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Il presente testo nasce come riflessione di apertura al tavolo “Spazi, Attività, Persone: ripensare il rapporto con i pubblici e l’importanza delle attività di prossimità”, realizzato durante ArtLab20 Matera. È tuttavia il frutto di una serie di riflessioni condivise con una molteplicità di attori culturali durante il periodo pandemico: l’iniziale bisogno di conoscere e indagare l’esistente per comprenderlo si è immediatamente trasformato in un’urgenza di condivisione e in una necessità impellente di trovare momenti di con-divisione e co-comprensione per co-immaginare potenziali approcci di senso. In particolare, risuona di molti ragionamenti sviluppati con Elettra Zuliani.

La pandemia ci ha gettato in una situazione impensabile, una condizione che stiamo appena iniziando a conoscere veramente e in modo consapevole e, per quanto possiamo capire, non ci è data alcuna possibilità di tornare al passato: chi pensa di tornare alla situazione precedente, forzando i vincoli che stanno emergendo, rischia un'amara disillusione.

Come sostiene Matarasso "non è una crisi: è un’apocalisse. Non c'è nessuno a cui rivolgersi per un sostegno, perché tutto il settore culturale sta combattendo le proprie battaglie. E questo sgomento affligge non solo il settore culturale. Ci siamo dentro tutti insieme, ma ognuno di noi deve affrontare i propri problemi"[1].

Anche Daniel Bangla Gubbay - direttore artistico del Kunstenfestivaldesart - ha evidenziato come non si possa pensare a un “post-covid” che ci consenta di riprendere la nostra vita laddove l’abbiamo interrotta, dobbiamo imparare a vivere questa nuova situazione. Questo significa che dobbiamo pensare a come rielaborare le nostre azioni e attività a partire dalla definizione del senso e del valore che vogliamo generare in quanto curatori, responsabili di istituzioni culturali, artisti e policy makers: “per tutte le istituzioni che producono e creano arte e cultura, la domanda ritornerà ossessiva, perché, per cosa? Se non per poter pensare diversamente e liberarci dai lacci che ci si stringono attorno in questa crisi?”[2]

Se continuiamo a pensare che questo periodo presto finirà e tutti noi torneremo alla normalità commettiamo un grande errore; dobbiamo essere in grado di cambiare letteralmente prospettiva; non stiamo vivendo un temporaneo momento eccezionale, ma la pandemia ha aperto le porte a una nuova realtà temporanea, che spetta a noi caricare di senso, per trasformare la nostra attività in pratiche innovative che non erano nell’orizzonte delle nostre previsioni, per ripensare le domande fondative rispetto al ruolo e alla responsabilità sociale ed etica che abbiamo nei confronti dei nostri stakeholders siano essi artisti, sostenitori e pubblici intesi come comunità, per ridare senso alla relazione e per comprendere il significato e la ragione del nostro agire, ma anche per porci la domanda circa il valore che vogliamo generare.

Ci troviamo nel bel mezzo di uno tsunami, che il mondo degli operatori culturali sta guardando con preoccupazione e ansia, che scuote profondamente le fondamenta delle istituzioni, delle aziende, dei singoli professionisti e degli individui. I leader di oggi sono sotto il peso di una grande responsabilità. Potrebbe passare molto tempo prima che l'attenzione di coloro che gestiscono le nostre grandi istituzioni sposti la propria attenzione dalla necessità di operare un salvataggio a quella del recupero. Ma ancora prima di porsi in questa dimensione attitudinale, dobbiamo interrogarci su cosa vogliamo salvare e perché.

La ripartenza è circondata da incertezze e vincoli che metteranno seriamente in discussione i modelli di sostenibilità del settore dello spettacolo; un settore già strutturalmente frammentato, con un'economia debole connotata da una forte dipendenza dal finanziamento pubblico, una modalità di lavoro schiacciata da una progettualità che impedisce spesso una visione a lungo termine, con un'occupazione che soffre di una diffusa precarietà e instabilità.

Dobbiamo ricostruire un nuovo presente, che si nutra dell’esperienza che il lockdown ha generato, che in modo consapevole scelga a quali condizioni non è più disposto a tornare, che trovi un senso e un ruolo per rispondere ai neonati bisogni di una società civile frantumata, ferita, impaurita, ma anche caratterizzata dall’accentuarsi di quella “crisi di fiducia” che già secondo Bauman aveva sancito lo scollamento tra chi disegna le politiche ed i suoi cittadini, ed è ora ulteriormente alimentata dalla difficoltà della ripresa e dalla nebulosità dei decreti attuativi.

