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Contributo ricevuto in risposta alla prima “call for papers” di Letture Lente a cura di Flavia Barca

La fase storica che stiamo attraversando, fortemente connotata dalla minaccia  planetaria rappresentata dal Covid19, sta favorendo nel nostro Paese l’emersione di una nuova, sincera disponibilità diffusa a ripensare il nostro modello di sviluppo.

Accantonate le ideologie, ci si scopre alla ricerca di costellazioni valoriali coerenti  che  siano in grado di orientare lo  sviluppo futuro, possibilmente superando le contraddizioni e i fallimenti  del precedente modello. L’intelligenza femminile è stata uno dei  caposaldi su cui alcuni e, soprattutto, alcune hanno  cercato e cercano di ancorare il  nuovo paradigma.

In poche parole il ragionamento è  questo:  se una globalizzazione gestita poco e male porta questi frutti e visto che  questo modello di sviluppo emette già da tempo scricchiolii inquietanti, non sarà giunto il momento di rimettere tutto in discussione, a cominciare dai meccanismi di leadership, dalla cooptazione della classe dirigente, dalle dinamiche del potere? E se cambiassimo, se invece di affidarci solo agli uomini, come abbiamo fatto da sempre ci facessimo guidare anche  dalle donne? (c.f.r, scusandomi per l’autocitazione, ”Donne decisive per un nuovo modello di sviluppo” su Avvenire, 16 luglio 2020 e ”Le mezze Italie e oltre”, Avvenire, 27 maggio 2020). Dopotutto lo stesso papa Francesco ha detto recentemente  che peggio di questa crisi  c’è solo il dramma  di  sprecarla.

Sull’urgenza di questo necessario cambiamento non sembrano esserci dubbi:  come evidenziato nel “Rapporto sulla povertà della Caritas di Roma 2019” e nella precedente edizione 2018, la nostra società è interessata da un marcato processo di crescita delle diseguaglianze che rischia di trasformarsi in un bacino ribollente e pericoloso di conflitto, prodotto non tanto dagli “ultimi”(troppo marginali per avere reattività), quanto dai cosiddetti “penultimi” cioè da quella classe media che la crisi economica e il Covid hanno risucchiato nel gorgo dell’indigenza.

Durante il lockdown la Caritas italiana ha realizzato un monitoraggio su 169 Caritas diocesane in Italia: esso ha evidenziato un incremento dei problemi legati alla perdita del lavoro e delle fonti di reddito in quasi la totalità dei casi (96 %) mentre oltre la metà delle Caritas italiane  segnala difficoltà tra le persone nel pagare il mutuo o l’affitto, ma anche difficoltà psicologiche e rinuncia ad avvalersi di prestazioni sanitarie. Sono quelli che il Rapporto povertà 2019 della Caritas di Roma aveva  definito “equilibristi della povertà”, cioè persone, famiglie che “sfangavano la vita” attraverso una combinazione di lavori e lavoretti precari e saltuari, pensioni sociali, lavori irregolari e che durante il lockdown hanno perso ogni forma di sostentamento. In Italia su 450.000 persone accompagnate e assistite dalle Caritas diocesane  nel periodo marzo-maggio 2020 il 34 % dei casi sono definite “nuovi poveri” cioè persone che si sono rivolte per la prima volta alla Caritas.

Di fronte a questo scenario sconfortante il bisogno di cambiare strada suggerisce anche di affidarsi a leader diversi, più “empatici” e più orientati a sostenere i meno fortunati (come dimostra la superiore percentuale di donne tra i volontari Caritas): per l’appunto, le donne.

Ma, sorpresa, non è possibile affidarsi al ”genio” femminile per costruire un nuovo modello di sviluppo perché le donne nei posti di comando sono poche, sebbene oggi il contesto europeo mostri ai suoi massimi ranghi donne (pensiamo al dolce e al tempo stesso fermo carisma della presidente della Commissione Europea Ursula fon der Leyen, a livello” iconico” efficace rappresentazione del” femminino” al potere). Però, si potrebbe obiettare, non è poi così scontato che tante “condottiere” produrrebbero di per sé effetti evolutivi sul sistema sociale. Posta in questi termini, la questione appare di ardua soluzione, anche perché ciascuno di noi ha collezionato certamente molte esperienze  a riprova e al tempo stesso contrarie riguardo alla maggiore  prosocialità  delle donne investite d’autorità.

