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Contributo ricevuto in risposta alla prima “call for papers” di Letture Lente a cura di Flavia Barca.

Su un libro, un dinosauro e una cristalleria: per cominciare

Esiste, dunque, un modo di affermare che la complicità

rappresenta la base dell’agency politica,

pur continuando a sostenere che l’agency politica

potrebbe rappresentare di più che una mera reiterazione

delle condizioni di subordinazione?

(Judith Butler, La vita psichica del potere)

Jessa Crispin in un recente libro dal titolo volutamente ambivalente, “Perché non sono femminista. Un manifesto femminista”, pone alle lettrici e ai lettori una questione di assoluto rilievo: il rapporto delle donne con il potere. Non solo. La saggista evidenzia, in più passi testuali, l'assoluta sovrapposizione fra potere e sistema: come se d’un tratto indicasse che la questione centrale delle donne sia il dinosauro (cioè il potere) nella cristalleria dei femminismi, fragili e compositi. Infatti dichiara: “Il sistema è più vecchio di te. […] Per essere ammessa, dovrai esibire le caratteristiche dei patriarchi che l’hanno costruito. Per fare carriera, dovrai imitarne il comportamento, fare tuoi i loro valori. E questi valori sono il potere, l’amore per il potere e lo sfoggio di potere. A quel punto, farai parte della loro cultura”.

Ed ecco così spiegata anche l’anfibologia del titolo, il suo essere doppio e (solo) apparentemente contraddittorio: se essere femministe – afferma la Crispin – significa voler ottenere lo stesso potere degli uomini, allora lei non è femminista.

Del resto, l’alternativa sembra giocarsi, per la scrittrice, fra lo star fuori dal sistema o esserne invariabilmente assorbita, metamorfosata, annichilita: “Una volta arrivata fin lì, non ti sei soltanto venduta, ti sei convertita”, preconizza.

Insomma, secondo la Crispin, nel sistema patriarcale (si dimentica per altro di definirlo eteropatriarcale, perché il suo punto di vista è interno alla eterosessualità), per le donne, non resta che far torto o subirlo, come scriveva Manzoni. Ma fuori dal potere, quale esistenza attende le donne? Cosa debbono aspettarsi?

L'alternativa che la saggista propone è la completa sovversione dello status quo, sovversione da agire assieme a quegli uomini che non detengono il potere. Solo questo, afferma, è femminismo: e proprio in virtù di questo il suo resta un ‘manifesto femminista’.

Però l’autrice non spiega come ottenere o raggiungere questa futura palingenesi, né come convincere gli uomini a sostenerla e a mutare paradigma: del resto le rivoluzioni teoriche sono sempre relativamente facili. Inoltre il rischio di un femminismo ‘istituzionalizzato’, dunque de-potenziato e prono alle istanze del dominio, è noto da tempo: già bell hooks (pseudonimo di Gloria Jean Watkins), negli anni ’90 in “Scrivere al buio” evidenziava come, una volta inserito nel contesto accademico, il femminismo rischiava di perdere il suo portato rivoluzionario, soprattutto relativamente alla “classe sociale”.

In realtà, se non vi è dubbio che il sistema (a questo proposito sarebbe interessante rileggere tutti i paradigmi minoritari, quelli cioè che hanno coinvolto donne, soggetti lgbtiq, ebrei e altre minoranze) premia e coopta per rassomiglianza e condivisione, è altresì vero che questa lettura dualistica mi sembra soffra di un grave difetto di visione. Sono stati i queer studies, a cui il femminismo deve il concetto di performatività di genere, a decostruire il dualismo filosofico e argomentativo invitando a trovare soluzioni “altre”, per quanto im-previste: letture eccedenti l’aut aut kirkergaardiano.

C’è infatti una strada per sciogliere il nodo gordiano? Si può essere femministe e “ambire” al potere? A mio avviso sì: basta spezzare questa costrittiva (per noi donne) visione dualistica e agire un potere diverso.

Cosa lega Hannah Arendt, una etimologia latina e una diversa visione del potere

Una libertà ancora irretita dalla servitù

(Hegel, La fenomenologia dello spirito)

Hannan Arendt, nel libro “L’ebreo come paria. Una tradizione nascosta”, dedica pagine importanti al romanzo di Franz Kafka, “Il Castello”. La metafora è nota: per lo scrittore praghese il Castello è luogo inaccessibile del “poter essere”, dunque di una ontologia dell’esistenza e della conseguente esclusione. Come per una certa narrazione femminile, per aver accesso al dominio occorre farne parte.

