“As Europe mourns the loss of lives from the COVID-19 pandemic, the European Council extends its deepest sympathy to the victims and their families. As Europeans continue to face extraordinary challenges and uncertainty in their daily lives, all our efforts will remain focused on protecting citizens and overcoming the crisis”.

Queste le prime parole delle conclusioni del Consiglio Europeo di metà luglio che registrano uno storico successo del fronte franco-tedesco, aprendo una chiara opportunità di rafforzamento strategico per l'Unione Europea e per l'Italia stessa. 750 miliardi di euro complessivi per far fronte alla crisi inaudita generata dal COVID-19 (il cosiddetto Recovery Fund), con l’Italia che incassa la quota più alta: 209 miliardi di euro. L’intesa è memorabile perché per la prima volta i Ventisette danno mandato alla Commissione europea di indebitarsi a loro nome per una somma ingente.

Ma essere fra i vincitori del Recovery Fund comporta responsabilità: dalla gestione dei cospicui fondi in arrivo dipenderà in buona parte la credibilità dell'intera operazione di salvataggio dell'economia Ue e, non da meno, il futuro del nostro Paese. Che evidentemente non si gioca semplicemente su una visione efficientista della spesa pubblica. Passare da una mera logica di quantità a una (crescita) di qualità è forse la sfida più difficile che ci si pone davanti.

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Nel campo della cultura, Elio Germano in questi giorni ce lo ha ricordato molto bene: “Pensiamo meno agli incassi e più alla qualità, o quello della cultura italiana diventerà un mondo preoccupante”. E come affrontare il nodo della qualità se non ri-partendo da rinnovati modelli di educazione culturale e artistica? “La storia dell’arte dovrebbe essere intesa come una presenza necessaria, ineliminabile nella formazione delle generazioni future. Perché suggerisce un dialogo sempre problematico con i fenomeni; è fondamento della coscienza critica; stimola l’intelligenza creativa; offre gli strumenti per abitare diversamente il mondo; aiuta a collegare il reale e l’immaginario; disegna i confini all’interno dei quali geografie non contigue — storia, letteratura, filosofia, scienze e religione — pur salvaguardando differenze, specificità e tensioni reciproche, si co-appartengono e scoprono finalità e significati comuni. [...] Del resto, come aveva sottolineato Argan, «la cultura di un periodo si costruisce con l’arte, non meno che con il pensiero scientifico, filosofico, politico, religioso» [...]. E, tuttavia, bisognerebbe abbandonare un’idea talvolta troppo conservatrice e decadente di questa disciplina, per porla in risonanza con il cinema, la fotografia, l’architettura, il design e la moda, delineando i confini di una sorta di galassia delle culture visuali, sulle orme della lezione di studiosi come Ragghianti, Argan, Brandi, Menna e Dorfles” (Vincenzo Trione, Corriere della Sera, neonominato ai vertici della Fondazione Scuola dei Beni Culturali, il più alto livello di formazione post-phd che prepara la futura classe dirigente delle istituzioni culturali nel nostro Paese).

