Vorrei partire da due dati: da una parte la ricerca dell’Osservatorio Culturale del Piemonte che ha monitorato i consumi degli utenti dell’abbonamento musei in Lombardia e in Piemonte durante la fase più acuta del COVID, e che fondamentalmente ci dice che c’è stato un apprezzamento della proposta di contenuti digitali… l’apertura di archivi, i tour virtuali, ma anche webinar e incontri.

Certo, il campione monitorato è composto da un pubblico molto motivato, quelli che si possono definire forti consumatori culturali, tendenzialmente adulti. Un campione quindi non rappresentativo dell’intera popolazione italiana; una volta si diceva una “nicchia”, ma una nicchia sulla quale il settore culturale conta e che, inoltre, non per forza è orientata alle innovazioni in campo tecnologico.

Ma il risultato di cui parlavamo significa che queste pratiche (anche se spesso sono un po’ raffazzonate e messe in piedi dal nulla come risposta all’emergenza) sono state premiate, hanno comunque incuriosito e sono riuscite a creare complicità tra gli utenti e gli enti culturali. Un primo dato interessante che va subito però valutato in maniera precisa: la bonarietà con cui sono state recepite queste proposte non sarà la norma. Tour virtuali, seminari e lezioni a distanza, streaming, accessi ai fondi e agli archivi, webinar, per avere un futuro dovranno essere professionalizzati. E qui subito emerge un primo problema: la mancanza di figure di riferimento mediale e digitale in molte realtà culturali.

L’IMPROVVISAZIONE NON PAGA

Una mancanza che impedisce la messa in opera costante di proposte e contenuti. Inoltre l’estetica low-fi può essere anche cool per un po’, ma alla fine non paga, e chi produce contenuti mediali seriamente lo sa bene. L’inaspettata chiusura ci ha proiettati in una società digitale che pensavamo già di abitare e che ha mostrato tutte le sue falle: l’improvvisazione di molti istituti culturali, la mancanza di figure professionali, l’imperizia nella scelta degli strumenti. A cui si aggiunge, dal lato dell’utente, la difficoltà, se non addirittura l’impossibilità, all’accesso di molti possibili fruitori. Un problema che lega le carenze infrastrutturali a quelle culturali (nel senso della cultura digitale).

SCARSA DIGITALIZZAZIONE

E questo ci proietta direttamente al secondo spunto di riflessione: il report sulla digitalizzazione realizzato dalla Commissione Europea che attesta questa arretratezza per cui, fondamentalmente in tutti i parametri, l’Italia si assesta agli ultimi posti. Questo significa che, oltre all’assenza di figure professionali all’interno dei singoli spazi culturali, ci mancano poi anche i riferimenti istituzionali. Cioè a dire qualcuno che detta le linee, che imposta la metodologia di lavoro, che definisce gli standard e che realizza le infrastrutture (la connessione a internet, per esempio… ma anche i computer per gli studenti). Nella piega di queste due analisi – la disponibilità a fruire anche dopo l’emergenza di contenuti digitali culturali e la debolezza strutturale della digitalizzazione italiana – si situa la necessità di azioni e di pratiche per e da parte del settore cultura.

LA RISPOSTA NON PUÒ CHE ESSERE SISTEMICA

Dal basso deve provenire la richiesta di infrastrutture (su questo punto però non si registrano posizioni forti e unite, a testimonianza anche del basso grado di percezione delle necessità digitali), dalle istituzioni direttive, suffragate però da ricerche serie sui campi di innovazione “vera”. E inoltre la definizione di standard, oltre alla creazione di un sistema. Un sistema significa, non solo mettere in comunicazione diversi enti e istituti, ma anche favorire un interscambio per cui, per esempio, i grandi che riceveranno maggiori fondi per la ricerca possano sviluppare tecnologie e azioni anche per i più piccoli, in una catena sussidiaria che tenga insieme la ricchezza del patrimonio culturale del paese all’interno di una rivoluzionaria operazione di riordino, e soprattutto di reindirizzo (un ruolo fondamentale lo potrebbero giocare le Università se venissero nuovamente messe al centro di un serio discorso sulla ricerca).

In secondo luogo: governare il sistema dettando le priorità. Connettere fondi e archivi con la scuola, la didattica e la formazione creando un sistema unico (come quello bibliotecario) in cui andare a cercare, creare e costruire percorsi per seminari, lezioni, laboratori e così via. Significa, in questo modo, porre la scuola e la formazione al centro di un complesso sistema di rielaborazione (meglio, di rifunzionalizzazione) della cultura. La cultura, allora, va ad attraversare e impregnare di sé ambiti diversi, si ricostruisce intorno a una nuova esigenza, una nuova strategia e nuove forme di engagement del pubblico, a partire proprio dalle scuole e dall’istruzione.

