E’ impossibile semplificare se non ci sono le competenze in grado di gestire i procedimenti. Possiamo ridurre i termini all’infinito, possiamo introdurre altri meccanismi, ma se non ci sono le competenze non è possibile arrivare a nessuna forma di semplificazione. Questo impatta grandemente sul rapporto pubblico-privato. Lo ha detto Lorenzo Casini, capo di Gabinetto del Ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo, intervenendo al webinar “Pubblico e Privato nei beni culturali: le sfide della regolazione” organizzato dalla Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali, nel corso del quale è stato presentato il volume curato da Alfredo Moliterni "Patrimonio culturale e soggetti privati. Criticità e prospettive del rapporto pubblico-privato” (Editoriale Scientifica, 2019). 

Oltre all’autore e al capo di Gabinetto del Mibact, hanno partecipato Marco D'Alberti, presidente del Consiglio superiore Beni culturali e paesaggistici, Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino, il Consigliere di Stato Paolo Carpentieri, il Responsabile Dipartimento Cultura e turismo dell’ANCI Vincenzo Santoro e Giovanna Barni, Presidente CoopCulture e Co-presidente della Alleanza delle cooperative italiane cultura. Saluti di rito affidati a Carla Di Francesco, Commissario straordinario della Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali, e introduzione dell’incontro a Carla Barbati, del Consiglio scientifico Fondazione.

LA DIMENSIONE STORICA

Dopo aver elencato i pregi del volume di Moliterni, Casini ha voluto precisare alcuni aspetti generali in cui contestualizzare il lavoro presentato oggi. A partire dalla necessità di dare il giusto tempo alle norme per sedimentare e dare i frutti sperati. “Bisogna ricordare - ha detto ad esempio il capo di gabinetto del Mibact - che l’Art bonus, di cui si parla diffusamente nel volume, ha solo 5 anni di vita che nella storia del diritto del patrimonio culturale italiano è ‘nulla’. Nel valutare le soluzioni che vengono introdotte non bisogna incorrere nell’errore, tipicamente italiano, che non si aspetta neanche che una norma cominci a camminare che subito si pensa di modificarla. Per quanto riguarda l’Art bonus i risultati sono sorprendenti, tenendo conto i pochi anni di vita e quanto è stato raccolto. Prima di modificare è bene vedere come funzionano le cose”.

Un secondo aspetto, ha aggiunto Casini, è che “non possiamo non tener conto che tutta questa disciplina del diritto del patrimonio culturale anche nel rapporto pubblico-privato non ha mai interamente superato il limite di un ‘diritto vincolistico’, costruito su un rapporto col proprietario privato che va ‘limitato’ nel senso che possiede un bene di interesse pubblico e che potenzialmente può quindi fare un danno o nuocere al bene culturale che va conservato”. Nel momento in cui il carattere prevalente è questo, “quando si sono innestate esigenze diverse ci si è dovuti misurare con questa impostazione e non sempre si è riusciti a superarla”.

IL CONTESTO

Il problema pubblico-privato, inoltre, non va certo visto “in termini di opposizione o ideologici, ma non si può non considerare che il pubblico negli ultimi anni si è troppo indebolito dal punto di vista delle strutture e delle risorse. Se si vuole avere un rapporto nei giusti termini con un concessionario (non solo economici ma anche di ricerca e di studio), serve un pubblico forte, dotato di competenze, un pubblico capace. Altrimenti non si riuscirà neanche a costruire quel rapporto virtuoso che si desidera”. 

“Quello che è avvenuto negli ultimi anni per scelte scellerate che riguardano l’intera Pubblica amministrazione - ha detto il capo di Gabinetto -, è stato un indebolimento complessivo delle risorse, non solo finanziarie, ma di competenze umane, carenze organiche, invecchiamento, mancanze di reclutamento”.

E allora si chiede Casini: come possiamo migliorare questo rapporto pubblico privato? “Dobbiamo partire dall’istruzione, dalla scuola. I rapporti che si stanno aprendo tra mondo della scuola e musei sono un’opportunità perché potrebbe essere il segnale di un’inversione di tendenza in cui l'importanza della dimensione del patrimonio culturale viene finalmente percepita fin dal momento dell’infanzia e dell’apprendimento scolare”.

 

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