Se questo aspetto è senza dubbio vero, resta da evidenziare come il rapporto delle donne con il potere sia tutt’altro che risolto: cancellate per millenni da qualsiasi sfera direttamente decisionale, le donne, più che esercitarlo, hanno subito il potere pur tentando di ritagliarsi qualche spazio. Se infatti non ci si fa ammaliare dal ruolo delle varie deuteragoniste (da Agrippina a Madame de Pompadour fino alle cosiddette, con un sintagma orrendo, grandes horizontales) le donne hanno sofferto infinite afflizioni per qualche briciola decisionale: il dominio le ha sostanzialmente schiacciate, punite, vilipese e, sovente, uccise.

Questa posizione storica, sociale e culturale, decisamente scomoda, una volta cognitivizzata (cioè compresa) ha fatto sì che le donne mettessero in discussione non solo le forme di potere, ma il concetto stesso come portato di sopraffazione e minorizzazione. In tal senso agire il potere viene letto tout court come un atto suprematista verso altri esseri umani, donne o meno che siano.

In questo contesto filosofico e argomentativo, il soggetto donna, si fa “soggetta”: da un lato si assume il diritto di valutare, come soggetto agente declinato al femminile, il potere altrui, dall’altro analizza il proprio vissuto come as-soggettamento alle regole del potere patriarcale.

Dunque, quello delle donne con il potere è un double bind, un doppio legame (per dirla con Gregory Bateson) che ci pone in una posizione ancipite: agire nello stesso momento il potere che subiamo.

Ma, uscendo dal binarismo manzoniano, davvero il potere è un monolite privo di pieghe, sfumature, declinazioni? O, più realisticamente, esistono infinite declinazioni del potere? Se così è, di quale potere ci possiamo “servire”? Esiste un “potere”, un empowerment positivo?

Se chiamare le cose con il proprio nome è atto rivoluzionario (per dirla con Rosa Luxemburg) conviene spostare la “lente” su quella forma di “visione” che sono le parole. In molte lingue europee, con recuperi dotti o meno, la parola potere (e il suo concetto) ha la propria radice in due verbi latini: potior e possum.

Mentre il verbo “potior” significa primariamente conquistare, impossessarsi, impadronirsi, dunque tramanda il concetto di “potere” come dominio, “possum” ha invece il significato di potere, essere capace, composto com’è dall'aggettivo potis, capace, abile, e del verbo sum, essere; letteralmente quindi “essere capace”.

Dunque, il potere è ancipite: da un lato ha un significato letterale di “dominio” ma dall’altro quello, più pervasivo, di “essere capace”: poter fare.

È dunque legittimo usare il potere come poter fare?

Sapere il Potere: perché serve conoscere il potere, perché serve alle donne il “poter fare”

Un potere tanto reale quanto taciuto

e denegato nella sfera pubblica

(Annamaria Rivera, La Bella, la Bestia e l’Umano. Sessismo e razzismo)

Foucault affermava che “sapere è potere” e poche donne vi credono come la sottoscritta. Eppure ritengo, sempre di più, che l’inversione dei termini sia, epistemologicamente, altrettanto importante: sapere il potere, conoscerne le implicazioni per agirlo e non esserne agite. Ma prima dobbiamo sgombrare il campo da tutta una tradizione ricettiva che legge, incontrovertibilmente, il potere come “malefico”. Da Ieròne di Siracusa a Nerone, da Enrico VIII a Hitler, da Stalin a Kim Jong-un, passando per il Faust e il Re Lear di letteraria memoria, il potere gode di una pessima fama.

Ma questa “naturalizzazione” del potere come negativo, è reale? Esiste una variante a quello che oggi possiamo definire hard power? Sicuramente il soft power è una modalità di potere utile per modificare la percezione e la rappresentazione altrui. Il secolo scorso ci ha mostrato esempi luminosi: da Martin Luther King ad Harvey Milk, da Rosa Parks a Ruth Bader Ginsburg. Ma è davvero “soft”, o è semplicemente un diverso modo di agire il potere? Un “poter fare” per gli altri e le altre all’interno delle istanze del dominio, che ne vengono così per sempre contaminate e sovvertite?

Il potere ci serve. E ci serve non come dominio, non come forma ventriloquesca per assicurare allo stesso una sua apparente democraticità, ma per poter fare, potere agire il cambiamento senza paura di finire medusizzate dai suoi serpenti tentatori.

Eppure, per sottrarsi alla pietrificazione del potere è fondamentale conoscerne la funzione ancipite, la possibilità costante di agirlo e tutti i rischi di subirlo, la sua natura ambivalente e le sue dinamiche se-duttive, quella capacità straordinaria del potere di “attrarre a sé”.

Ma soprattutto, per le donne femministe, è necessario avere presente la funzione “teleologica”, cioè finalistica delle azioni. Del resto, è oramai noto come le donne siano in grado di gestire la leadership in modo molto più empatico dei maschi, senza per questo sabotare altre donne.

