© Photo by Sara Cottle on Unsplash

Negli scorsi giorni si è molto commentata la ratifica, finalmente sopraggiunta, da parte del Parlamento Italiano, della cosiddetta Convenzione di Faro, presentata dal Consiglio d’Europa – e non dal Parlamento Europeo, elemento questo meritevole di considerazione – già nel 2005 e sottoscritta dal Governo già nel 2013.

Il processo è stato per l’Italia lungo, dunque, ma il risultato e il momento inducono a rallegrarci  per questa avvenuta ratifica, in virtù di quanto la piena adozione di questa Convenzione può rappresentare per le comunità patrimoniali, per i processi di partecipazione e presa in carico dei patrimoni, per il rafforzamento della dimensione collettiva, non esclusivamente istituzionale e statalista del discorso e delle pratiche di salvaguardia e valorizzazione dei patrimoni bio-culturali condivisi, per l’appunto, dalle comunità, dall’associazionismo, dai gruppi informali, persino.

La Convenzione quadro del Consiglio d'Europa sul valore del patrimonio culturale per la società – questa la sua definizione e titolazione ufficiale – insiste sul diritto di partecipazione dei cittadini alla vita culturale, agganciandolo direttamente alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e, per ciò stesso, rivendicandone il valore di diritto fondamentale e inalienabile dei soggetti e delle comunità, come elemento di sviluppo sia economico che culturale sostenibile, e come strumento basilare di democrazia oltre che di empowerment comunitario.

Al tempo stesso la Convenzione si focalizza, in molteplici articoli e passaggi del proprio testo, sulla funzione non divisiva ma al contrario inclusiva, dialogica, multiculturale dei patrimoni bio-culturali, in forte contro tendenza con quanti hanno esercitato ed esercitano un “uso” dei patrimoni culturali come forma di rivendicazione identitaria aggressiva e di proprietà esclusiva, non circolare in termini di accesso alla cultura e uso condiviso e sostenibile delle risorse, siano esse materiali o immateriali.

Gli studiosi di processi patrimoniali si interrogano da tempo su cosa la Convenzione di Faro implichi e determini nella pratica concreta dei processi di patrimonializzazione e nei quadri – normativi e deontologici - di salvaguardia e valorizzazione dei patrimoni bio-culturali.

Negli anni sono state dibattuti aspetti specifici della Convenzione, strumenti che ne avrebbero consentito una migliore e piena attuazione; è cresciuta una riflessione esperta sulle cornici di inventariazione, i processi di raccolta, definizione, interpretazione e disseminazione dei dati relativi ai beni culturali e ai sistemi di pratiche e saperi, capaci di rappresentare il senso di appartenenza e di condivisione delle comunità stesse.

Si è a lungo discusso sulle modalità di costruzione di inventari partecipativi del patrimonio rilevandone spesso la difficoltà, la loro natura necessariamente dibattimentale, in movimento, la fluidità e molteplicità delle rappresentazioni, che se si ascoltano davvero le comunità, vengono fornite di un precipuo elemento patrimoniale o di un insieme, o contesto di pratiche e saperi, definito univocamente dall’esterno “bene culturale”.

Ciò emerge con particolare forza nel caso del patrimonio immateriale per la natura dinamica, radicalmente trasformativa ancorché nel quadro di una trasmissione di generazione in generazione, di questo speciale tipo di elementi patrimoniali, specificamente al cuore dell’indagine etno-antropologica. E tuttavia le discipline antropologiche hanno rivendicato in questi anni anche la legittimità della loro ricerca nell’analizzare le politiche culturali, attivate a livello locale, e i processi collettivi di patrimonializzazione relativi ai beni materiali o tangibili: quello che le comunità, nelle loro diverse componenti, fanno dei e con i paesaggi, i beni culturali e le collezioni, i musei e le raccolte più o meno ufficiali di oggetti artistici così come con gli archivi, ad esempio.

Un tratto di straordinario interesse in questi processi di analisi e gestione dei processi di salvaguardia e valorizzazione del patrimonio è sicuramente rappresentato dalle potenzialità fornite dalle piattaforme e strumenti di tipo digitale, che proprio nel quadro della Convenzione di Faro mostrano in modo ancora più evidente la loro ambivalente, ma anche interessantissima natura di grandi canali di disseminazione, oltre che di archiviazione e organizzazione delle informazioni e dei dati.

Negli scorsi anni la riflessione sulle digital humanities e l’uso delle ICT nella catalogazione e restituzione dei contenuti culturali è cresciuta enormemente mettendo a confronto esperti di scienze umane e sociali, progettisti esperti di implementazione di piattaforme e programmi sempre più interattivi e inclusivi, policy-makers sempre più interessati alla valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici presenti nei territori di loro competenza, e comunità sempre più orientate verso un protagonismo consapevole nell’esercizio del proprio diritto alla cultura.