Un pensiero sistemico (io lo chiamerei “digitale”) che significa anche fare i conti in maniera decisa con la questione del copyright, per i testi, e della sicurezza e la privacy, per i dati. Significa affidare un ruolo centrale al servizio pubblico, e quindi Rai, in particolare il suo portale RaiPlay che può diventare, non solo un archivio Rai ancora più funzionale, ma anche un centro produttivo che sperimenta diversi formati con il compito di promuovere nuove soluzioni (che tengano conto di comunicazione, educational, entertainment) e soprattutto cercare nuovi talenti.

La richiesta del settore cultura deve, a mio parere, partire da qui: infrastrutture e una direzione condivisa come base di partenza. E a seguire, l’impostazione sistemica per affrontare la complessità, la maturazione di professionalità e il ripensamento delle strutture secondo una concezione “digitale”, che non significa l’adozione di tecnologie ma la costruzione di un modello complesso che tenga conto di tecnologie, canali e media ma anche di nuovi modelli di fruizione e nuove esigenze industriali.

PER UNA CULTURA DIGITALE

“Digitale” deve veramente significare un modello sistemico in cui ambienti virtuali e reali si trovino in collaborazione secondo modalità che permettano molteplici attraversamenti. Da una parte allargando la capacità esperienziale dei luoghi della cultura, dall’altra sostenendo una sempre più massiccia presenza e personalizzazione dei contenuti per professori, ricercatori, creativi.

Un sistema che, tra l’altro, permetterebbe una internazionalizzazione importante della cultura italiana: non pensata come in passato come mera vetrina del “bello italiano”, ma come un vero progetto complesso sulla cultura nazionale. Una maniera di innervare la conoscenza della cultura italiana, stimolare gli studi sull’Italia (e l’italiano), ma anche favorire una ricaduta turistica.

Nei mesi di chiusura per l’emergenza COVID ci siamo accorti di vivere già in una società digitale. Di essere definitivamente immersi, non tanto in una società delle tecnologie, ma in una società che ha modificato radicalmente se stessa, i propri canali di comunicazione e le proprie abitudini all’informazione, il sistema culturale ma anche quello cognitivo. In profondità.

Ora sta a noi: tutto questo può essere una risorsa e un’opportunità, oppure no? Certo, se perdura una certa attitudine a leggere tutto in termini dialettici e oppositivi non se ne esce! Il digitale non ostacola la realtà, non la sostituisce, non oscura il teatro e le mostre. Offre invece la possibilità di averne un’esperienza espansa, ibrida, in una parola, “complessa”. Amplia la possibilità di accedere alla comunicazione e all’informazione, di poterci formare indipendentemente da dove siamo e quanto guadagniamo (o almeno, questo è già adesso virtualmente possibile). Mette la ricerca nella posizione di poter essere aperta e condivisa. Permette a un museo di trovare nuovi pubblici, di offrire le proprie collezioni a scuole e istituzioni.

Sostituire? Tutt’altro! La cultura digitale è ontologicamente orientata ad aumentare, espandere. Tutto bene allora? Certo che no! Dobbiamo affrontare una crisi di sistema, dobbiamo regolamentare il cambiamento. Non dobbiamo disperdere persone e competenze. Abbiamo la responsabilità di conoscere le tecnologie e le dinamiche che le regolano, così come la cultura che sta derivando dall’insieme di trame che si infittiscono nella nostra società. Solo allora potremo indicare percorsi, normare le questioni, evitare i problemi, rispondere alle sollecitazioni. Prendiamo, ad esempio, la scuola: certo che dobbiamo tornare presto alla didattica frontale, ma perché disperdere il patrimonio dell’esperienza in remoto? Per realizzare seminari, per avere testimonianze, per creare tutorial e connessioni con centri culturali, archivi, enti. Per moltiplicare i tour e le gite, in parte in presenza e in parte virtuali.

IL PIANO EDITORIALE

Serve un piano editoriale in questo senso. Un piano editoriale perché è l’unico modello che potrebbe sostenere effettivamente questa complessità. Proprio come in una casa editrice il progetto si struttura su diverse collane, diversi redattori e comitati scientifici, con un’offerta che varia, sia per contenuti che per supporti e che trova una propria definizione in forme distributive diverse in modo da attrarre pubblici con il proprio capitale di conoscenze e di competenze (oltre che di testi vecchi e nuovi, archivi e produzioni). Abbiamo bisogno di una competenza editoriale, oltre che digitale.

Basta improvvisazione… tutto il tesoretto dell’emergenza deve ora diventare risorsa strutturata. Tutti i nodi che l’emergenza ha proposto in maniera così drammatica (e che… suvvia, ammettiamolo! erano già belli in evidenza anche prima…) ora devono davvero trovare una allocazione.

