Contributo ricevuto in risposta alla prima “call for papers” di Letture Lente, a cura di Flavia Barca.

Virginia Woolf scrisse, nel 1929, il saggio “ Una stanza tutta per sé” in cui, con artificio letterario, dà vita a Judith, immaginaria sorella di William Shakespeare, dotata dello stesso talento artistico del fratello, ma impedita dallo spirito sessista del tempo ad esercitare la propria creatività, fino ad arrivare al suicidio piuttosto che rinunciare a  raggiungere la propria libertà espressiva e intellettuale.

Nel rileggere questo testo, pur a distanza di così tanto tempo, di cambiamenti epocali e di approfonditi Gender and Cultural studies, trovo che il periodo storico e sociale che stiamo attraversando non sia poi così dissimile dal periodo in cui il brano è stato scritto. Guardando alla realtà, infatti, vediamo che alcune condizioni  che riguardano l’educazione femminile “sono ancora difficili a ottenersi”, e che bisogna lavorare e applicarsi molto per cercare di capire quali possano essere le azioni attraverso le quali intervenire.

Il ruolo dell’educazione femminile nel destino delle donne, e in definitiva delle società, è  generalmente condiviso. Le ricerche e le fonti che lo testimoniano sono tantissime: lo verifichiamo in particolare con riferimento ai paesi in via di sviluppo, dove i dati Unesco sull’istruzione delle ragazze sottolineano la relazione positiva con la salute, la mortalità infantile, l’ambiente, la crescita  economica e la difesa dei diritti e dalla violenza.

E qui voglio però introdurre una distinzione preliminare e che riguarda la diversificazione tra educazione ed istruzione, concetti utilizzati spesso - significativamente - in modo intercambiabile.

Tra loro esiste invece una relazione funzionale: l’istruzione intesa come la formazione intellettuale che passa attraverso l’acquisizione delle conoscenze concorre all’educazione, che porta in sé la trasmissione del patrimonio dei valori, delle idee e dei comportamenti alla base della formazione della personalità e a fondamento delle relazioni sociali. La prima, se vogliamo, ha una dimensione individuale che diventa sociale, appunto, nell’educazione.

Questa distinzione ha due conseguenze dirette. Da un lato, diventa chiaro che la responsabilità dell’educazione delle persone supera i confini dei sistemi scolastici e tocca la società intera, e dall’altro rende il tema dell’educazione centrale, dirimente nell’approccio alla questione di genere nel suo complesso.

Su questo tema sono facili le letture dei dati: sappiamo tutti che negli ultimi anni si è verificato in Europa il “sorpasso” femminile tra i laureati; ma non possiamo valutare questo dato come positivo in termini assoluti se non verifichiamo l’esistenza di un’altra serie di meccanismi virtuosi, come per esempio una efficiente allocazione del talento in termini di occupazione, la revisione dei modelli di welfare a favore (non solo) delle donne, un’evoluzione coerente dei ruoli, maschile e femminile.

Vale la pena quindi prendere in considerazione, anche velocemente, alcuni altri dati, più generali, che ci riguardano: i ragazzi abbandonano l’istruzione e la formazione più delle ragazze; le ragazze sono più coinvolte in percorsi di upgrade; l’eccezione rappresentata dalle discipline scientifiche si sta colmando grazie ad una maggiore partecipazione delle ragazze allo studio delle materie STEM anche se rimane una prevalenza degli studi umanistici; il divario della forbice della disoccupazione si era ridotto, prima del Covid,  a due punti percentuali facendo confidare in un gender gap meno pesante.

 Ma c’è ancora un altro elemento: sul tema in più sedi approfondito della Womeneconomics, numerose ricerche hanno calcolato che la parità di genere, e in particolare l’approccio del lavoro qualificato femminile - e dunque esito di percorsi di istruzione avanzati, per chiudere il cerchio – può determinare un incremento del PIL che va dal 13% al 22% nei paesi più lontani dall’uguaglianza di genere (tra i quali ovviamente si trova l’Italia).

Quali sono le conseguenze dirette introdotte dalla riduzione del divario? Sono ancora diverse ricerche a testimoniarlo, ne cito solo alcune. Innanzitutto, sul fronte dell’occupazione, l’aumento del reddito delle famiglie e la riduzione del tasso di povertà dei minori (che ha raggiunto livelli allarmanti nell’ultimo anno) e, a livello macro, il contributo al gettito fiscale che può tradursi nella strutturazione di servizi di caring. Sul fronte dell’educazione, come raccontato da alcuni dati INVALSI, l’influenza positiva dell’istruzione della madre sulle prestazioni scolastiche dei figli (che ci può fare affermare che l’istruzione femminile ha un effetto moltiplicatore).