Più saggio e pragmatico  appare  allora tentare di rispondere concretamente alla domanda che Flavia Barca lancia su” Letture Lente”: in che modo un maggior contributo delle donne (il pensiero innovativo delle donne) nei settori culturali e creativi può aprire nuovi scenari di sviluppo sostenibile per il Paese?”

Ebbene bisogna innanzitutto partire da un assunto: per cambiare modello di sviluppo non si può pensare ad un esperimento sociale calato dall’alto, bisogna agire in maniera diffusa, cambiare la mentalità delle persone, che da diversi decenni in Italia è fortemente influenzata dai contenuti dell’industria mediatica. Continuare a sostenere che la straripante offerta consente a ciascuno di costruirsi autonomamente il proprio palinsesto mediatico e una propria originale visione delle cose è un’opzione fortemente contestabile, in quanto smentita dalla semplice osservazione e soprattutto da innumerevoli pubblicazioni scientifiche (per un bilancio di 50 anni di ricerca scientifica in tal senso cfr .il primo Libro Bianco “Media e Minori” dell’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni. Sullo stesso tema, e in forma più divulgativa, di chi scrive, il libro “Anima e Byte”, ediz. Paoline, 2013). Peraltro i contenuti veicolati nei media sono abbondantemente inquinati dalla triade” violenza, sesso, denaro”(come evidenziato, tra l’altro, nel corso degli ultimi due decenni nel nostro Paese dai lavori del Comitato media e minori attivo presso il Ministero dello sviluppo Economico e del Consiglio nazionale degli Utenti presso l’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni), per cui la varietà d’offerta è solo apparente o comunque  di natura meramente  quantitativa, mentre sul piano valoriale ci si confronta con un forte processo di omologazione.

Seconda considerazione: incidere  sui contenuti mediatici modifica la cultura collettiva,  raggiunge tutti e tutte, gettando i semi per un rapporto più equilibrato e rispettoso reciprocamente tra uomini e donne, a livello diffuso. Non abbiamo bisogno di poche donne privilegiate e vincenti: abbiamo bisogno di una cultura collettiva che promuova il rispetto  per tutte le donne, la loro dignità. Che ne faccia soggetti attivi di cambiamento. Ma come le donne possono incidere davvero sui contenuti dell’industria culturale? Si ripropone, allora, il tema dell’empowement.

Può essere utile a tale proposito ricordare un dato  nello speciale dedicato alle donne con cui Lilly Gruber ha voluto chiudere la stagione di “Otto e mezzo” : vi si mostrava come fin dall’avvento nel cinema  del  sonoro (e dunque con la necessità di più ingenti capitali) emergesse l’influenza del sistema finanziario americano nel sostenere economicamente con maggior  disponibilità opere scritte, dirette e realizzate da uomini, considerati più affidabili. Dunque un modello maschilista e patriarcale, imperante nel settore economico, si trasferiva tal quale nel mondo delle major americane, dove le donne erano per lo più relegate, quando andava bene, a ruolo di comprimarie.

Per fortuna da allora molte cose sono cambiate  e le lavoratrici nel mondo dell’industria culturale raggiungono numeri e ruoli  importanti. Tuttavia, le storie raccontate al cinema, il linguaggio cinematografico (cfr. la valanga di fiction di produzione per lo più americana  costruite  per la tv, infarcite da stereotipi o, per altro verso, da uno stucchevole politically  correct), le pubblicità, la cartellonistica stradale, i contenuti dei cartoons, i videogiochi continuano a sollecitare prevalentemente un immaginario maschile che cerca emozioni forti, gratificazioni visive immediate, evasione. E l’industria culturale si adegua.

