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Impresa culturale come impresa sociale? Impresa sociale verso un nuovo protagonismo nella cultura o più correttamente verso un proprio codice culturale? E quanto la definizione di imprese culturali e creative adottata ad oggi dal Parlamento entra in questa riflessione?

Domande, queste, a cui provare a rispondere consapevoli del ruolo crescente che la cultura è chiamata ad avere in questa delicata ed incerta fase, in cui, in tutto il mondo, si prova a sconfiggere la pandemia o a limitarne gli effetti devastanti. Il tema del come costruire su nuove basi il futuro è sempre più la scommessa da vincere e, in questo, cultura e creatività sono fattori fondamentali. Cultura che, come scrive Paolo Venturi in “Letture Lente”, rappresenta “bene di stimolo, capace di interrogarci sui significati, il valore delle cose e il significato del futuro”. Ma anche “cultura” riconosciuta in innumerevoli ricerche e documenti internazionali (ONU, Unesco, Commissione e Parlamento Europeo…) come driver rilevante per uno sviluppo sostenibile e per l’innovazione tecnologica e sociale.

Per quanto riguarda l’Italia, poi, questa riflessione avviene in una situazione drammatica per il settore culturale e creativo. Di fronte al perdurare di misure necessariamente molto restrittive rispetto alla possibilità di promuovere momenti collettivi di fruizione culturale, molte imprese rischiano la chiusura e il lavoro di migliaia di professionisti dei diversi comparti delle ICC risulta drasticamente ridotto.

Condivido l’analisi di Luca dal Pozzolo nell’ambito della ricerca Symbola, “Io sono cultura”, secondo la quale l’intera realtà delle imprese culturali e creative si troverà di fronte alla necessità di un ripensamento multidimensionale profondo dei propri modelli di sostenibilità economica e sociale e del rapporto con i luoghi e le comunità.

E il grande universo del Terzo Settore? Anch’esso vive un momento di seria difficoltà e di profondo ripensamento. Cambia necessariamente la domanda di molta parte dei servizi alla persona ed è evidente la necessità di costruire un’offerta diversificata, fortemente connessa all’utenza e alle comunità locali, non standardizzata, capace di costruire soluzioni nuove, anche tramite nuovi strumenti e nuovi linguaggi. Ecco allora che, anche dalle esperienze e dalle traiettorie possibili del sociale, emerge una nuova forte ragione di connessione con la cultura.

Dopo l’esplosione della pandemia, a livello europeo e globale, intanto, si è andata determinando una nuova dimensione della complessità economica e sociale. Sono cresciuti, in questo contesto, i fenomeni di concentrazione della ricchezza e le diseguaglianze. La stessa quotidiana vita di relazione si è profondamente modificata. Sono cambiate le priorità a cui le politiche pubbliche e il mercato sono stati e sono chiamati a rispondere rispetto ai bisogni e alle necessità delle persone e delle comunità.

La drammatica situazione ambientale, inoltre, stenta a trovare risposte adeguate e condivise a livello internazionale, anche se gli obbiettivi 2030 sulla sostenibilità approvati dall’ONU stanno alimentando, positivamente nuove scelte di sostenibilità in molti Paesi e una crescente attenzione alla responsabilità sociale di impresa in parti crescenti del sistema imprenditoriale.                                                                                                                                                           

Sono sempre più numerose, infatti, le grandi imprese, sia pubbliche sia private, che scelgono di comunicare un’identità del proprio brand connessa a valori di responsabilità, impegno nella tutela ambientale, etica, sostegno alla cultura. L’essere socialmente responsabili sta, non solo in Europa, divenendo un elemento indispensabile per le imprese per affermarsi nella competizione globale, quando non anche il segno della ricerca di nuove forme di economia responsabile. Vi è un crescente bisogno di competenze culturali e creative per contribuire all’innovazione di prodotti e servizi e per alimentare di contenuti culturali un nuovo processo comunicativo verso le communities di utenti.

UN'ALLEANZA NECESSARIA TRA IMPRESE CULTURALI E CREATIVE E TERZO SETTORE…MA SERVONO REGOLE CERTE E NORMATIVE INTEGRATE

Si è accresciuto negli anni l’impegno di molte realtà della cultura verso una progettualità rivolta al sociale. Sarebbe davvero difficile censire e catalogare le innumerevoli esperienze di buone pratiche realizzate in ogni parte del Paese a conferma, in particolare, di una vocazione ad esercitare funzioni riconosciute di interesse pubblico, che data, ad esempio, per la cooperazione culturale dello spettacolo fin dalla metà degli anni ’70.

Neppure dal versante Terzo Settore sono mancate e mancano esperienze importanti anche se ridotte ad un ambito complementare all’attività caratteristica dell’impresa o dell’associazione.

D’altra parte, poi, la crescita delle povertà e delle esclusioni, e il dramma delle migrazioni crescenti, hanno fatto crescere il bisogno di politiche di welfare e di politiche culturali che siano in grado di interagire strategicamente con le politiche di sviluppo territoriale. E qui, citando ancora Paolo Venturi nel numero di agosto 2020 di “Letture lente” diviene evidente come: “Impresa sociale e cultura abbiano bisogno di riscoprirsi per convergere e affrontare le nuove sfide sociali, ambientali ed economiche, alimentando una nuova generazione di servizi e funzioni organizzative”.

