Dopo quasi tre mesi di emergenza, le vite di ognuno di noi, delle nostre organizzazioni, del Paese, sono cambiate. Nel profondo. Fondazione Fitzcarraldo la configura come una “Tempesta perfetta”, che in metereologia è sinonimo di massimo danno, su più fronti. Una tempesta che si abbatte su un comparto già strutturalmente frammentato come quello culturale, facendone emergere l’economia debole e con un'occupazione sofferente per una precarietà diffusa.

Socrate docet. Per costruire futuro, andando alle cause, occorre porsi le domande giuste. Non è semplice, ma necessario. Lo vediamo dalla densità del dibattito (riportiamo alcuni contributi dei lavori in corso per il nuovo rapporto Symbola “Io Sono Cultura”, dal Forum dell’Arte Contemporanea, e dal ciclo di webinar promossi da OCSE Venezia sulla cultura nello scenario post-COVID).

Facciamo nostre quelle che Fitzcarraldo si pone e pone, aprendo una call to action in vista di ArtLab 20 (9-13 giugno virtuale con “stazione” a Matera). 10 domande coraggiose e puntuali per riflettere sul futuro dentro l’emergenza, ovvero esercitando lo sguardo lungo della visione nella terra di mezzo della trasizione. Come per il resto dell’economia, l’ambizione è quella di sviluppare “un piano d’emergenza, la possibilità di accedere a risorse straordinarie per poter evitare una distruzione di capitale culturale su larga scala e dare il tempo necessario a istituzioni e operatori della cultura per sperimentare nuove forme di sostenibilità”, ma chiedendosi al contempo “A chi e a cosa serve l’azione culturale?”. “Quanto degli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030 dovrà essere incorporato nella missione e nella pratica culturale delle istituzioni e degli operatori?” ...

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Il numero di giugno di Letture Lente intende alimentare indicazioni sul percorso da intraprendere. Il potere trasformativo dell’azione culturale sta infatti emergendo in luoghi “insospettabili”, designati come marginali, che molti artisti e operatori culturali individuano sempre più come luogo d’azione in risposta a un’offerta culturale urbana spesso escludente. Come scrive Filippo Tantillo “in un piano di rigenerazione l’arte diventa un connettore strategico e gli operatori culturali stessi diventano parte della soluzione perché [...] in grado di costruire un ponte fra fruitori di luoghi e abitanti, per ridurre le distanze con un linguaggio universale che superi anche le barriere linguistiche”. Questo perché “usufruire del diritto di partecipare alla vita culturale non può essere determinato dal luogo in cui scegliamo di vivere né dalle nostre possibilità di viaggiare”, tanto più in un territorio tanto ricco quanto diverso come l’Italia (Annalisa Cicerchia). Attenzione però alle economie monoturistiche che si possono generare in queste aree, che finirebbero per far soccombere l’elemento fondante della rigenerazione: il patrimonio culturale e paesaggistico diffuso.

Il nesso cultura-turismo è in effetti un altro ambito che richiede nuove visioni e azioni, anche nelle città. In un’epoca di distanziamento fisico obbligato, che mette profondamente in discussione gli indicatori di successo basati sul numero di visitatori, le istituzioni culturali sono infatti chiamate a ripensare radicalmente il proprio ruolo. Quella del turismo di prossimità (Enrico Bertacchini e Massimiliano Nuccio),  è  una carta da giocare, non solo per  recuperare, almeno in parte, risorse a fronte di un turismo internazionale fortemente ridotto, ma soprattutto per ri-connettersi con i territori di riferimento, in una logica di sviluppo sostenibile, di qualità della vita.

Il digitale può fare da supporto a una cultura che trasforma e si trasforma, pur nella consapevolezza che l’esperienza virtuale non potrà sostituire l’esperienza dal vivo; semmai supportarla, complementandola (Claudio Calveri), verso nuove forme phigital. Tuttavia, siamo di fronte a una duplice sfida: occorre superare il divide infrastrutturale, ma ancor di più quello relazionale affinché la tecnologia diventi veramente abilitante, veicolo di contenuti e relazioni, piuttosto che un contenitore ricco di esperienze trasferite dall’analogico e sostanzialmente inaccessibile. L’esempio della scuola è forse quello più lampante in questo senso (e.g. oltre a pc e connessioni, non dimentichiamo il ruolo di famiglie e insegnanti in grado di spiegare e seguire i ragazzi, vedi Fondazione Feltrinelli), ma è facile vederne i parallelismi con il mondo dell’arte e della fruizione culturale, se pensati in un’ottica di accesso alla conoscenza per la costruzione di una cittadinanza consapevole e attiva.

È allora forse arrivato il momento di pensare in grande e osare, provando a connettere buoni semi e vecchie sfide che il coronavirus ha finito per ampliare e rendere molto più evidenti. Serve innanzitutto ri-creare un clima di speranza e di fiducia in Italia (come ha provato a fare in questi mesi Andrea Bartoli con lo speciale ‘Fabbricare Fiducia’ che oggi diventa libro grazie a Giancarlo Sciascia) così come in Europa. Quale ruolo per la cultura? Philippe Kern avanza l’idea di un ““Direttorato Generale dell’Empatia” guidato da un Artista. Tale Direttorato avrebbe l’incarico di fare da ponte tra le istituzioni europee e i cittadini con l’obiettivo di coinvolgerli maggiormente nel processo decisionale. Una chiara provocazione che sottolinea però un punto cruciale: l’Europa [...] deve riguadagnare la fiducia dei cittadini e stabilire un dialogo aperto e trasparente” (vedi recensione del suo libro a cura di Elisabetta Airaghi).