Le ragazze, invece, passata l’adolescenza e la prima giovinezza cominciano più frequentemente a sviluppare un’attitudine diversa: programmare, prevedere, costruire. Il loro, fenomeno noto, maggior successo scolastico ne è uno degli effetti. Esse fanno più facilmente previsioni a lungo termine (è un dato biologico), frequentano di più la fragilità (checché se ne dica), sono portate a prestare attenzione e rispetto al dolore dei più piccoli (anche questo è un dato biologico): sono dunque portatrici, nella dimensione evidentemente del pensiero collettivo femminile, di una visione più riflessiva, che considera le conseguenze e gli effetti delle cose, più orientate e a tenere conto delle diverse soggettività, ad ascoltare chi è diverso. Ripeto, stiamo riflettendo sul piano antropologico, perché è evidente che a livello individuale una lettrice potrebbe non riconoscersi affatto in questo identikit biologico.

Le donne hanno insomma un’attitudine “profetica” che le porta a pre-occuparsi del futuro: questo significa che cercheranno, laddove le venga riconosciuta competenza e capacità, di metterle a servizio del bene comune. Una pista promettente d’impegno è allora  proprio quella educativo- culturale.

Non accontentiamoci di qualche dirigenza in più, siamo più  ambiziose, cambiamo i valori che ci guidano, la cultura, il modello antropologico. Ricordo, a questo proposito, un cartone animato di produzione spagnola di qualche anno fa,  finalizzato alla trasmissione del rispetto tra bambini e bambine. Esiste, ad esempio, da molti anni  a livello internazionale una vasta produzione di cartoons cosiddetti  “prosociali” (cfr, l’esperienza pluriennale dell’European Children Television Centre di Atene) perché riconosciuti in grado di promuovere positivamente atteggiamenti e comportamenti rispetto alla società di intere coorti generazionali. E se è vero che il “bene comune” è di questi tempi tutt’altro che lapalissiano (si pensi alle diverse idee di famiglia e come ciascuno dei contendenti sia convintissimo, fino alla faziosità, delle proprie idee) è pur vero che su certi temi, ad esempio la protezione della nostra casa comune “pianeta terra” dovremmo riuscire a trovare un punto di convergenza.

Dunque  sul piano della pedagogia sociale le donne possono intervenire attraverso la produzione di contenuti (per programmi televisivi come per i videogiochi, per soggetti cinematografici come per espressioni legate alle performing arts). Possono fare molto di più per costruire una società più giusta  un drappello di cartoonist  agguerrite, inserite e consapevoli piuttosto che un manipolo di generalesse e di ceo. Questo termine, pedagogia sociale, aborrito da molti come tentativo di manipolazione delle coscienze ritorna oggi in tutta la sua freschezza. I media, l’industria culturale manda continuamente messaggi: se ci si impegna a costruirne di prosociali si ridurrà l’incisività dei contenuti antisociali. Si semineranno  i presupposti per una crescita degli uomini e delle donne del futuro più attenta e più giusta. E sappiamo tutti quanto ne abbiamo bisogno.

Elisa Manna - sociologa, responsabile Centro Studi Caritas Roma

ABSTRACT

The economic crisis and the COVID-19 pandemic require a new model of socio-cultural development. Women who work in the field of media contents’ production have a big responsibility as regards collective culture: the cultural industry, in fact, strongly influences people’s attitudes, values and behaviours. Women creators of TV productions, films, cartoons, videogames etc. can promote a new culture, more respectful of women’s rights and, in general, of weak people’s rights. This new “sensitivity” is the first step towards the creation a new cultural pattern and fight against inequalities. 

Elisa Manna, laureata in Filosofia e in Sociologia, svolge attività di ricerca sociale da oltre 40 anni .Dal 2016 è responsabile del Centro Studi della Caritas di Roma. In precedenza, è stata responsabile del settore Politiche Culturali del Censis. È stata inoltre Vicepresidente del Comitato governativo Media e minori, membro del Consiglio Nazionale degli Utenti presso Agcom, membro del Consiglio del Vicario di Roma. Ha pubblicato numerosi libri e saggi sui temi dell’industria culturale.

 

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