©Photo by Jonas Lee on Unsplash

Contributo ricevuto in risposta alla prima “call for papers” di Letture Lente a cura di Flavia Barca

Da più di dieci anni mi occupo a tempo pieno di “Educazione ai Media” verso adulti e giovani, avendo verificato che nella società attuale i media sono talmente pervasivi da influenzarci fortemente. Il mio lavoro è cominciato con il documentario “Il Corpo delle Donne” e l’omonimo libro che miravano proprio ad evidenziare come le immagini televisive proponessero una figura femminile oggettivata, che influenzava fortemente come le donne venivano poi percepite dalla società.

L’impiego di stereotipi nella comunicazione mediatica, televisiva, della stampa e negli ultimi anni anche di internet, è da tempo ampiamente documentato e gli allarmi per i loro effetti negativi ci arrivano da diverse discipline di studio. Il motivo per cui se ne fa così ampio uso è semplice: è molto più facile realizzare una trasmissione, un reportage, una pubblicità, un video per i social network, con dei modelli fittizi, sempre uguali, che non indagare la complessità del reale, avere intuizioni brillanti e creative che sorprendano senza banalizzare, insomma lavorare sodo e magari avere un po’ di talento.

Alla base degli stereotipi di genere, c’è per esempio l’idea che la natura delle donne sia univoca e che di conseguenza ogni singolo individuo possa essere raffigurato attraverso modalità ricorrenti. I cliché più ricorrenti legati a questa idea consistono nella messa in scena di donne che si dedicano alla cura degli altri o che si propongono come oggetti sessuali.

Schematizzando, gli stereotipi di genere più utilizzati in Italia prevedono alcuni elementi ricorrenti, che si alternano o si combinano:

  • la donna è prevalentemente corpo;
  • la donna è irrazionale ed emotiva;
  • la donna punta tutto sul suo aspetto fisico e sulla sua disponibilità sessuale;
  • la donna tende per natura a prendersi cura degli altri e ad evitare i conflitti.

Di fronte alle critiche e alle proteste che gli stereotipi più volgari e violenti suscitano, tra chi giustamente ritiene che influenzino i comportamenti sociali, la risposta comune di autori e registi è che il pubblico ami questo tipo di rappresentazione, riconoscendola gradevole, rassicurante e non troppo impegnativa da comprendere. Osservazione in parte corretta, in quanto una parte di pubblico apprezza questo tipo di rappresentazione, ma solo per il fatto, e questo è un punto importantissimo, che vi è stato abituato da decenni di programmazione che ne faceva abbondante uso.

Gli stereotipi più presenti sui media sono quelli di genere e di età e hanno ripercussioni sociali importanti per diverse ragioni:

  • la massiccia presenza e frequenza su tutti i mass media;
  • la violenza simbolica di cui molti sono portatori;
  • la pretesa naturalezza con cui vengono presentati e trattati.

Non è certo la presenza di una singola immagine stereotipata, o di alcune immagini, per quanto aggressive, tossiche o false, a creare gravi conseguenze per il pubblico che li recepisce. Ma riproposte frequentemente e su più mezzi (televisione, pubblicità, Internet, carta stampata) e con la presunzione che siano immagini “normali, accettabili” diventano una complicazione, e non da poco. La loro presenza massiccia infatti rinforza il principale problema che il pubblico giovane incontra nella fruizione dei media: saper distinguere tra realtà e finzione.

Ma l’abnorme numero di cliché nelle immagini è portatore anche di effetti indesiderati, danni collaterali, inquinamento simbolico, che passano dalle immagini alla vita e all’immaginario collettivo.

La rappresentazione stereotipata delle donne e la loro sovraesposizione costituisce dunque una limitazione reale e concreta alle possibilità di espressione e di affermazione personale.

Se pensiamo agli anziani e ai giovani, e più specificamente qui alle anziane e alle giovani, l’uso pubblico e sui mezzi di comunicazione di stereotipi, tende ad aumentare l’isolamento sociale delle prime e la mancanza di fiducia delle seconde. Gli stereotipi quindi non agiscono solo nella dimensione simbolica ma sono ben ancorati alla realtà empirica e possono causare conseguenze tangibili sulla qualità di vita delle persone.

Quando gli stereotipi sono particolarmente violenti e reiterati, come in molta cartellonista pubblicitaria, nei programmi di alcuni personaggi televisivi, o in molte esternazioni sui social, ne deriva non solo una forma di ingabbiamento simbolico ma una vera e propria riduzione della dignità e reale violazione dei diritti, una sorta di “deumanizzazione”.

Si possono dunque e si devono combattere gli stereotipi che danneggiano le donne nel loro cammino verso l’equità, attraverso diverse modalità di azione, due delle quali, a mio avviso le più rilevanti, sono:

- una capillare Educazione ai Media nelle scuole (materia peraltro obbligatoria in molti Paesi europei) che fornisca alle studentesse e agli studenti gli strumenti per interpretare i messaggi mediatici che li circondano;

- una sensibilizzazione verso i media tutti per una rappresentazione femminile reale, più contemporanea e rispettosa delle diversità.

 

Lorella Zanardo, Presidente dell’Associazione “Nuovi Occhi per i Media”, autrice, consulente, è componente dell’Advisory Board di WINconference (women’s networking conference) che si svolge annualmente in una città diversa in Europa. Sono in uscita il suo nuovo videodocumentario “Volto- Manifesto” e il libro “Schermi-Se Li conosci non li eviti”, FrancoAngeli editore.

ABSTRACT

Stereotypes in the media are largely used and cause negative effects especially on women. It is urgent to mitigate the consequences of the abusive use of women’s images in TV, advertising and social media; therefore teaching “Media Education” is a a decision that can no longer be postponed.

 

----------------------------

Un percorso di ascolto realizzato in partnership con

Soroptimist International d’Italia Club di Torino, in occasione del 70mo anniversario dalla fondazione, ha delineato una strategia di azione che punta sulla cultura come risorsa per una trasformazione sociale responsabile: una risposta alle sfide dello scenario pandemico che sta generando nuove diseguaglianze e profonde ferite, a livello personale e dei sistemi sociali, compromettendo diritti.

Il Soroptimist è una associazione mondiale di donne di elevata qualificazione professionale, provenienti da diverse aree, al fine di favorire il dibattito interno e la circolazione di idee per agire efficacemente a favore di una società più giusta ed equa, attraverso azioni concrete per la promozione dei diritti umani, del potenziale femminile e dell’avanzamento della condizione delle donne, coniugando locale, nazionale e internazionale.

www.soroptimist.it/club/torino.it

 

Articoli correlati