© Foto cover di Howard Boucheverau su Unsplash

Il Guardian ha recentemente proposto un interessante articolo in cui – argomento apparentemente ozioso – si rimarca come la formula di visione delle serie, come quella proposta da Netflix, incoraggi l’utente a “saltare” i credits finali, che altro non sono se non la documentazione e la firma autentica sul frutto del lavoro di centinaia di addetti ai lavori, che alla realizzazione del singolo episodio hanno contribuito in maniera decisiva. Al netto delle considerazioni interessanti da parte dell’autore, che sottolinea come il momento dei titoli di coda sia un importante luogo mentale di decompressione e prima rilettura di quanto appena visto, quello che personalmente rimane impresso nella mia percezione è che in questo modo si depotenzia – in maniera nemmeno troppo implicita – ruolo e funzione di chi ha consentito che l’opera esistesse.

Ancora risuonano nelle orecchie di molti le parole con cui – durante le dirette Facebook dedicate alle misure di sostegno al tessuto produttivo del paese nel post-Covid – il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha scelto di sintetizzare il contributo dei professionisti della cultura alla vita delle persone, che può riassumersi con un generico “divertire la gente” legato a una dimensione semantica “simpaticamente” – e dunque disastrosamente – riduttiva.

Il Sunday Times, da par suo, ha pubblicato un articolo che rende noti i risultati di un sondaggio condotto su oltre 1.000 giovani di Singapore per stabilire quali siano le professioni meno essenziali nella loro percezione, rilevazione dalla quale è emerso che a guidare la classifica c’è “l’artista”, elemento significativo per quanto totalmente indefinito. Al di là delle considerazioni sulla peculiare condizione del pubblico di quell’area geografica coinvolto nell’indagine (in un momento assai delicato per la diffusione del coronavirus), quel che resta significativo è il rilievo che la notizia ha scatenato in rete, coinvolgendo – letteralmente – centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo, dimostrando di aver toccato un nervo scoperto. La replica più adatta è contenuta in uno dei post degli utenti che hanno riportato il tutto sui social, contribuendo a rendere virale la discussione in merito: senza “artisti” (e si passi ancora per comodità espositiva l’approssimazione) non esistono molte delle “cose” (leggi: produzioni culturali e creative) che invece le persone ritengono assai rilevanti.

L’ESIGENZA DI VALORIZZAZIONE DI PROFESSIONISTI E ORGANIZZAZIONI

Sono diversi e diffusi i segnali – più o meno espliciti – di marginalizzazione della figura e dell’identità stessa dei lavoratori della cultura e della creatività, il cui profilo è stemperato da una somma di fattori estremamente impattanti. Quelli più significativi, legati (anche) a una mancanza di codificazione e di strutturazione istituzionale, sono ben descritti dalla recente ricerca della Fondazione Fitzcarraldo dedicata agli “Aiuti e ammortizzatori nel mondo culturale: una ricognizione delle fasce escluse” e focalizzata a produrre “Note per la definizione di interventi a sostegno degli invisibili”.

Se il mancato riconoscimento sistemico dei professionisti della cultura in uno statuto espresso ed esplicito è un problema, anche la mancanza di proattività di operatori e organizzazioni nel raccontare, documentare e rendere – più che legittimamente – evidente la propria funzione (oltre che la propria esistenza, a volte), in particolar modo in ambiente digitale, è un problema da affrontare seriamente per iniziare un reale percorso di valorizzazione, oltre che di auto-riconoscimento.

Guardando anche all’aumento dei consumi culturali digitali in quarantena (di cui si è scritto qui) appare quindi sempre più necessario un allineamento delle competenze (e della relativa visione) del mondo delle professioni culturali –  sia individuali sia a livello di organizzazioni – a un approccio digitale più consapevole e maturo, che possa trasferire il senso del valore del processo che sta dietro il prodotto/servizio di cui il pubblico gode e al quale è legato.

L’essenzialità della presenza digitale è fotografata da alcuni dati analizzati e diffusi dalle maggiori istituzioni dedite alla ricerca. Un punto di svolta è stato il rapporto 2017 sulla comunicazione in cui il Censis ha esplicitamente individuato i social media come luogo di formazione dell’immaginario collettivo dei giovani. Unendo i puntini emerge il quadro definito di come oggi essere “professionali” voglia dire – anche – ideare, costruire e gestire nel modo giusto una presenza in rete che non si risolva in un’attività meramente formale, ma capace di restituire il senso del valore del proprio profilo ma anche dell’ambito di attività nel quale si opera.