Tirando le somme: quando abbiamo una forte scolarizzazione femminile abbiamo anche una maggiore capacità di innovare determinata dalla presenza delle donne nei contesti sociali e di lavoro e un importante risultato qualitativo: le donne fanno spazio, introducono e sostengono anche nuovi talenti. Una ricerca europea di qualche anno fa Women in science and technology - the business perspective  testimoniava come la sotto-rappresentazione delle donne avesse un costo per le imprese in termini di performance e profitti, a partire dalla verifica del fatto che sono proprio i team di lavoro “misti” ad essere più produttivi dei team tutti maschili o tutti femminili, e che  le imprese che investono di più nelle donne sono quelle che hanno più successo, grazie alla loro maggiore capacità di produrre innovazione.

E se, come diceva Einstein,  l’impiego del talento è la sola risorsa che consente di superare la crisi, stante la panoramica che abbiamo appena fatto, dobbiamo raccogliere la sfida nel rivedere gli schemi e sostenere la partecipazione delle donne in tutti i settori in modo che questi elementi si incrocino efficacemente e rappresentino uno strumento per superarla.

In questo senso entra in gioco “lo specifico femminile” come dimensione trasversale. Se, e lo abbiamo visto, le donne sono portatrici di innovazione, ma allo stesso tempo ancora maggiormente orientate verso la dimensione umanistica, allora chiediamoci se non possano essere loro a veicolare una sintesi necessaria tra innovazione e cultura, scienze umane e tecnologia, come punto nel quale si produce innovazione sociale.

Durante e dopo l’epidemia che sta rivoluzionando la nostra antropologia culturale, è emerso come i Paesi a guida femminile abbiano gestito la crisi con maggiore efficacia di tutti gli altri. L’affidabilità di Angela Merkel, la razionalità empatica di Jacinta Arden e la tranquilla resilienza di Tsai Ing-wen sono state enfatizzate dai media di tutto il mondo visti i risultati positivi della loro leadership, conseguenza paradossale del gender gap: poiché le donne hanno bisogno di lavorare di più per affermarsi e per persuadere gli altri delle proprie competenze, finiscono con l’essere più qualificate e più talentuose quando assumono posizioni di leadership.

E le sfide davanti a cui ci sta mettendo il 21 °secolo richiedono un nuovo tipo di leadership, diverso da quello basato sul comando e controllo e maggiormente orientato alla persona e alle tecnologie human based. Una leadership di tipo femminile.

Se contestualizziamo il nostro ragionamento al momento storico che stiamo vivendo e prendiamo ancora in prestito quanto affermava Einstein sul ruolo dei talenti nella rinascita creativa che deve seguire la crisi, dobbiamo chiederci se il “nuovo” mondo non debba oggi passare attraverso le donne e, necessariamente, attraverso la loro educazione: per il potenziale che hanno ancora da esprimere (testimoniato dai numeri che abbiamo visto), come “nuove attrici protagoniste” del cambiamento in senso storico-antropologico, come portatrici dell’innovazione sociale in senso trasversale.

E riscrivere la storia della sorella di Shakespeare per scrivere una nuova pagina della nostra Storia.

 

Dal 2001, Patrizia Asproni è presidente di Confcultura (Associazione Nazionale delle Imprese per la valorizzazione e la promozione dei beni culturali, del turismo culturale, dell’innovazione tecnologica) e dal 2006 è presidente della Fondazione Industria e Cultura, nata con l’obiettivo di creare un meeting place per aiutare le imprese ad utilizzare la cultura come leva di sviluppo economico e sociale. È presidente della Fondazione Museo Marino Marini a Firenze.

ABSTRACT

When we have more educated women, we also have a greater capacity to innovate determined by the presence of women in social and work contexts and an important qualitative fact: women introduce and support new talents. If, as Einstein said, talent is the only resource that allows us to overcome a crisis, we must take up the challenge of reviewing the schemes and supporting greater participation of women in all sectors

 

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Un percorso di ascolto realizzato in partnership con

Soroptimist International d’Italia Club di Torino, in occasione del 70mo anniversario dalla fondazione, ha delineato una strategia di azione che punta sulla cultura come risorsa per una trasformazione sociale responsabile: una risposta alle sfide dello scenario pandemico che sta generando nuove diseguaglianze e profonde ferite, a livello personale e dei sistemi sociali, compromettendo diritti.

Il Soroptimist è una associazione mondiale di donne di elevata qualificazione professionale, provenienti da diverse aree, al fine di favorire il dibattito interno e la circolazione di idee per agire efficacemente a favore di una società più giusta ed equa, attraverso azioni concrete per la promozione dei diritti umani, del potenziale femminile e dell’avanzamento della condizione delle donne, coniugando locale, nazionale e internazionale.

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