“Siamo di fronte a una perdita di fatturato di oltre 650 milioni di euro con una perdita di indotto di 1,6 miliardi e con una filiera di aziende e di lavoratori fatta di 250 mila persone, la maggior parte prive di tutele e di contratti che possano consentire la sopravvivenza”. Lo ha detto il presidente di Assomusica, Vincenzo Spera, intervenendo davanti alla 7a Commissione Cultura del Senato nell’ambito del ciclo di audizioni informali in merito all'impatto dell'emergenza Covid-19 sul settore della cultura. 

La crisi nel caso della musica, ha spiegato Spera, “diventa ancora maggiore per mancanza di riferimenti legislativi e possibilità economiche. Siamo stati i primi a chiudere e non si sa quando riapriremo. Continuiamo a essere discriminati dal fatto che ancora si considera la musica contemporanea popolare come musica leggera”. Le aziende del settore musicale “aspettano da anni che venga applicata la direttiva europea che istituiva le imprese culturali”.

Ma la cosa più importante per Assomusica è progettare il futuro. “Tuttavia, dobbiamo risolvere prima le due parole chiave - ha spiegato il presidente -: la musica leggera che leggera non è e il concetto di sala che appartiene all’800. Tra le esigenze più importanti c’è quella di garanzia per quei lavoratori non riconosciuti che scontano il mancato via libera alla legge sullo spettacolo dal vivo”.

Per quanto riguarda le aziende, “abbiamo la necessità di capire dove e come poter lavorare. C’è una grande discriminazione per il comparto dello spettacolo dal vivo soprattutto per le riaperture che sono considerate in maniera estremamente restrittive per chi usa le sale rispetto ai luoghi all’aperto”.

La cultura, in Italia come in Europa - ha concluso Spera -, “è l’unica infrastruttura che nessuno ci può comprare, per cui bisogna iniziare a ragionare su come finanziarla al pari delle altre infrastrutture”.

 

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