“Con la ratifica della Convenzione di Faro anche in Italia il patrimonio culturale si aggancia all’esistenza reale e quotidiana delle persone. Tutelare e promuovere la partecipazione culturale come fonte di sviluppo e miglioramento della qualità della vita non sarà più solo una opportunità ma un dovere”. Lo sottolinea Massimiliano Zane, progettista culturale, evidenziando come “le risorse principali di un territorio sono le persone, le conoscenze e le competenze di cui sono portatrici. Per questo, un processo sviluppo delle risorse culturali efficace non può prescindere dal coinvolgimento attivo della persone, delle comunità che in quel territorio vivono. Parlare di partecipazione culturale significa attivare un lavoro complesso che va ben oltre la retorica: si può chiamare partecipazione solo se le persone detengono una certa quota di potere, altrimenti è solo “sfruttamento”. Significa toccare tanti diversi fattori “attivanti”, tra tutti la responsabilità e la fiducia, senza i quali l’idea stessa di partecipazione fallisce”. 

“Allora, per dare nuovo valore alla cultura occorre dare nuovo valore alle persone, perché il patrimonio principale di un territorio sono prima di tutto proprio le persone: quelle che in quel territorio si identificano e lo vivono (anche solo temporaneamente). Progettare cultura significa innanzitutto riuscire a creare valore dal dialogo e dal confronto tra queste persone. E per farlo non basta creare estemporanee occasioni per intercettare i desideri degli abitanti o dei visitatori, occorre avviare un vero e proprio percorso che inizi col mettere in ‘rete’ soggetti e processi. La Convenzione di Faro ci indica questa direzione. Ecco che allora una nuova idea di innovazione culturale prende forma: per progettare cultura serve coinvolgere direttamente tanto le persone quanto le istituzioni pubbliche e private (a tutti livelli, interni ed esterni, quali che siano compiti e impieghi) in tutte le fasi dello sviluppo progettuale; significa elaborare proposte e soluzioni innovative che nascono da una prospettiva condivisa e da una riflessione che guarda a creare nuove traiettorie di sviluppo e crescita (economica e sociale) trasversale e a lungo termine”.

“Proporre una esperienza culturale oggi – prosegue Zane - significa aggregare tutti quegli strumenti atti a promuovere, integrare, comunicare nuove dinamiche dell'offerta culturale stessa; per attrarre nuovi pubblici (audience development), coinvolgere il visitatore (audience engagement) e fidelizzarlo, delineando strategie per le nuove generazioni. Perché la popolazione che decide di investire il proprio tempo e denaro in cultura, e particolarmente i Millennials, o le generazioni Y e Z, o ancora i Centennials (conosciuta anche come iGen, Post-Millennials, o Plurals), non sono più “consumatori” a caccia di intrattenimento: i visitatori culturali oggi sono, e vogliono sempre di più, essere “partecipanti”. 

E non parliamo solo della ricerca di “infotainment” informazione+entertainment, ma anche della crescente volontà di creare relazioni concrete. Un nuovo livello di Partnerships nate dal confronto/condivisione delle differenti esperienze e dai differenti livelli di accessibilità ad ogni fase di sviluppo progettuale. Ad iniziare dalla co-creazione della strategia stessa di sviluppo che metta in condivisione capacità, risorse in sforzo congiunto di tutti gli attori coinvolti. Un passaggio, questo, che prende il via dall’attenta comprensione della percezione (da un lato rilasciata e dall’altro intercettata) di questo sviluppo; secondo una prospettiva intersettoriale che mira a rafforzarsi e raccogliere/sfruttare nuova visibilità; attraverso un efficace storytelling, o meglio, una narrazione continua per comunicare obiettivi e potenzialità ai destinatari (tutti); che favorisca l’intuizione e metodi alternativi per raggiungere i differenti target demografici, diversificare e accrescere il pubblici di riferimento, ed intercettarne di nuovi; coinvolgendo anche strumenti innovativi, non solo tecnologici, che consentano nuovi modi di vivere e fruire del patrimonio; attivando quindi relazioni più profonde tra pubblico-privato, anche con soggetti non provenienti dal contesto culturale, secondo una prospettiva di cooperazione”.

“Un lavoro di valorizzazione, quello relazionale, spesso sottovalutato, ma fondamentale per creare empatia, evitare competizioni, attriti, incomprensioni e necessario per implementare la collaborazione istituzionale e comunitaria. Il coinvolgimento e la vision condivisa quindi sono fondamentali per la riuscita di un buon progetto partecipato che possa aspirare a diventare una risorsa per lo sviluppo, tanto sociale quanto imprenditoriale. Ecco che allora progettare cultura significa sviluppare idee e valori da tutto questo, e che vanno oltre l’economia del progetto. E se la sostenibilità nella progettazione è una parola chiave, perché è fondamentale che i progetti durino e non collassino nel giro di pochi anni o addirittura di una sola stagione, ma resistano al tempo e proseguano implementandosi negli anni e continuando a promuovere nuove iniziative e la crescita delle città, è altrettanto fondamentale far sì che essa promuova partnership strutturate per le diverse scale territoriali”. 