Solo un modello di questo tipo, sostenuto dalle infrastrutture del sistema Paese (secondo una impostazione su medio periodo, che non si affidi ai fondi a pioggia e nemmeno a bandi troppo specifici) e dalla costruzione di un team con professionalità adeguate può rispondere alle sfide che sono culturali nel momento stesso in cui si presentano come tecnologiche. Governare, indirizzare, normare, disciplinare fenomeni come l’intelligenza artificiale, il complesso sistema dei dati e la loro estrazione e analisi, il machine learning, la emergente XR (expanded reality), significa che ogni fondo, archivio, biblioteca, museo, galleria diventi un media player con una gestione che preveda nuove convergenze tra comunicazione, marketing, produzione, fruizione, ricerca di pubblici e proposta culturale. Un modello editoriale in cui tutto converga nel momento stesso in cui sperimenta continue linee di fuga.

E questo implica anche (sia a livello più generale che particolare) l’attivazione di forme di accordo con i grandi player dell’ICT che possono divenire sostegni distributivi ma anche partner produttivi, ma che non possono essere (come spesso capita ora) l’unico riferimento. Abbiamo toccato con mano come l’accesso all’informazione, alla comunicazione, all’istruzione e alla sanità sia ormai regolato e sostenuto da piattaforme digitali. Spesso private.

Ma se l’accesso si identifica con la partecipazione, e quindi con la reale attività democratica, possiamo incorrere in alcuni problemi nel momento in cui piattaforme private possono decidere di sospendere il servizio, di modificarlo, di censurare. Non è inusuale che lo Stato si accordi con il privato, ma forse sui servizi fondamentali deve avere un controllo diretto e che sia di garanzia per i cittadini. Le ICT non sono certamente il male, ma la prassi democratica è altra cosa.

E lo stesso vale per le istituzioni culturali che devono essere in grado di contrattare le proprie necessità digitali. Un manager digitale, in questo sistema editoriale, sarebbe il collante reale delle diverse anime dell’istituzione culturale, inoltre avrebbe il compito di dialogare con il sistema nazionale (ed europeo, di conseguenza) ma sarebbe anche la persona preposta a una valutazione delle possibilità di usare o sviluppare piattaforme, cloud, software. Questa è la strada. Percorribile, ancora una volta, solo nella consapevolezza delle opportunità e delle sfide del presente digitale e nella capacità di affrontare in maniera sistemica la complessità che ne deriva.

I grandi player gestiscono i dati e i dati sono la sostanza specifica della società digitale. Della nostra società. A uno sguardo sistemico sui dati, sulle politiche dei dati, che sono anche politiche del lavoro e quindi dell’ambiente, della cultura… a questo sguardo sistemico che attiene ai governi, bisogna aggiungere uno sguardo sistemico di chi opera nell’ambito culturale che deve tenere presente che “digitale” non è la cassetta degli attrezzi di tecnologie da usare, bensì un sistema di pensiero, un modello economico. È lo spazio del presente che è occupato soprattutto da grandi player. Aprire una serie discussione con questi (così come in passato si è fatto con l’industria, per esempio) è non solo fondamentale, ma molto più semplicemente, logico.

Simone Arcagni è professore all’Università di Palermo e insegna allo IULM di Milano e alla Scuola Holden di Torino. Studioso, consulente, curatore e divulgatore di nuovi media e nuove tecnologie. Collabora con «Repubblica», «Nòva-Il Sole24Ore», «FilmTV», «Segnocinema», «Che Fare», «Impactscool Magazine» e altre riviste e giornali. Tiene un blog sul sito «Nòva100». Ha fondato e dirige la rivista scientifica «ESJournal» e cura “VR Stories”, festival e mercato internazionale di realtà virtuale. Recentemente in qualità di curatore ha firmato la mostra “Futuri passati” (Biennale Democrazia/Polo del ’900) e #FacceEmozioni (con Donata Pesenti Campagnoni per il Museo Nazionale del Cinema). Tra le sue pubblicazioni, Oltre il cinema (2010) e Screen City (2012). Per Einaudi ha pubblicato: Visioni digitali (2016) e L’Occhio della macchina (2018).

ABSTRACT

The COVID emergency has highlighted a new phase for the digital technology: on one hand, its necessary and essential role; on the other, the underdevelopment of our country and, specifically, of the cultural sector. We therefore need to launch an infrastructural and cultural plan that allows us to take advantage of digital opportunities. Digital culture must be tackled in this complex system, perhaps by adopting practices according to an editorial models capable of keeping proposals, audiences and different formats together. And also experimenting with new technologies, seeking skills and professionals.

 

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