Sembra dunque non solo possibile ma reale la possibilità di usare il potere come “poter fare”. Produrre cioè cambiamenti all’interno delle istituzioni attraverso la leadership nelle funzioni eccedenti, non manualizzabili, del carisma. In effetti il dominio di genere, nella sua attiva funzione di filtro, concede spazi di accessibilità a personalità carismatiche che possono usare (e spesso lo fanno) quel traguardo per mutare le condizioni di tutti. In tal senso, mentre lavoriamo a mutare il sistema, lo modifichiamo dall’interno.

A mo’ di conclusione. Per un femminile potente e al potere

Che fare? Recitava il titolo di un romanzo del secolo scorso. Beh, potremmo anzitutto porre la potentia al posto della potestas per sfondare il soffitto di cristallo. Essere potenti, per le donne, significa, innanzitutto, come ho scritto, sapere agire il potere e non subirlo: conoscerne le dinamiche, le funzioni, le azioni e sottrarsi dalle strutture pre-costituite per infiltrarsi nelle sotto-strutture e modificarle grazie al carisma e alla efficacia. Non è una ricetta nuova: molte donne (e molti uomini) ci sono già riusciti e a loro dobbiamo le conquiste di cui beneficiamo. Personalmente non solo non temo il potere, ma cerco di averne per sostenere e aiutare altre donne e sostenere idee e convinzioni inclusive, paritarie e democratiche, cercando di insegnare ad altre donne come averne e come esercitarlo.

Togliamoci dalla mente che il potere sia maschile e che le donne si contaminino nell’agirlo: diceva bene Yourcenar quando affermava che ogni strumento “dipende da come lo si usa”.

Ecco, sapere il potere significa saperlo agire. Ma senza potere non vi è nessuna possibilità di trasformazione.

Bibliografia e Sitografia

Judith Butler, La vita psichica del potere, Mimesis, 2013

Jessa Crispin, Perché non sono femminista. Un manifesto femminista, Edizioni SUR 2018

bell hooks, Scrivere al buio, La Tartaruga edizioni, 1998

Hegel, La fenomenologia dello spiritobompiani, 2000

Hannan Arendt, L’ebreo come paria. Una tradizione nascosta, Giuntina, 2017

Annamaria Rivera, La Bella, la Bestia e l’Umano. Sessismo e razzismo, Ediesse 2010

 

Eleonora Pinzuti è Saggista, Gender Influencer e Formatrice Professionista. Leader nella Gender Equality, collabora con importanti aziende, sindacati, Enti e Istituzioni come Consulente e Trainer. Esperta di linguaggi e comunicazione, ha ideato il modello HerPowerment per la Leadership Femminile, è referente ACISF sui linguaggi violenti e cura per Repubblica Tv la rubrica Pillole di Genere. Racconti di Parità. Ha pubblicato Marguerite Youcenar (Bulzoni, 2007), Bestari di Genere (Sef, 2008), Con Figure (Zona Editrice, 2018), Narrazioni e Generi (Seri Editore, 2020). Per saperne di più www.eleonorapinzuti.it

ABSTRACT

Is it possible for women and feminists to manage power without incurring in the dynamics of domination? And how to re-read feminine knowledge and the multiple feminist militancies in front of “empowerment”? The article deals with the concept of power and how is interpreted by feminism; in addiction the article compares historical reception and current issues, analysing the contemporary social structures. So, we can read a different analysis of power, aimed to propose an unprecedented vision of the relationship between women and the “possibility of doing”. In fact, by deconstructing the "double bind" with the power, to which women are subjected within the patriarchal context, we can front a new interpretation of the term, freeing ourselves thanks to the “power to do” subtracted from the domain. Women must and can act for themselves, without fear of “power” and this for a real and concrete change in postmodern societies.

 

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Un percorso di ascolto realizzato in partnership con

Soroptimist International d’Italia Club di Torino, in occasione del 70mo anniversario dalla fondazione, ha delineato una strategia di azione che punta sulla cultura come risorsa per una trasformazione sociale responsabile: una risposta alle sfide dello scenario pandemico che sta generando nuove diseguaglianze e profonde ferite, a livello personale e dei sistemi sociali, compromettendo diritti.

Il Soroptimist è una associazione mondiale di donne di elevata qualificazione professionale, provenienti da diverse aree, al fine di favorire il dibattito interno e la circolazione di idee per agire efficacemente a favore di una società più giusta ed equa, attraverso azioni concrete per la promozione dei diritti umani, del potenziale femminile e dell’avanzamento della condizione delle donne, coniugando locale, nazionale e internazionale.

www.soroptimist.it/club/torino.it

 

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