Quest’ultima affermazione segnala, certo, l’importanza di un obbiettivo, ma rende anche indirettamente evidente la difficoltà da cui questo percorso parte. E la difficoltà non credo stia tanto nella mancanza di affinità culturali e valoriali tra le imprese, che, anzi, su questo piano, sono fortemente allineate, quanto nelle logiche dei mercati in cui esse si sono trovate e si trovano ad operare.

Imprese culturali, imprese sociali, cooperative sociali, imprese creative, volontariato, associazioni culturali, associazioni di promozione sociale… molte forme di impresa o associative che hanno dato vita a molte sperimentazioni spesso estremamente innovative e positive, ma partendo da contratti di riferimento e sistemi fiscali e agevolativi molto diversi tra loro. Essendo, quindi, portate a viversi reciprocamente, troppe volte, come concorrenti anziché come compagne di strada di un progetto difficile ma esaltante di cambiamento economico e sociale.

Credo sia stata qui la maggiore difficoltà a costruire strategie comuni tra le realtà culturali e quelle del Terzo settore.

La confusione normativa non ha certo aiutato, cioè, la crescita e la riconoscibilità di questa straordinaria possibile interazione. Così molte imprese culturali non profit sono diventate anche imprese sociali o cooperative sociali e, invece, realtà del Terzo Settore hanno scelto di intervenire in modo rilevante su diversi ambiti della cultura, in particolare nella valorizzazione dei Beni Culturali utilizzando CCNL, agevolazioni e regole in buona parte differenti.

I cambiamenti normativi in atto possono favorire l’avvio di una nuova fase?

Da un lato, la Legge di stabilità 2018 ha individuato nelle imprese culturali e creative uno specifico e rilevante soggetto in grado di contribuire alla crescita del Paese. Riconoscimento certo di grande importanza, ma che non ha ancora potuto risolvere diversi punti problematici, in particolare riferibili alle diverse specificità di missione e mercati di queste imprese e alle conseguenti politiche di incentivi da riconoscere ad esse, in particolare, nello svolgimento di rilevanti funzioni di interesse pubblico.

Dall’altro lato, la Riforma del Terzo Settore e i decreti a essa collegati fino ad ora emanati, descrivono già, per quanto riguarda l’area del sociale, non solo la fondamentale distinzione tra azioni di impresa e azioni di volontariato, ma anche alcune diverse gradazioni delle agevolazioni previste per le diverse tipologie di soggetti che operano nel Terzo settore.

La Riforma, poi, definisce anche le condizioni per la presenza nel Terzo Settore delle imprese for profit. Questa presenza consente certamente interventi anche verso la cultura e il turismo, solo in specifici ambiti coerenti con finalità sociali, e favorisce, certo, nuove opportunità progettuali per la dimensione, le risorse e le capacità organizzative e imprenditoriali rilevanti, che possono così essere messe in campo; ma, nel contempo, rende indispensabile avere dal legislatore regole certe ed analoghe, sia sul piano normativo che su quello contrattuale, per tutte le imprese sociali o culturali che operino in ambito culturale, sempre nell’alveo dello svolgimento di riconosciute funzioni di interesse pubblico.

Nelle ultime settimane, poi, si sta andando verso una maggiore chiarezza normativa. La modifica introdotta dal Dl Semplificazioni, in Senato, al Codice dei Contratti Pubblici, art.151, comma 3, ha finalmente aperto la strada a un nuovo scenario di relazione tra enti pubblici, non solo statali ma anche regionali e comunali, ed enti privati, per quanto riguarda il recupero, il restauro, la manutenzione programmata, la gestione, l'apertura alla pubblica fruizione e la valorizzazione di beni culturali immobili, attraverso procedure semplificate di individuazione del partner privato.

Una misura, questa, fortemente sostenuta da Alleanza delle Cooperative, Agis, Federculture e Terzo Settore, promotrici dell’importante Conferenza nazionale dell’Impresa Culturale del Luglio 2017 a L’Aquila, ed anche dall’Associazione Nazionale dei Comuni, in particolare a partire dal focus su questo tema  realizzato da Artlab a Bari nel 2019.

Una misura che potrà consentire di passare dalla fase di sperimentazione – come quella avviata per il Convento del Carmine di Bergamo nella convenzione ventennale con il Teatro Tascabile (sulla base di un progetto di partenariato con il Comune) – a un'importante e diffusa stagione progettuale, in ogni parte del Paese. Un percorso di diversa collaborazione tra pubblico e privato ulteriormente confermato anche da una recente sentenza della Corte Costituzionale (131/2020), che in un passaggio riferito all’articolo 55 del Codice del Terzo Settore, ribadisce l’importanza della co-programmazione e co-progettazione tra enti privati ed enti pubblici in nome di una convergenza di obiettivi finalizzati al bene comune.

Infine, per restare alle note positive, si avvia alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale il Decreto attuativo del Registro Unico degli Enti del Terzo Settore, da molto tempo atteso.

