grado di creare un senso di comunità).

Se le basi ci sono, mancano però una strategia più coraggiosa con adeguate risorse finanziarie e un piano d’azione coordinato per creare una Cultural European Union che “should contribute to give the term “Union” its full meaning. It would breathe new life into the European project, develop strong visuals and narratives to make the concept of the EU visible and understandable, able to confront skepticism”.

Senza cultura, l’Europa è “without identity, a cold construct, detached from its people, its particularities and its collective aspirations”. Noto per la sua capacita visionaria, Kern avanza l’idea di una “Direttorato Generale dell’Empatia” guidato da un Artista. Tale Direttorato avrebbe l’incarico di fare da ponte tra le istituzioni europee e i cittadini con l’obiettivo di coinvolgerli maggiormente nel processo decisionale. Una chiara provocazione che sottolinea però un punto cruciale: l’Europa (e le amministrazioni pubbliche) deve riguadagnare la fiducia dei cittadini e stabilire un dialogo aperto e trasparente.

Una riflessione conclusiva importante è dedicata anche alla Cina, un’altra realtà ben conosciuta dall’autore. Dal 2007, Kern ha visitato ripetutamente il paese su invito del Ministro dell’Economia, in qualità di esperto di politiche culturali. I suoi viaggi a Pechino e a Shenzhen (la Silicon Valley cinese dove KEA ha avuto un ufficio dal 2012 al 2017) gli hanno permesso di osservare la profonda trasformazione culturale del paese e di cogliere i diversi aspetti della società cinese, dal modo di fare business alle norme sociali e istituzionali.

FINANZIARE IL SETTORE CULTURALE

La seconda parte del libro si concentra sull’esperienza relativamente nuova di KEA nel settore finanziario dopo oltre un anno di collaborazione con il Fondo Europeo per gli Investimenti (FEI). Dal 2016, il FEI gestisce per conto della Commissione Europea lo Strumento di Garanzia per i settori culturali e creativi, forse la più ambiziosa misura adottata dall’Unione per supportare la crescita delle PMI e piccole imprese pubbliche nei settori culturali e creativi. Lo Strumento di Garanzia, il primo strumento finanziario europeo a sostegno del settore culturale, garantisce il 70% di ciascun finanziamento eleggibile, mitigando cosi’ il rischio di credito per l’intermediario finanziario.

Con una dotazione di 121 milioni di euro dal programma Europa Creativa, lo Strumento di Garanzia è segnale importante dall’Europa per incentivare gli investimenti privati in un settore storicamente sotto-finanziato. La Commissione Europea stimava che il fabbisogno finanziario per settori culturali e creativi in Europa fosse 8 miliardi di euro [10]. Tale cifra è destinata ad aumentare drasticamente considerando le conseguenze del lockdown imposto dal COVID-19.

Partito un po’ in sordina, ad oggi conta l’adesione di 13 intermediari finanziari da 10 paesi Europei (inclusa Cassa Depositi e Prestiti) e altri sono in trattativa con il FEI, dimostrando il crescente interesse del settore privato.

Dal 2018, gli intermediari finanziari che aderiscono allo Strumento di Garanzia possono beneficiare anche di un programma di Capacity Building per rafforzare la propria conoscenza dei settori culturali e creativi.

In qualità di esperto e formatore nel programma di Capacity Building, Kern si è confrontato con molti intermediari finanziari in Europa in diversi paesi: Spagna, Portogallo, Polonia, Romania, Italia, Francia, Belgio. Il quadro che emerge (purtroppo) non sorprende ed evidenzia una profonda mancanza di comunicazione e trust tra le imprese culturali e banche, sia pubbliche che private.

Da un lato, il settore bancario manca di strumenti per comprendere appieno i modelli di business di un settore quasi interamente composto da piccole e piccolissime imprese fortemente dipendenti da assets intangibili (e difficilmente valutabili in termini di bancabilità). Questo porta a rifiutare troppo prematuramente richieste di prestito sulla base di “falsi miti” come la percezione che i settori culturali e creativi siano più rischiosi e meno redditizi di altri. In realtà, i risultati delle ricerche condotte nell’ambito del programma di capacity building sono chiari: ad esempio, la percentuale di PIL europeo prodotto dai settori culturali e creativi è simile (4,2%, dati 2014) a quello del settore turismo e ospitalità e ICT (4%, dati 2015) [11]. Inoltre, il tasso di sopravvivenza delle industrie culturali e creative misurato a 1, 3 e 5 anni corrisponde a quello di altre imprese di servizi.  

Dall’altro, le industrie culturali e creative faticano a parlare “il linguaggio delle banche” e non sempre comunicano i propri assets in modo allettante e convincente.

Capitalizzando sull’esperienza dell’ultimo anno e mezzo alla guida di tavole rotonde, dibattiti e seminari, Kern si rivolge da un lato agli intermediari finanziari per dimostrare, dati alla mano, l’importanza di investire in un settore strategico; dall’altro agli imprenditori culturali, per suggerire strategie su come convincere le banche. L’autore inoltre propone un decalogo di possibili punti di partenza per migliorare il dialogo tra due mondi apparentemente distanti, tra cui specifici trainings per operatori finanziari o eventi di networking tra banche e artisti.