Sono sorte così esperienze di archivi regionali e locali delle eredità culturali, ecomusei che hanno utilizzato le piattaforme digitali in modo crescente per l’auto-implementazione “dal basso” delle informazioni e rappresentazioni del patrimonio locale condiviso, comunità virtuali a distanza – ad esempio quelle diaporiche, migranti – che hanno utilizzato in modo crescente la rete e i canali digitali (youtube, social networks, ecc.) per raccontarsi, incontrarsi, sostenere la propria “long distance belongingness” – la propria appartenenza a lunga distanza – come forma di ri-appaesamento e contro il senso doloroso di quella che Sayad ha definito “la doppia assenza del migrante”.

DiCultHer – la rete cresciuta in questi anni in Italia – per veicolare l’uso e la consapevolezza del valore delle tecnologie digitali per la salvaguardia, rappresentazione e valorizzazione dei patrimoni culturali – materiali e immateriali – tra le ragazze e i ragazzi delle nostre scuole di ogni ordine e grado ha lavorato proprio in questo senso. Ha pensato sin dall’inizio che i progetti e le sfide proposte agli insegnanti e alle classi per la conoscenza, approfondimento e restituzione dei saperi e delle emozioni relative ai patrimoni culturali fossero uno strumento potente di lotta all’esclusione e al pregiudizio, di crescita del senso di appartenenza, ma anche di democrazia e condivisione, di rafforzamento di un’attitudine dialogica e aperta alle diversità, intese come valore per tutti, anche grazie alla straordinaria capacità di disseminazione fornita dalle ICT all’interno delle quali, quasi inconsapevolmente, queste giovani generazioni di “nativi digitali” sono cresciute.

DiCultHer ha creduto e crede nel nuovo protagonismo delle giovani generazioni nei processi di inventariazione e valorizzazione dei patrimoni culturali materiali, ma anche degli insiemi di pratiche e saperi immateriali che determinano il senso di appartenenza ai luoghi, l’impegno nella cura dei beni comuni, la responsabilità verso i paesaggi condivisi, il rispetto della molteplice e caleidoscopica ricchezza dei modi di abitare il mondo e di fare comunità.

C’è nella ratifica di questi giorni della Convenzione da parte del Parlamento Italiano una speranza e una prospettiva: questa firma impegna le istituzioni, certo, nel riconoscere una nuova agency nella gestione e valorizzazione dei patrimoni culturali – quella delle collettività, delle persone, dei gruppi informali -, impegna al loro ascolto e alla cooperazione fattiva verso forme sempre più aperte e creative di restituzione e fruizione dei beni culturali e ambientali, della biodiversità coltivata – che è anch’essa un patrimonio di saperi e di pratiche -, delle forme di espressione della tradizione anche nelle infinite varianti della contemporaneità.

Durante i mesi del COVID-19 e del distanziamento fisico obbligato, molte pratiche cerimoniali, molte forme di incontro e condivisione delle comunità, molte occasioni di fruizione e valorizzazione degli spazi condivisi sono saltate, sono state “sospese” e con esse è venuto a mancare, temporaneamente, quel prezioso rinnovarsi del senso di comunità e condivisione che è in fondo al cuore stesso del legame sociale. Non è un caso che i social e gli strumenti digitali abbiano rappresentato in quei mesi un baluardo a questa perdita, abbiano fornito spazi creativi e molteplici per raccontare, rappresentare, raccogliere, ripensare il senso di quanto, nella momentanea sospensione e perdita, finiva per acquisire nuovo valore e rispetto.

Oggi, con la ratifica della Convenzione di Faro anche da parte del nostro Paese, possiamo e dobbiamo avviare un grande percorso di monitoraggio e valorizzazione di questa straordinaria galassia di luoghi e spazi virtuali, in continua e dinamica crescita peraltro, in cui le comunità possano riconoscersi e incontrarsi, al di là delle maschere, delle mascherine e dei momentanei – e ci auguriamo sempre più temporanei – distanziamenti, e fare della cura dei patrimoni bio-culturali un cammino di democrazia, di sviluppo comunitario sostenibile e di pace.

Letizia Bindi, Università degli Studi del Molise, Direttore del Polo DiCultHer Molise

ABSTRACT

The Convention on the Value of Cultural Heritage for Society (or the Faro Convention) emphasizes the important aspects of heritage as they relate to human rights and democracy, and promotes a wider understanding of heritage and its relationship to communities and society. After a long time from its promotion by the Council of Europe, in recent days the Italian Parliament has finally ratified the Faro Convention. This is not only a relevant result for our country but also a great opportunity to seek creative ways – through the contribution of digital technologies – of developing and managing community heritage assets with active civil society involvement.

 

Articoli correlati