Una visione coraggiosa, come il coraggio di cui necessita la complessità del momento che viviamo, affinché non si disperda il “patrimonio, fatto del sacrificio [...] e del bisogno di fiducia che c'è nella nostra gente” (Mattarella). Il piano di rilancio appena lanciato dalla task force di Vittorio Colao, seppur con luci e ombre, pone grande accento al welfare di prossimità, al ruolo del Terzo settore e della cittadinanza attiva come leve di trasformazione per il sistema socioeconomico italiano.

Inoltre, in questo numero:

Intervista a Felice Scalvini, presidente Assifero, a cura di Maria Elena Santagati sulle Fondazioni di Comunità quale strumento di aggregazione e agente di cambiamento (anche) per e attraverso le organizzazioni culturali: “È vero anche che una riflessione sul patrimonio culturale, storico e ambientale di una comunità deve portare a capire quali siano gli asset trainanti che quella comunità può mettere in campo, ma analizzarli dal punto di vista di una FC vuol dire anche pensarli relativamente [...] allo sviluppo di un insieme di iniziative e attività, che rischierebbero di essere considerate eccentriche o secondarie e invece possono essere inserite in virtuosi circuiti di sviluppo. Come è stato per le decine di iniziative collaterali e diffuse nate nel Rione Sanità a partire dalle Catacombe di San Gennaro”.

Per un cambiamento sistemico ineluttabile, Alessandro Valera, intervistato da Vittoria Azzarita, presenta un nuovo rapporto Ashoka con linee guida per innovatori e investitori sociali, che possono ispirare una trasformazione sistemica anche nel settore culturale “molti progetti culturali sono per definizione locali e non sistemici – penso, ad esempio, alla eccessiva frammentazione del settore che ostacola la percezione del valore sociale e non solo economico della cultura, (..) spesso si opera in modo estremamente puntale e situato in un contesto molto specifico, su un singolo monumento o bene culturale, non favorendo la possibilità di sentirsi parte di un sistema più grande. [...],”,  invitando a segnalare  “innovatori sociali che si occupano di risolvere un problema specifico, macro e sistemico, in ambito culturale. Ashoka li sosterrebbe molto volentieri. Tutti possono segnalare un potenziale Fellow tramite il nostro sito e ci farebbe davvero piacere ricevere delle segnalazioni da chiunque fosse a conoscenza di innovatori sociali che operano in un'ottica di cambiamento sistemico nel settore culturale”.

Oltre la fragilità: Antonio Calabrò ci anticipa i contenuti del suo libro dedicato al tema a lungo negato in delirio di onnipotenza  da “sani in sistemi malati”, per parlarci della relazione tra impresa, uno dei più grandi attori di trasformazione sociale,  e cultura. In questo nuovo scenario, dai confini incerti, diventa “necessario un grande dibattito civile in cui la Cultura si ricordi della lezione della Scienza, tra tentativi, errori e ripartenze. La consapevolezza che l’identità personale, ma anche l’identità della creatività artistica non sta nel produrre l’opera, ma nello sguardo di chi la vede. Il vantaggio dei musei di impresa di cui mi occupo, è stare dentro una cornice concettuale che ha il cambiamento come natura costitutiva. I musei d’impresa non sono né musei nel senso più tradizionale del termine né imprese attente solo alla produttività, ma sono la memoria come cardine dell’innovazione”.

Maurizio Cilli porta la sua prima riflessione sulle nostre pagine. Commenta l’appello “CoronaVirus for a global democratic governance” siglato da 117 pensatori e che include tra i primi firmatari Saskia Sassen, Columbia University e Richard Sennett, OBE FBA - London School of Economics. Occorre dare una risposta mondiale alla crisi che ha rimescolato le carte globali. Come? Ancora domande.

 

Letture Lente è la rubrica di approfondimento culturale di AgCult, che ospita recensioni di libri e studi, e riflessioni di studiosi e professionisti che ruotano attorno al tema della Cultura in una duplice accezione: Cultura, quale patrimonio di conoscenza che concorre alla formazione dell'individuo sul piano intellettuale e morale e all'acquisizione della consapevolezza del proprio ruolo nella società; e Cultura quale settore di attività che ha di per sé una valenza sociale ed economica ma il cui valore viene moltiplicato dalle interazioni che intercorrono tra il comparto culturale in senso lato (musei, audiovisivo, video giochi, editoria, musica, teatro, arti visive, artigianato, ecc.) e numerosi altri settori di attività, dal turismo alla salute, passando per le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. È in questa duplice veste che Letture Lente tratta del tema Cultura, interrogandosi in particolare sul ruolo che questa può giocare di fronte alla sfide epocali identificate dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile – dalla povertà educativa, alle disuguaglianze di genere al cambiamento climatico.

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