Siamo pronti ad abbandonare vecchi modelli? Le vicende Uffizi-Museo Egizio ci hanno fatto molto riflettere a questo proposito. Cosa significa fare storia dell’arte oggi? Cosa significa farlo in maniera attrattiva ma soprattutto rilevante per le nuove generazioni? Due i modelli a confronto in questi giorni: la Ferragni di passaggio agli Uffizi da cui il post Instagram provocatorio del museo, da un lato, e il video girato da Mahmood al Museo Egizio di Torino. Da un lato, quindi, una rinnovata attenzione al museo generato dalla visita di un’influencer e un immediato e significativo aumento delle visite dei giovani nei giorni successivi (da venerdì 17 a domenica 19 luglio sono entrati agli Uffizi 3600 tra bambini e ragazzi fino a 25 anni, contro i 2839 del weekend precedente: 761 in più, pari a un +27%); dall’altro, un progetto culturale, che unisce Egitto antico e contemporaneo e la cui valenza è stata persino in qualche modo offuscata dallo spesso sterile dibattito generato dal caso Ferragni. Quali insegnamenti trarne? Molti, se abbiamo sguardo attento. I numeri degli Uffizi parlano chiaro: in effetti un influencer porta visitatori. Sembra ovvio, ma molti avrebbero giurato che non sarebbe successo. Eppure, restano molte altre domande da esplorare: ai giovani cosa resta? Quanti torneranno al museo e cosa porteranno con sé? I social media ci danno accesso a un bacino d’utenza potenzialmente enorme, ma per anni abbiamo discusso della necessità di andare oltre la misurazione degli impatti attraverso indicatori sui pubblici, senza allo stesso tempo demonizzarli. E allora perché non proviamo a guardare oltre? Il numero dei visitatori non è una metrica sufficiente a misurare gli impatti, ma resta complesso trovarne di migliori se non ci poniamo il problema. Di nuovo, come associare qualità a quantità, muovendosi in uno scenario contemporaneo? Come passare per esempio da un modello di visita che si fonda – almeno per i grandi musei – sui turisti a uno di comunità in cui ogni cittadino, dal più giovane al più anziano, ne rivendica la “proprietà” e appartenenza? D’altronde, la comunità come strumento efficace di tenuta dei centri culturali si sta affermando con forza, a patto che non venga meno il necessario sostegno pubblico ai territori disposti a prendersi questo onore e onere.

IN QUESTO NUMERO

Con la pausa estiva di un anno senza precedenti, vi offriamo un numero di deep diving per una lettura ancora più lenta e profonda con cui accompagnare la vostra passeggiata al mare, montagna o campagna, o il vostro pre-aperitivo; per stimolare le riflessioni e attivare il dibattito.

In questa direzione, nella certezza che le diseguaglianze siano il freno allo sviluppo sociale ed economico, abbiamo accolto l’invito dell’economista della cultura Flavia Barca, membro del nostro ispiring committee di redazione, a lanciare la prima call for paper di Letture Lente, scegliendo come campo l’equità di genere. Barca, che a inizio del 2020 ha co-curato un numero di Economia della Cultura dedicato alle “Discriminazioni di genere nei settori culturali e creativi”, ci invita a dilatare la riflessione, mettendo sotto esame con un contributo corale, i principali squilibri del settore, ma focalizzando l’attenzione sul ruolo che il mondo della cultura può agire sulle disparità, partendo dal genere. Come afferma il magazine N-enne del Polo del ‘900, con il numero monografico 1/2020, “La parità non (d)esiste”, i gap hanno un costo, economico e sociale. “Se prendiamo in considerazione l’orizzonte di parità tracciato nel 1981 dalla convenzione per l’eliminazione di tutte le discriminazioni contro le donne-CEDAW”, nonostante gli oggettivi progressi siamo lontani dall’orizzonte di parità, soprattutto nel potere politico (25%). Proprio a causa della grande crisi che ha modificato il contesto globale, “con nuove incognite sul benessere individuale e sociale, sulle democrazie (…) sono plausibili dolorosi arretramenti sul campo dei diritti” dei più svantaggiati. “Mai come in questo momento” in cui si parla della necessità di una società, di una economica della cura, del prendersi cura, il mondo ha bisogno di far esprimere “le potenzialità e gli sguardi delle donne” per trovare un nuovo centro. Da settembre, per qualche mese avremo un appuntamento fisso sul tema.

Ma non solo. Sulla necessità di convergere per affrontare le sfide sociali, alimentando un nuovo welfare, riteniamo che impresa sociale e cultura abbiano necessità di riscoprirsi. Accelerata dall’emergenza, si apre a nostro avviso una partita importante, riposizionando strategicamente una mole di esperienze ”troppe volte derubricate a nicchia”, alzando le aspettative in un momento in cui “la cultura si è potenziata nell’alveo della socialità(…) con una carica generativa”. Paolo Venturi fa un affondo in questo numero, dopo un primo accenno nel precedente, nella conversazione con Pier Luigi Sacco su “nuove grammatiche per la ripartenza”. Un testo che apre le prospettive di un “cantiere” e intorno al quale coaguleremo pensiero.