Il libro dimostra che iniziative come quella intrapresa dal FEI sono fondamentali per incentivare una migliore partnership tra settore pubblico e privato per sostenere l’imprenditorialità culturale al di là di sussidi e sovvenzioni pubblici. Il programma di capacity bulding ha permesso di portare allo stesso tavolo artisti, imprenditori culturali e finanziatori per focalizzare l’attenzione verso un settore strategico di investimento.

Tuttavia, Kern sottolinea che non è sufficiente dimostrare che investire in Cultura non sia più rischioso che investire nella tech industry (“the investors’ darling”) o adattare le procedure di due diligence alle caratteristiche di una casa discografica. La vera sfida è far comprendere agli intermediari finanziari il valore intrinseco delle industrie culturali e creative e rendere concreti gli impatti economici e sociali che gli investimenti in Cultura possono generare.

RIFLESSIONI CONCLUSIVE

Il libro è andato in stampa prima dell’esplosione della pandemia COVID-19 e delle sue drammatiche ripercussioni in tutti i settori. Il settore culturale ha reagito e ha cercato nuove forme di comunicazione. Artisti, creatori, operatori culturali stanno offrendo un contributo importante nel promuovere un nuovo modo di vivre ensemble più solidale, etico e inclusivo. Prima dell’attuale emergenza sanitaria, il solo progetto finanziato da Europa Creativa Culture for Cities and Regions mappa più di 70 iniziative promosse da regioni e città europee che mostrano come la cultura contribuisca alla rigenerazione territoriale e sociale. Eppure artisti, creativi, esponenti del mondo culturale sono quasi interamente esclusi dai tavoli decisionali dove si definiscono gli scenari post-crisi.

La recente proposta della Commissione Europea per il budget di Europa Creativa 2021-2027 (1,52 miliardi di euro) non è certo confortante, proponendo addirittura 330 milioni di euro in meno rispetto alla precedente (e risibile) programmazione 2014-2020 (1,85 milioni di euro).

Per questo l’autore non si rivolge solo “agli addetti ai lavori” ma a quanti sono interessati ad approfondire l’evoluzione delle politiche culturali negli ultimi anni per creare un vero cambiamento. Utilizza un linguaggio schietto e conciso per richiamare tutti alla necessità di difendere e promuovere la creatività, la libertà di espressione e il multiculturalismo nella società di oggi e di domani.

ABSTRACT

The Future of Cultural Policies aims to trace a way for culture policy to play its part in building a stronger and more inclusive European Union. The book takes stock of the evolution of cultural policies worldwide and proposes concrete actions for culture to transform Europe and to give it meaning. It sustains that cultural workers should be included in the process of addressing digital, environmental and social challenges and contribute to the extensive transformation of our economies and societies. The content of the book is drawn from the various assignments KEA European Affairs was in charge of over recent years. They span from the experience of designing cultural policy in Europe and China (Shenzhen) to working with financial intermediaries to support the financing of the European cultural and creative sectors. The author, Philippe Kern, is KEA founder and director with more than 30-year experience in cultural policy design.

Bibliografia e sitografia

[1] Fonte: EUROSTAT 2018

[2] Fonte: EUROSTAT 2016

[3] Fonte: http://www.cultureforcitiesandregions.eu/ e https://ec.europa.eu/knowledge4policy/online-resource/cultural-creative-cities-monitor_en

[4] Fonte: https://s3platform.jrc.ec.europa.eu/map

[5] Fonte: KEA European Affairs (2019) Towards an integrated vision for the European Digital Media Sector. Paper realizzato per la Commissione Europea, DG CONNECT

[6] Fonte: EUROSTAT

[7] Fonte: Stime di KEA sulla base di varie pubblicazioni nel settore commercio estero

[8] Fonte: KEA (2018) Mobility of Artists and Culture Professionals - Towards a European Policy Framework https://keanet.eu/wp-content/uploads/IPOL_STU2018617500_EN.pdf

[9] Fonte: https://keanet.eu/european-union-to-integrate-culture-in-social-policy/

[10] Fonte: IDEA Consult, Ecorys Nl (2013) Survey on Access to Finance for Cultural Sectors.

[11] Fonte: I dati per “Valore aggiunto” sono stime conservative basate su dati Eurostat

 

Elisabetta AIRAGHI è consulente e project manager presso KEA. Elisabetta è coinvolta in numerosi progetti e studi di ricerca incentrati sul patrimonio culturale, tra cui il progetto H2020 ILUCIDARE sull'innovazione e la diplomazia heritage-led (2018-2021) e lo studio ESPON “The Material Cultural Heritage as a Strategic Territorial Development Resource: Mapping Impacts Through a Set of Common European Socio-economic Indicators” (2018-2019).

 

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