Un quadro, quello normativo Italiano, comunque, complesso e in divenire positivo, nel quale iniziano ad essere evidenti molti spazi ed aree di convergenza tra politiche culturali e politiche sociali. Tra questi una crescente tendenza a realizzare progetti innovativi nell’area, sempre più rilevante nella situazione attuale, del welfare culturale. I modelli europei a cui riferirsi non mancano, come ben evidenziato, sia dal numero monografico ad esso dedicato della rivista “Economia della cultura” del febbraio 2017, sia, più recentemente, luglio 2020, nel saggio realizzato in collaborazione con Annalisa Cicerchia, da Catterina Seia, Associate Founder CCW-Cultural Welfare Center, per la rubrica #iosonocultura, parte del Decimo rapporto IO SONO CULTURA di Fondazione Symbola.

Nuovi orizzonti che richiedono, per essere praticabili, che il ruolo strategico e trasversale della cultura per costruire un nuovo paradigma generale di sviluppo sostenibile sia finalmente tra le priorità su cui pubblico e privato decidano di investire. Ma che impone, nel contempo, una diversa capacità delle imprese che operano nella cultura non solo di ripensare necessariamente ai propri modelli di business, ma di essere sempre più fattori proattivi nel contribuire a processi di innovazione sociale.

Note bibliografiche e sitografiche

Luca dal Pozzolo, rubrica #IoSonoCultura, giugno  2020, Fondazione Symbola, https://www.symbola.net/approfondimento/filiera-culturale-creativa-isc20/

Strategia Europa 2020, Comunicazione della Commissione Europea, https://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=COM:2010:2020:FIN:IT:PDF

“Le industrie culturali e creative, un potenziale da sfruttare”, Libro Verde per la Cultura, approvato dalla Commissione Europea nell’Aprile del 2010, https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52010DC0183&from=ET

Flaviano Zandonai, Vita.it, luglio del 2012, “Una novità in scena-il teatro è un’impresa sociale. Così l’Elfo ha lanciato la sfida”, https://www.elfo.org/media/pdf/vitamagazine20120106.pdf

Legge di stabilità 2018, comma 57, ruolo delle imprese culturali e creative: “ Sono imprese culturali e creative le imprese  o i soggetti che svolgono attività stabile e continuativa, omissis,  e che hanno quale oggetto sociale, in via esclusiva o prevalente, l'ideazione, la creazione, la produzione, lo sviluppo, la diffusione, la conservazione, la ricerca e la valorizzazione o la gestione di prodotti culturali, intesi quali beni, servizi e opere dell'ingegno inerenti alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, alle arti applicate, allo spettacolo dal vivo, alla cinematografia e all'audiovisivo, agli archivi, alle biblioteche e ai musei nonché al patrimonio culturale e ai processi di innovazione ad esso collegati”.

La conferenza sull’impresa culturale del 2017, L’Aquila, http://www.federculture.it/2017/05/conferenza-nazionale-dellimpresa-culturale/

ArtLab a Bari, commento sul focus  dedicato al rapporto tra pubblico  e privato  a sostegno della cultura, Agcult, 25 ottobre 2018, https://agcult.it/2018/10/25/pubblico-e-privato-a-sostegno-della-cultura-ad-artlab-18-focus-su-motivazioni-ed-incentivi/

Pier Luigi Sacco,”Health and cultural welfare: a  new policy perspective?”, saggio inserito nel numero n.2/2017 della Rivista “Economia della cultura”, Il Mulino Editore.

Cicerchia, Catterina Seia, “Cultura, creatività e benessere: verso un welfare culturale”, luglio 2020, rubrica #iosonocultura,  parte del Decimo rapporto IO SONO CULTURA realizzato da Fondazione Symbola, Unioncamere e Regione Marche in collaborazione con l’Istituto per il Credito Sportivo https://www.symbola.net/approfondimento/cultura-benessere-isc20/

 

Roberto Calari, Consulente in Cultural Planning, Sviluppo locale e promozione di nuove imprese culturali e creative; membro del cda di DocServizi; già co- Presidente dell’Alleanza delle Cooperative del settore Cultura, Turismo e Comunicazione; già Presidente di CulTurMedia – Legacoop.

ABSTRACT

The disturbing aftermath of the pandemic has led cultural, creative and social enterprises to radically rethink their strategies. Markets are changing and there is a lack of certainties about both public and private sources of income. In many countries such as Italy, the increasing poverty and migration call for inclusive welfare and cultural policies, able to interact synergistically with the local development policies, and to put local communities in the limelight. At the same time, all the big companies - in any economic sector - feel a growing need to communicate a brand identity connected to the values of social responsibility. In this scenario, CCIs and the social sector might be valuable allies and interlocutors. Nevertheless, Italian laws have to become thorough and consistent for everybody. The public and private sectors need to reinvent their synergy and co-planning, and the recent amendment of the Public Contracts Code (art. 151, paragraph 3) seems to have paved the way for a new relationship between public authorities – including regions and municipalities – and private institutions, as regards the recovery, management and enhancement of the Italian Cultural Heritage.

 

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