PREPARARSI AL “GIOCO” DIGITALE IN MODO PROFESSIONALE

L’adattamento alle “regole” del digitale passa innanzitutto dall’adeguamento a un uso corretto dei suoi strumenti, un problema spesso avvertito ma non abbastanza affrontato dagli operatori, spesso per mancanza di indicazioni precise. In tal senso però sono due i progetti-guida che possono fornire un supporto importante a chi voglia impegnarsi.

Connetti la Cultura è un progetto di accompagnamento alla trasformazione digitale del settore culturale realizzato da ICOM in collaborazione con Google Arts & Culture, ed è nato durante la crisi da pandemia “per aiutare chi opera nel settore culturale a digitalizzare programmi e contenuti, aiutando le comunità a rimanere connesse alla cultura e unendo le persone attraverso la sua condivisione collettiva”.

Una dichiarazione d’intenti che rende piena giustizia a un documento che individua azioni, pratiche e strumenti che dovrebbero (nel senso più ottativo possibile del termine) entrare a far parte del bagaglio operativo di qualsiasi operatore creativo. Il taglio è assolutamente pratico e descrittivo, per facilitare al massimo l’attivazione del lettore. Anche se molti elementi non sono del tutto circostanziati da dettagli tecnici alla base – che distrarrebbero solo dalla corretta interpretazione dei consigli dati – le indicazioni sono assolutamente pertinenti e utili, dalla prima all’ultima.

Le sezioni riguardano (1) come raggiungere il proprio pubblico, (2) come ripensare gli eventi live in chiave digitale, (3) come utilizzare nel modo più efficace il proprio archivio di materiali digitali, (4) come creare contenuti “in remoto” e infine (5) una serie di ispirazioni (da buone pratiche a livello globale) per trovare delle linee di contenuto plausibili e funzionali per tutti i settori culturali.

Per chi non si lascia frenare dalla barriera della lingua (inglese), utile anche il Digital Cultural Compass, approntato dall’Arts Council England, nell’ambito del programma Culture is Digital. Si tratta di un toolkit digitale a supporto di professionisti e organizzazioni artistiche, culturali e impegnate per il patrimonio culturale, con lo scopo di favorire l’integrazione delle metodologie e delle pratiche digitali nella loro attività. Una risorsa che prevede innanzitutto due strumenti utili ad analizzare la propria condizione sui temi del digitale e a pianificarne degli sviluppi costruttivi, e si inserisce nel più ampio ambito definito dalla predisposizione di altri supporti dedicati (ed elencati qui).

LA PREPARAZIONE SPECIFICA SU MUSEI E SOCIAL MEDIA

Per chi tra gli operatori museali volesse addentrarsi in modo più “verticale” nella preparazione per una gestione efficiente dei canali social, è ancora l’ICOM a fornire un ottimo strumento di alfabetizzazione primaria, oltre che di organizzazione delle relative attività con il documento Social Media Guidelines. Il documento, dopo aver fornito un quadro orientativo del rilievo dei social media per gli utenti, offre nozioni di primo ma efficace contatto con tutti i temi di base essenziali per costruire una presenza significativa.

L’enunciazione dei principi alla base dell’iniziativa – dichiarati dalla medesima organizzazione – chiudono il cerchio del ragionamento di questo articolo, partendo proprio dall’assunto della rilevanza assoluta della pratica digitale e della comunicazione digitale: “La comunicazione è generalmente considerata come uno degli aspetti cruciali per ogni tipo di organizzazione, commerciale o non profit come l’ICOM e i suoi comitati. Però la comunicazione è raramente la priorità principale, e questo paradosso è ancora più evidente in relazione alla comunicazione digitale, ed in particolare ai social media”. Segue la considerazione numerica sugli utenti stimati a livello mondiale – 3,4 miliardi di profili attivi – che non fa che asseverare la necessità di adottare percorsi di pratica digitale per riuscire a (ri)costruire il percorso di senso del valore dell’offerta culturale.

ABSTRACT

Cultural and creative professionals matter, we should say. But cultural and creative practitioners and organizations engaged in the conservation and development of cultural heritage often lack authority and thickness in users' perception, and that makes hard to implement public policies to support them. Putting them on a market perspective and depicting themselves as “real” workers and relevant authors (“makers”) of something actually valuable for the audience is part of an assertive path of self-awareness and confidence needed now even more than ever. The article suggests some free digital toolkits useful to build and enhance cultural and creative professionals' web and social media presence and positioning.

 

Articoli correlati