 

Se attualmente il dibattito su come navigare la complessità è molto vivace e agguerrito, non altrettanto quello che cerca di prefigurare i futuri possibili in termini di desiderata: che mondo vogliamo? A cosa diciamo no? Cosa non siamo più disposti ad accettare? Ancora una volta il piccolo mondo della cultura può essere visto come un microcosmo all’interno di una società più ampia, e può facilmente diventare una sorta di arena privilegiata per affrontare questo dibattito e lanciare un approccio più radicale e controcorrente, come spesso affermato anche dall’amica e collega Giuliana Ciancio.

Assodato che il "ritorno alla normalità" non è la via, né quello che molti vogliono, tuttavia nelle azioni e nelle politiche di emergenza di molti governi c'è un desiderio di tornare a una normalità, ormai non più possibile. Il dibattito aperto sulle modalità di riapertura e ripresa degli spazi performativi ne è una cartina al tornasole: è impensabile pensare che basti l’applicazione delle misure di sicurezza per poter riprendere le normali attività: a che prezzo? Questo non significa solo ridurre ed erodere le già fragili economie del settore, ma non porsi la questione etica legata alla equa redistribuzione dei posti disponibili, per evitare che “le attività culturali si concentrino sui segmenti di domanda più disponibili a pagare, abdicando al ruolo di public engagement e di ricucitura delle molteplici disuguaglianze in termini di accessibilità alla cultura e all’informazione, alle tecnologie, impegnandosi a contrastare il diffondersi della povertà educativa e dell’esclusione culturale”[3]. Ma significa anche non avere piena consapevolezza delle implicazioni che queste misure restrittive possono comportare per il settore, che in alcuni casi si trova nell’impossibilità di agire stante le norme date (pensiamo al numero massimo di 200 persone compreso pubblico, personale, attori, tecnici, etc.).

La pandemia sta aprendo una sfida, la sfida di un radicale cambiamento di direzione. Per gli attori culturali, significa ripensare il proprio ruolo e il proprio significato nella società in modo sostenibile e significativo. Qual è il valore culturale? Come può la cultura diventare un asset strategico per ricostruire un futuro comune insieme ai cittadini? Come farlo in modo sostenibile? Quali sono le mie monete di scambio? Perché dovrei essere finanziato? Cosa sono in grado di restituire a una società che necessita di ritrovare nuovi valori sociali ed etici? Come farlo nel rispetto di un approccio etico che non soverchi e non si dimentichi dei soggetti di piccole e medie dimensioni che non hanno quella solida base strutturale ed economica che caratterizza i soggetti più istituzionali? Come farlo riconoscendo una remunerazione adeguata ai tanti lavoratori del comparto, senza “forzarli” a un ulteriore slancio di generosità?

Se tornare alla normalità rappresenta l’aspirazione di quanti erano soddisfatti di come funzionava il mondo in precedenza, la pandemia potrebbe dischiuderci nuove possibilità, nel momento in cui siamo in grado di coglierle. Ma questo richiede un approccio sistemico e non autoriferito, in relazione e sinergia con tutti gli attori del mondo sociale, educativo, sanitario, economico; richiede la mobilitazione di un'intera società (compresi i suoi artisti) verso un obiettivo comune. Riaprire le istituzioni culturali così com'erano non è un rinnovamento, è un modo per tornare al passato che significa riaprire istituzioni culturali che assorbono la maggior parte delle risorse pubbliche, ma raggiungono una piccola parte della popolazione; perpetuare o peggio avviare forme di partecipazione ancora più elitarie, perché basate sulla volontà e sulla possibilità di pagare; ricorrere a forme di protezionismo nazionalistico per valorizzare le proprie peculiarità a scapito di una società inclusiva che entra in dialogo con tutti i cittadini (dai nuovi cittadini agli anziani ai bambini); depauperare ulteriormente il comparto, costringendo i suoi lavoratori ad accettare condizioni sempre meno accettabili con la conseguenza di rendere sempre più il lavoro “culturale” appannaggio di coloro che “hanno le spalle coperte”.