“Perché è in questo gap – spiega Zane - che molti progetti culturali falliscono: spesso si tratta di processi spuri, calati dall’alto, attività che alla fin fine non prevedono alcun coinvolgimento reale della rete civile e urbana che li supporti; o ancora si tratta di elementi isolati, sconnessi, talvolta sconosciuti nel loro sviluppo anche dai soggetti cui si rivolgono e che così finiscono per essere rigettati. Forse semplicemente perché una attività che prevede un investimento di soldi e tempo deve immaginare una serie di sottosistemi di attivazione e attrattività oltre la sola propria esistenza. Allora per parlare di partecipazione non si può non parlare di coinvolgimento culturale. Ed una delle chiavi per avviare un processo partecipativo valido passa attraverso l’ascolto e la capacità di comunicare e monitorare come tutti gli attori coinvolti (attivamente e potenzialmente) vivono la propria idea di partecipazione sia all’esperienza culturale in se che alla creazione della stessa. Senza questo passaggio il coinvolgimento langue. La partecipazione non si compie”.

“In questo momento progettare cultura non è più solo avere una buona intuizione. Progettare cultura significa rispondere a delle esigenze e a delle istanze precise nate dal territorio. Perché il problema della domanda di consumi culturali inizia dall’offerta, e non viceversa. A come essa viene proposta ed ancor più come essa viene interpretata. Allora comprendere la giusta chiave di lettura di attivazione lo si può fare solo attraverso l’ascolto: elemento primo di un processo collettivo, che guarda al fare cultura come ad un tassello essenziale dell’ecosistema sociale. Si tratta di un lavoro lungo e complesso, impossibile da innestare meccanicamente perché nasce molto prima della progettualità stessa e cresce attraverso la propria capacità di farsi portatore di un messaggio condiviso, attivo e non solo informativo. Ciò significa pensare all’innovazione culturale (non solo in termini tecnologici) secondo una idea di produzione che nasca dall’ascolto e che, attraverso di questo, si faccia elemento vivo di valorizzazione e di contatto. Un contatto unico, produttore di “valori” unici tra luoghi e genti, tra senso di appartenenza e di appaesamento. Perché ogni progettualità – per quanto attraente – deve essere intesa come parte di una strategia organica che per funzionare necessita di un imprinting culturale condiviso, autenticamente collettivo”.

“Allora come cultura deriva da coltivare, colere, dobbiamo coltivare il nostro “capitale“, tanto culturale quanto sociale” (ovvero la somma di capitale simbolico -marcatori di prestigio- e del capitale culturale -conoscenza e interessi culturali- Pierre Bourdieu), sia personale che comunitario, per avere nuove risorse. Ma come tutto ciò che viene coltivato, anche per la cultura una crescita non avviene in maniera spontanea: fare cultura non è solo offrire un prodotto o un servizio di qualità o capace di stupire ed affascinare. Come non si tratta solo di coinvolgere il pubblico con idee accattivanti o attrarre nuovi sostenitori e rendere visibile la propria identità. Non si tratta nemmeno solo di imparare a relazionarsi con i propri target e territori o mettere in campo strategie di rete vincenti e innovative. O ancora non basta restare sempre coerenti con la propria mission ed il budget a disposizione. Serve fare tutto questo insieme, sempre, senza scordare nulla, e soprattutto serve farlo assieme, sempre, senza scordare nessuno”.

“Ma questo cosa significa? Significa che possiamo (dobbiamo) reinterpretare il nostro patrimonio iniziando a co-progettare, co-produrre e co-ordinare nuove logiche, servizi, prodotti e metodologie di valorizzazione, possibilmente che escano dalla pura morsa “costi-ricavi”, e che identifichino l’intero settore culturale al contempo come elemento sociale attivo e dalla dignità economica e produttiva riconosciuta. Si va confermando quindi una profonda interazione tra economia e cultura anche sulle nozioni parallele di valore (capitale) economico e valore (capitale) culturale. In altre parole: non ci può essere sviluppo economico senza sviluppo culturale (e viceversa).

Così prosegue il nostro percorso: sviluppare il nostro “capitale culturale” significa innanzitutto riconoscerlo come tale, saper veder valori e impatti, reali e percepiti, che è capace di generare, e poi riconoscere le responsabilità che questa interpretazione del “fare cultura” richiede. Una responsabilità che ne permea ogni passaggio: dall’idea all’attuazione, nell’intero suo arco di progettazione, tanto sul piano orizzontale delle comunità e dei territori, quando su quello verticale. Perché un soggetto responsabile e responsabilizzato è coinvolto e come tale è mosso all’azione”. 

 

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