Se della crisi innescata dal COVID-19 nel nostro Paese esistesse la mappa, sarebbe difficile segnare in quale punto ci troviamo, oggi, alla metà di agosto 2020. Possiamo escludere però di esserne fuori.
Certo, molti dei vincoli alla nostra libertà che ci hanno profondamente limitato tra febbraio e maggio sono stati rimossi. Siamo tornati liberi di andare nei parchi, nelle chiese, sulle spiagge, nei bar e nei ristoranti, in molti musei, a sentire musica all’aperto. Tuttavia, scuole e università sono ancora attive solo da remoto. Non possiamo ancora tornare nelle sale del cinema o nei teatri. Viaggiare è permesso, ma è ancora molto faticoso.
Anche se da questa posizione indefinita, si può guardare indietro e cercare di comprendere quanto siamo cambiati e quanto è cambiato il mondo in cui viviamo. Più di qualcuno ha cominciato a fare qualche bilancio provvisorio, mettendo a confronto quello che si era e quello che si è fatto da febbraio a luglio l’anno scorso e quello che si è e che si fatto negli stessi mesi di quest’anno.
Forse non sappiamo di preciso dove ci troviamo, ma possiamo guardare avanti e domandarci dove vogliamo andare.

Si può fare anche un’altra cosa: riflettere e provare a capire se da questa esperienza così fuori dall’ordinario abbiamo appreso qualche lezione, o no.
In questi mesi, il mondo della cultura, o, meglio, le organizzazioni del settore culturale hanno fatto sentire la loro voce in una quantità di incontri, webinar, convegni digitali: una voce sgomenta e spaventata dalle chiusure totali e immediate di musei, teatri e cinema, dall’azzeramento degli spettacoli, dal blocco della didattica, dal fermo degli scavi, dalla cancellazione degli eventi. Per i lavoratori più fortunati, dipendenti pubblici o a tempo indeterminato, sono stati mesi di lavoro a distanza, di rado in condizioni ottimali (il settore, come si sa, ha ampie sacche di sottosviluppo digitale). Per altri, un po’ garantiti, c’è stata la cassa integrazione. Ma per la grandissima platea dei lavoratori precari, intermittenti, stagionali, per le false partite IVA, per gli stagisti a rimborso spese, per tutti quelli che assicurano il supporto tecnico (truccatori, costumisti, elettricisti, addetti alla logistica, ecc.) l’emergenza sanitaria è stato un tunnel buio, e per molti di loro l’uscita non è ancora in vista. Chi si è guardato alle spalle, ha raccontato questa desolazione. I bilanci, per chi li ha cominciati a fare, sono in rosso: gli ingressi mancati, i biglietti non staccati, le sponsorizzazioni sfumate, le opportunità perse.

Altri incontri, convegni digitali, hanno raccolto gli attori del settore culturale per guardare avanti e parlare del futuro. Confessiamo che, in tutti i numerosi appuntamenti sul futuro ai quali abbiamo preso parte, quello che ci ha sorpresi, anzi, spiazzati, è il diffuso desiderio di ritornare al passato. Come se il passato, la normalità di prima, fosse accettabile. E come se l’uragano in cui siamo stati trascinati possa essere archiviato senza conseguenze, messo tra parentesi, e la parentesi spostata in una nota a piè di pagina scritta a caratteri minuti.

Nel Libro dell’Esodo (16), gli Ebrei, appena sfuggiti alla schiavitù del Faraone, liberi, ma affaticati dalla marcia nel deserto, si lamentano: "Oh, fossimo pur morti per mano dell'Eterno nel paese d'Egitto, quando sedevamo presso le pentole di carne e mangiavamo pane a sazietà!”

Nessuna lezione appresa? Nessun dubbio sul fatto che le cose, prima, non andavano bene per nulla – come dimostra il tonfo degli ingressi ai musei, ora che i visitatori vanno reclutati nel pubblico di prossimità, e non più nelle masse di turisti internazionali? Nessun interrogativo su quanto male ha fatto, non solo il fatto che il mondo della cultura e dell’arte fosse congelato, ma che la gente di questo Paese ne fosse privato così a lungo? Nessuna ricerca interiore su come soccorrere e curare attraverso la cultura e l’arte gli sventurati che già stavano o che sono stati sbalzati dalla parte sbagliata del divario sociale (e digitale)?

Le riflessioni che proponiamo ai nostri lettori in questo mese di sosta girano attorno alla sorprendente mancanza di visione interna al settore culturale e di ciò che la produzione culturale può offrire: è il momento di mettere a servizio le competenze e la creatività, non di chiedere che vengano mantenute in vita senza indicare cosa possono dare in cambio. È un tema etico di generosità del pensiero, ancora prima che di do ut des. 

Diceva Paul Valéry che la cultura ha sempre separato e distinto ciò che stava insieme e unito ciò che stava separato: pare poca roba? Oh, come ce ne sarebbe bisogno!

 

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