Se le istituzioni e le organizzazioni culturali vogliono continuare ad avere un ruolo diretto nel proprio contesto, dovranno dotarsi di ulteriori competenze e iniziare a interagire con interlocutori afferenti a mondi contigui per poter gestire istanze che non hanno a che fare solo con il mondo dello spettacolo, dell'arte e della cultura, ma sempre più con il mondo dell'educazione, del benessere e della salute; e devono farlo in modo cooperativo e collaborativo, chiamando i cittadini e le persone (quello che fino ad ora abbiamo chiamato pubblico) ad entrare a far parte di questo dibattito.

Durante le prime fasi della diffusione della pandemia, corrispondenti alle prime fasi del lockdown, artisti, operatori, organizzazioni e istituzioni culturali sono stati animati dall’urgenza e dalle necessità di affermare in modo prepotente il diritto all’esistenza, interrogandosi su quali fossero o potessero essere le modalità per essere presenti e per non scomparire, quali le modalità più consone per mantenere quel legame di prossimità, di vicinanza che si consuma nel rituale di partecipazione ad un evento performativo in presenza. Gradualmente ci si è iniziati a chiedere quali avrebbero potuto essere le reazioni delle persone nel momento in cui avessero avuto la possibilità di uscire dalle proprie abitazioni.

Il ruolo sociale del fare artistico, la dimensione di recovery per l’elaborazione di un lutto collettivo oltre che individuale, hanno portato a uno slittamento di senso, ponendo l'accento su idee, valori, scambio di conoscenze e strumenti per gestire un cambiamento ormai ineluttabile e imprescindibile. Questo ci sta rapidamente portando a spostare l'attenzione dal prodotto artistico alla pratica artistica e dagli artisti alle comunità. Inoltre, alcuni artisti hanno acquisito un atteggiamento più attivista, promuovendo quegli approcci finalizzati a coltivare i valori umani e le contro-narrazioni positive; ripensando il ruolo della cultura e dell'arte per riaccendere i valori della cura, della gentilezza, della compassione, dell'azione, della giustizia sociale e della cooperazione.

Questo ha portato rapidamente a un'eccessiva saturazione di contenuti, attività e performance digitali. In risposta a ciò, molto presto il settore ha iniziato a mettere in discussione la sfera digitale come contesto per consentire, condizionare, enfatizzare o depotenziare le dinamiche di empowerment artistico e professionale. Allo stesso tempo, anche il ruolo delle istituzioni culturali ha iniziato a essere oggetto di dibattito, insieme alle modalità per garantirne la sostenibilità, pur conservando approcci etici.

Il lockdown ha fatto emergere pertanto le potenzialità insite nel digitale, visto non come un mero surrogato del mondo fisico, ma come uno spazio per abilitare e innescare un nuovo approccio che potrebbe avere riverberi anche nella relazioni in presenza, offrendo una sorta di assaggio di un nuovo tipo di socialità in cui i confini tra il creatore, gli artisti e i partecipanti si sovrappongono e generano e potenziano il ruolo attivo del 'pubblico/consumatore' che diventa esso stesso produttore di creatività. Molte persone hanno avuto l'opportunità di riscoprire la loro creatività, di metterla alla prova e portarla all'estremo; mai prima d'ora il consumo culturale è entrato nella nostra vita in modo travolgente e ha permesso a molte persone di tastarne e assaggiarne il sapore. L'isolamento ci ha costretti a rimanere nelle nostre case, ma ci ha aperto nuovi modi di interagire e di relazionarci con il mondo della cultura. Un mondo non solo visto e ammirato/disprezzato da lontano, spesso sentito ostile o difficile o semplicemente "non per me". Il mondo culturale ha avuto l'onestà di presentarsi nudo, nelle sue fragilità e contraddizioni. Le contraddizioni di un mondo caratterizzato da un'estrema fragilità strutturale, dalla quasi totale assenza di forme di ammortizzatori sociali, da un sistema produttivo basato sulla presenza e la mobilità di artisti e opere che oggi non sembrano compatibili con l’Agenda 2030 e con la situazione attuale post covid.

Alcune domande chiave sorgono con rinnovata intensità: qual è il ruolo dell'arte in un momento di trasformazione sociale? Perché facciamo arte, perché e per chi ha senso continuare a usare gli stessi formati e materiali? Su cosa dovrebbe concentrarsi l'arte e che differenza può fare? Fino a che punto gli artisti possono spingersi nella trasformazione sociale senza rinunciare al loro ruolo di creatori e curatori? Il mondo dell'arte può provocare e guidare la trasformazione sociale, uno spostamento di valori, facendoci ripensare il nostro rapporto con la cultura materiale? L’arte può contribuire a ridefinire il concetto di progresso?

