Il Dl Semplificazioni realizza purtroppo una serie di propositi che da mesi circolavano tra gli addetti ai lavori, con un impatto forte e concreto, comunque negativo, in ambito archeologico. E’ l’opinione di Alessandro Garrisi, presidente dell’Associazione Nazionale Archeologi, che interviene all’indomani dell’approvazione della legge di conversione del Decreto Semplificazioni che contiene diverse misure che presentano riflessi sul mondo dell’archeologia.

Spiega Garrisi ad AgCult: “Se consideriamo l’adozione delle procedure di tutela del patrimonio archeologico all’interno del Codice dei Contratti, nel 2006 e poi nel 2016, alla stregua di una piccola rivoluzione (che allora si accompagnava all’ondata di entusiasmo rispetto alla visione molto moderna della Convenzione della Valletta – fonte di ispirazione ideologica dell’archeologia preventiva), alcuni passaggi del fascicolo che accompagna il testo approvato del Dl Semplificazioni approvato al Senato assomigliano quasi ad una ‘contro-rivoluzione’. Tutti quei soggetti economici che, giustamente o ingiustamente, hanno subito rallentamenti imprevisti a causa dell’archeologia, e che considerano nei fatti la tutela del patrimonio quasi sempre esagerata (non mancano riferimenti nella politica contemporanea che, da Renzi a Salvini, abbracciano tutto l’arco parlamentare degli ultimi 20 anni), sembrano prendersi delle soddisfazioni contro le odiose soprintendenze”.

“Noi archeologi dovremmo riconoscere che non sempre le soprintendenze hanno fatto abbastanza per farsi amare, o per lo meno per non farsi detestare – ammette il presidente di ANA -. Salvo alcuni casi virtuosi (decisamente non la maggioranza) abbiamo visto in questi anni disapplicare scientificamente il mandato del Codice dei Contratti in materia di archeologia preventiva. La casistica da riportare è molto ampia: si va dal funzionario che ritiene la ‘sorveglianza in corso d’opera’ sia essa stessa archeologia preventiva (con buona pace di tutte le raccomandazioni, circolari e procedure emanate dalle varie direzioni generali), a quello che arbitrariamente decide che ‘non serve’ la viarch per i motivi più disparati (mai, rigorosamente mai, specificati per iscritto). Esistono anche (pochi) funzionari che l’archeologia preventiva semplicemente non sanno cosa sia (ma questo vale anche per tantissimi professionisti)”.

In tutte le regioni d’Italia “abbiamo visto in questi anni da un lato lavori pubblici mandati avanti senza la necessaria relazione preliminare e spesso senza nemmeno la sorveglianza in corso d’opera (e tanti saluti a La Valletta e al Codice dei Beni Culturali), ma altrettanto spesso abbiamo visto lavori pubblici mandati avanti senza relazione preliminare e inevitabilmente bloccati di fronte a ritrovamenti rilevanti, e qualche volta anche lavori pubblici bloccati in presenza di ritrovamenti meno rilevanti”.

Secondo Garrisi “non ci possiamo stupire che di fronte a questo caos nell’applicazione delle norme del Codice Contratti da parte delle Soprintendenze (non sempre, ripetiamo, ma comunque spesso), appena si è proposto di “semplificare” le norme si è colpita subito l’archeologia preventiva. Non tutta, dipende dalle zone (urbane, extraurbane o in prossimità di aree di rischio) e dalla tipologia. Ad esempio, si è scelto di dare particolare speditezza alle operazioni di posa in opera della fibra ottica, sottraendola ai normali controlli previsti dall’art. 25 del D. Lgs. 50/2016. Una decisione sbagliata, perché nel dispensare una particolare categoria di lavori dal rispetto del mandato costituzionale (l’art. 9 della Costituzione diventa ‘La Repubblica tutela (…) il patrimonio storico e artistico della Nazione – tranne quello intercettato dalle trincee della fibra’), si lancia un messaggio che contemporaneamente disattende il rispetto di impegni europei (Convenzione de La Valletta) e delle normative nazionali”.

In questi mesi si è molto discusso nel settore dell’archeologia anche del nuovo Regolamento del Codice dei Contratti, la cui approvazione continua a slittare di anno in anno, e che a questo punto riceverà un ulteriore dilazione dei termini dato che il Dl Semplificazione modifica almeno in parte i contenuti del Codice. “Già in quelle discussioni, sui vari tavoli dove convergevano le diverse sigle del ‘mondo archeologia’ – prosegue il presidente ANA -, emergevano segnali che evidenziavano l’azione di forze centrifughe e dannose degli interessi dei professionisti archeologi. L’Associazione Nazionale Archeologi si è ad esempio sempre formalmente espressa contro la modifica del Codice dei Contratti, con riferimento alle pertinenze degli archeologi (art. 46 D. Lgs. 50/2016): per anni si è discusso sulla formula da adottare per consentire agli archeologi di assumere un ruolo da protagonista negli ambiti della progettazione e della direzione lavori direttamente di pertinenza dell’archeologia (che fino a poco tempo fa erano paradossalmente riservati ad architetti ed ingegneri – ma non ad archeologi). E dopo discussioni a livelli istituzioni molto elevati, con la partecipazione dell’allora Direttore Generale Malnati, si arrivò a puntare su una definizione degli archeologi come singoli professionisti, responsabili direttamente in quanto tali del proprio operato, e soprattutto soggetto unico da poter essere individuato e a ricevere incarichi dalla p.a. Non tutto il mondo dell’archeologia però evidentemente apprezza questo semplice principio, e poche settimane fa alcune sigle non direttamente rappresentanti gli archeologi italiani in senso ampio (Legacoop – Archeoimprese e Confederazione Italiana Archeologi) hanno presentato una proposta da inserire nel Regolamento del Codice dei Contratti per allargare le maglie e inserire le società tra gli operatori economici ammessi alle procedure di affidamento dei servizi attinenti all’architettura e all’ingegneria. Non più quindi gli ‘archeologi’ come professionisti ma ‘gli archeologi professionisti, singoli e associati, e le società da essi costituite’”.

Quella proposta, “bloccata e rigettata dall’ANA nel Regolamento del Codice dei Contratti, è invece stata arditamente proposta tramite il senatore Pd D’Arienzo in forma di emendamento al Dl Semplificazioni di luglio. Entra quindi nel Dl, sottoposto a fiducia dal premier Conte. Al di là dell’operazione tattica in quanto tale, che sottrae al pubblico dibattito una modifica al Codice dei Contratti che per tutta la categoria è così rilevante (un dibattito più volte invocato proprio dall’ANA per definire in maniera collegiale una modifica sostenibile dal sistema), ci stupisce che l’estensore dell’emendamento (Vincenzo D’Arienzo) e gli onorevoli parlamentari che l’hanno approvato, non abbiano rilevato i numerosi profili di conflitto tecnico che questa modifica genererà nell’applicazione del Codice stesso”.

“Sia con riferimento quindi alla modifica dell’art. 46, che rispetto alle modifiche introdotte in tema di applicazione dell’art. 25 del Codice, l’ANA sta valutando coi suoi legali un ricorso d’urgenza al Tar per bloccare queste azioni che non solo non portano semplificazione all’iter procedurale (non si vede come affidare un incarico ad un professionista o ad una società possa rendere più snello il procedimento) ma squilibrano un settore di per sé in precario equilibrio e soprattutto aprono le porte ad un indefinito numero di ricorsi e azioni legali”, conclude Garrisi.

 

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