Il quadro che si configura è internazionale. Annalisa Cicerchia commenta per noi il recente rapporto della Commissione Cultura dell’United Cities and local Governments (UCGL, organismo di grande influenza sulle Nazioni Unite) che ha come obiettivo rendere esplicito il rapporto tra politiche culturali e sviluppo sostenibile, con interventi sui diritti umani, sull’empowerment delle persone. “Assicuriamoci che la cultura possa esprimere tutto il proprio potenziale in risposta alla pandemia”, capitalizzando l’apprendimento della mobilitazione #beyondtheoutbreak.

Semi che ritroviamo nel turismo di nuova generazione – Giancarlo Sciascia, nella partecipazione digitale   – Claudio Calveri, nelle visioni interconnesse che compongono il volume “Rimediare Ri-Mediare” (edito da FrancoAngeli) – Francesco De Biase, nella rinnovata necessità di condivisione e scambi con altre culture diverse – Anna Detheridge, come nei contributi sulla progettazione del futuro di Symbola, nostro partner, e nel segnale positivo che ci giunge dall’Europa, che aumenta del 7% il budget di Europa Creativa – il principale programma europeo di supporto ai settori culturali e creativi, di cui ci parla PierLuigi Sacco. Il programma passa da 1,52 (ultima proposta della Commissione due mesi fa) a 1,64 milioni di euro. Con un aumento meno ambizioso rispetto ai 2,8 milioni di euro inizialmente proposti dal Parlamento europeo, il budget di Europa Creativa continua dunque a rappresentare ben meno dell’1% del budget europeo (0,08%), ma si tratta pur sempre di un incremento che segna la giusta direzione in un momento molto complesso per tutti.

A questi approfondimenti aggiungiamo un suggerimento. Riprendere qualche lettura dai mesi precedenti, materiale utile a farsi le domande giuste, come punto di ripartenza.

Ecco quindi alcuni contributi – di autori noti ed emergenti – che abbiamo selezionato per voi:

- Fondazione Fitzcarraldo: Cultura e futuro. Call to action. 10 domande per affrontare la "tempesta perfetta"

- Simona Bodo: La narrazione nei musei ai tempi del Covid-19

- Alessandro Bollo: L’opportunità di un’alleanza strutturale tra settore culturale e settore dell’educazione

- Cristina Alga: Sotto il sole del Sud la cultura è sociale

- Alessandra Rossi Ghiglione: Un'alleanza di comunità per una cultura bene comune e risorsa di salute

- Giuliana Ciancio: Contraddizioni e opportunità delle pratiche creative a base partecipativa

- Fabio Viola: Le città siano spazi per CreAttivi (makers, innovatori, artisti...) per generare mitologie contemporanee

- Antonio De Rossi e Laura Mascino: Sull’importanza di spazio e territorio nel progetto delle aree interne 

- Emanuela Gasca: Put people first. Turismo post Covid: scenari e domande aperte

Buona #letturalenta,

Catterina Seia e Valentina Montalto

 

Letture Lente è la rubrica di approfondimento culturale di AgCult, che ospita recensioni di libri e studi, e riflessioni di studiosi e professionisti che ruotano attorno al tema della Cultura in una duplice accezione: Cultura, quale patrimonio di conoscenza che concorre alla formazione dell'individuo sul piano intellettuale e morale e all'acquisizione della consapevolezza del proprio ruolo nella società; e Cultura quale settore di attività che ha di per sé una valenza sociale ed economica ma il cui valore viene moltiplicato dalle interazioni che intercorrono tra il comparto culturale in senso lato (musei, audiovisivo, video giochi, editoria, musica, teatro, arti visive, artigianato, ecc.) e numerosi altri settori di attività, dal turismo alla salute, passando per le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. È in questa duplice veste che Letture Lente tratta del tema Cultura, interrogandosi in particolare sul ruolo che questa può giocare di fronte alla sfide epocali identificate dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile – dalla povertà educativa, alle disuguaglianze di genere al cambiamento climatico. Vedi anche: “Letture Lente”: studi e approfondimenti, oltre la notizia

 

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