Il settore culturale ha dimostrato un incredibile atteggiamento propositivo, mettendo in primo piano il potere trasformativo dell'arte come spazio di intimità e ispirazione ma anche come terreno di espressione del potere civico e sociale: perché l'arte può trasformare non solo gli spazi fisici che occupa, ma anche le persone con cui entra in contatto. Partendo dalla convinzione che l'arte non deve essere intesa solo come un atto di creazione, produzione, esposizione/esibizione di oggetti materiali e/o esperienze, ma anche come il modo in cui gli individui si avvicinano, organizzano e strutturano la propria vita.

Certo, tutte queste riflessioni non sono nuove istanze ma stanno portando a nuove conseguenze estreme, quelle emerse per anni, ma che oggi diventano più urgenti. Questa nuova prospettiva è rivolta a ripensare significati, modalità e pratiche capaci di legare le dinamiche dell'espressione del gesto fisico non solo come poetica ed estetica personale, ma come base per condividere dinamiche civiche e sociali di interrelazione in una comunità.

Vivere questa nuova realtà temporale significa interrogarsi e ripensare le fondamenta del ruolo che la cultura può avere non solo per il singolo individuo (il lockdown ci ha fatto scoprire tutti un po’ più creativi e attivi, sebbene in modo diverso, in un alveo digitale spesso patito in quanto vissuto come l’unica alternativa possibile) ma per il contesto sociale all’interno del quale intende operare.

Il periodo che stiamo vivendo ha anche messo in luce in modo ancora più estremo e dirompente la fragilità di un sistema narcisistico, autoriferito, spesso richiuso in sé stesso. Ripensare il senso dell’agire culturale comporta molti rischi, comporta abbandonare lidi noti, rimettersi in discussione e per farlo serve coraggio, tanto coraggio. Ma significa anche cogliere un’opportunità tanto spesso richiesta a piene voci. Significa ripensare il senso che il fare, condividere e produrre cultura può comportare per porre le basi per una società fondata su scambi egualitari, capace di superare le visioni elitistiche. Significa inoltre operare nel rispetto e in un alveo etico e morale che rivendica la dignità e il valore dell’agire culturale. Per farlo occorre diventare consapevoli del ruolo che si vuole avere per e con la società; non semplice orpello o lusso, ma diritto e bisogno di ogni singolo individuo, rispetto delle diversità nelle forme e nelle espressioni artistiche, rispetto dei bisogni e delle esigenze che i singoli cittadini hanno il diritto di rivendicare. Questo non significa “asservirsi” ma ritrovare una nuova dignità e pertanto necessità di esplorare sentieri fino ad ora non battuti, mettersi in discussione, concedersi il privilegio anche in taluni casi di commettere piccoli errori, ma essere pronti a correggere le rotte.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] Matarasso, F. (2020, April, 5th), What are we saving, and why?. Parliamentofdreams. https://parliamentofdreams.com/2020/04/05/what-are-we-saving-and-why/amp/?__twitter_impression=true&fbclid=IwAR2nmusd1EPwyE8w4c8iDXA6lOwX1TI5169_KNVwEB4MYlSk_D4ravvJ_Ko

[2] Fondazione Fitzcarraldo, Cultura e futuro. Call to action. 10 domande per affrontare la "tempesta perfetta". AgCult. https://agcult.it/a/19481/2020-06-01/riflessioni-cultura-e-futuro-call-to-action-10-domande-per-affrontare-la-tempesta-perfetta

[3] Ibidem

 

Luisella Carnelli è ricercatrice senior in Fondazione Fitzcarraldo, dove si occupa di audience development e audience engagement con particolare attenzione agli impatti generativi sulle processualità creative e i processi partecipativi.

ABSTRACT

There is an animated debate about how to navigate the actual complexity, but much less about what world we want, what we say no to, what we no longer accept. In this context, the small world of culture is a microcosm of the wider society, and it can easily become a kind of privileged arena to tackle this debate and launch a more radical and counter-current approach. It is clear enough that ‘back to normal’ is neither a way nor what many people want, even if in the emergency actions and policies of many governments there is a wish to get back to normal that fails to see that it is not possible. The pandemic is offering the chance to make a radical change of direction. For the cultural actors, it means re-thinking their role and their meaning in the society in a sustainable and meaningful way.

 

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